14 aprile 2024

QUANDO ITALO CALVINO ERA COMUNISTA

 


 I PRIMI RACCONTI DI CALVINO


Com’è noto, Italo Calvino ha pubblicato articoli sull’Unità negli anni tra il 1947 e il 1956. Alcuni di questi sono stati riveduti e corretti dall’autore e ristampati in Ultimo viene il corvo (1949) e in Racconti (1956). Qui vengono presentati in versione originale quelli presenti già nelle due raccolte, ma usciti in un primo tempo sull’Unità di Torino.

Si tratta di racconti che hanno alcune caratteristiche comuni. I protagonisti sono in genere dei marginali; lo stile della scrittura mescola un realismo minuto alla fantasia; una grande attenzione è riservata alla natura e agli animali; il paesaggio sullo sfondo in molti casi appartiene alla riviera ligure di Ponente ed è ritratto con estrema precisione naturalistica. Sono stati aggiunti altri articoli di vario genere: un pezzo sul biologo Lysenko permette di mostrare quanto fosse profonda l’adesione dello scrittore al comunismo staliniano del suo tempo; altri articoli sono stati ripresi come pezzi di bravura letteraria ancor prima che giornalistica: due recensioni (una per Sartre. L’altra per Primo Levi), il resoconto di una partita di calcio vista dalla parte della città, il reportage sul set di Riso amaro e La gran bonaccia delle Antille, uscito nel 1957 su Città aperta; quest’ultimo è un racconto di tipo allegorico. Ha per oggetto la politica del partito comunista italiano nel dopoguerra e segna il distacco dello scrittore da quella esperienza.
La collaborazione di Calvino con l’Unità inizia nel 1946. L’anno dopo lo scrittore è assunto dalla casa editrice Einaudi dove si occupa dell’ufficio stampa e pubblicità. Alla fine di aprile 1948 diventa invece redattore dell’Unità con l’incarico di curare la terza pagina. Nel settembre 1949 c’è il ritorno all’Einaudi. Si chiude allora una fase della sua attività letteraria. Stando a ciò che afferma Domenico Scarpa, il 1948, il 1949, il 1950, il 1951 segnano per l’autore una “rarefazione della produzione narrativa”.
Ancora qualche parola sul rapporto con il paesaggio nei racconti di quel momento aurorale merita di essere spesa. Quello che nell’opera compiuta appare come un elemento di contorno è invece primordiale nel processo creativo. Si veda per questo la prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno (1947): “Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio. (…) Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – Sanremo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le ‘fasce’ di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri. – Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie “.
Infine, bisogna rendere conto della grazia che informa i racconti in particolare. Italo Calvino è uno scrittore che cambia periodicamente il suo stile. Due elementi permangono come dati immutabili: il linguaggio e la motivazione ultima della scrittura. Il linguaggio è limpido e preciso, assai leggibile. La motivazione ultima della scrittura è il bisogno inesausto di comprendere e di conoscere il mondo. Altre cose mutano da una fase all’altra della produzione letteraria. All’inizio prevale un realismo associato a una modalità fiabesca dell’invenzione. Già questo instaura una atmosfera di incanto che si perde tra le righe. Il lettore è coinvolto senza sapere bene perché. E poi c’è il lato rivelatore di un procedimento che serve a superare una difficoltà nascosta. Calvino in un primo tempo non riesce a rappresentare la realtà in modo frontale. Anche il riferimento alla sua biografia gli appare involuto e artificioso. Presto individua una via d’uscita nell’approccio indiretto al mondo e alle cose. Ed ecco lo scrittore da giovane, o prima maniera se si preferisce. Una naturalezza leggera, segnata dal distacco e al tempo stesso da una vicinanza in seconda battuta al senso della vita. Tutto questo viene chiarito e spiegato dall’autore nella già citata prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: “ogni volta che si è stati attori o testimoni d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale… A me questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. (…) Il Sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore riconosco a questo libro è lì: l’immagine di una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del “troppo giovane” e l’indigenza degli esclusi e dei reietti”. Ecco il segreto di una scrittura che lascia intravedere una segreta armonia. Segreta e nascosta. In questo momento aurorale della sua carriera lo scrittore ritrova l’impulso epico di altri tempi. In fasi e momenti successivi dell’opera calviniana la storia e il progresso lasceranno il posto a qualche filo residuo di speranza, come nelle Città invisibili (1972).  Alla fine del percorso le Lezioni americane, uscite postume (1972), recheranno un’eco che rimanda a un bilancio dell’intero percorso compiuto dall’opera dello scrittore. Il primo capitolo del libro avrà per titolo la leggerezza. L’ultimo ragiona della molteplicità. Su Calvino autore molteplice convergono le analisi di Domenico Scarpa e Marco Belpoliti, per non parlare delle conclusioni raggiunte dalla figlia Giovanna.
   

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