25 giugno 2018

DANILO DOLCI, VOCE DEI POVERI CRISTI NELLA SICILIA DEL 1968









       Mi piace riprendere oggi il bel pezzo di Salvatore Scalia, pubblicato ieri su LA SICILIA, che mette bene in relazione la tragedia del terremoto che colpì il Belice nel gennaio del 1968 con l'opera rivoluzionaria di Danilo Dolci, di Ludovico Corrao e Peppino Impastato e dei loro più stretti collaboratori. (fv)


  RIVOLUZIONARIO BELICE  
 LA TERRA DEL TERREMOTO
LABORATORIO DEL 68 
di Salvatore Scalia


Visitare la Valle del Belice. Ricostruita dopo il terremoto di cinquant'anni fa, significa ripercorrere le vie dell'utopia del Sessantotto, i sogni generosi, le illusioni, l'egualitarismo e lo spirito autoritario dei visionari, gli errori di una generazione ribelle e creativa. A Santa Ninfa, Santa Margherita Belice, Montevago e Gibellina il principio di andare al popolo è cristallizzato nella struttura urbanistica, nelle sculture dell'arte povera, negli edifici pubblici e nei monumenti che fanno soprattutto di Gibellina una città museo.
Nelle intenzioni dei ricostruttori e di artisti come Pietro Consagra, questa doveva essere città democratica per eccellenza, dove non esistevano differenze di classe, e l'arte doveva essere patrimonio di tutti. Furono però scelte imposte dall'alto, come la ricostruzione del paese a venti chilometri di distanza che significò lo sradicamento e spaesamento di una comunità di pastori e contadini, costretti a vivere in un luogo senza cuore pulsante e senz'anima. In questo caso fu perdente lo sviluppo integrato della città territorio proposto da Danilo Dolci: il suo realismo, modellato sulle esigenze che venivano dal basso, cozzava contro valori rivoluzionari astratti, speculazioni concrete e megalomanie.
Il sisma, tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, fu sentito come il cominciamento di un'opera di ricostruzione morale e sociale, la possibilità di mettere in pratica le teorie della modernità più avanzata in sintonia con quanto andava maturando da anni in quell'area della Sicilia occidentale. Non per nulla il terremoto è metafora di rivoluzione, richiama l'idea di sconvolgimento sociale, azzeramento fisico di gerarchie, furia cieca che abbatte casupole e palazzi cancellando i privilegi e le piaghe, purificazione nel dolore e rinascita.

Il sogno di un mondo in cui tutti fossero liberi e uguali non poteva avere miglior preludio simbolico di una tragedia risanatrice. Il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao parlava enfaticamente di Rinascimento siciliano.

Il Belice divenne un laboratorio del Sessantotto. Le idee urbanistiche e artistiche s'inserivano in un processo innovativo di autocoscienza popolare. Come nelle fabbriche, nelle aule e nei campus universitari, si sperimentò la democrazia diretta dell'assemblearismo. Inefficiente, lontano, corrotto, ottusamente repressivo, lo Stato fu dichiarato fuorilegge perché non rispettava diritti e impegni. I ministri subirono processi popolari. Le visite delle autorità furono contestate perché passerelle propagandistiche. I giovani del Belice, che dovevano fare il servizio militare, conquistarono per la prima volta in Italia il diritto al servizio civile.

Furono lunghi anni di sofferenza, rabbia, lotte e disubbidienza civile, per uscire dalle tende nel fango, e poi dalle baracche. Il Belice divenne luogo di scontro politico, simbolo dell'impegno degli intellettuali, punto di riferimento delle avanguardie artistiche e rivoluzionarie, tirocinio per i sessantottini soprattutto palermitani.


Si ritrovarono nelle lotte contro il potere democristiano colluso con la mafia quanti già tra il sei e il dodici marzo del 1967 avevano partecipato alla Marcia per la Sicilia occidentale da Partanna a Palermo, 180 chilometri attraverso vari comuni. Il cantastorie di Paternò Ciccio Busacca cantava: "La Sicilia era nta cascia, avia datu l'arma a Diu, ma a Sicilia arrivisciu, Vitti a morti e dissi: no".
Il corteo della resurrezione rispondeva in coro che l'Isola diceva sì alle riforme, alla scuola e al lavoro, e no alla mafia e alla guerra. Si lottava per uscire dall'arretratezza e dalla condanna all'emigrazione, si chiedevano dighe, strade, acqua nelle case, scuole e cantine sociali, contestando sprechi, privilegi e ruberie. Il pacifismo si alimentava della resistenza vietnamita contro gli imperialisti americani, che fu un potente detonatore della rivolta studentesca in Europa e negli Stati Uniti. Gli organizzatori erano Lorenzo Barbera e Danilo Dolci, accanto a cui marciava un giovanissimo Peppino Impastato. Da Palazzolo Acreide era giunto anche Antonino Uccello.
Per andare al popolo, Lorenzo Barbera si era trasferito da tempo nel piccolo comune di Roccamena. Si era formato alla scuola di Adriano Olivetti, l'imprenditore illuminato di Ivrea, da cui aveva ottenuto una borsa di studio per frequentare a Roma le lezioni di Guido Calogero e Adriano Ossicini. Qui aveva conosciuto Goffredo Fofi. Ora collaborava con Dolci, il discepolo di Gandhi, amico del filosofo della non violenza Aldo Capitini. Il sociologo triestino, dopo un'esperienza nella comunità di Nomadelfia presso Grosseto, fondata da don Zeno Saltini, nel 1952 per andare al popolo aveva scelto Trappeto, vicino Partinico, dove aveva abitato tra il 1940 e il '41 al seguito del padre ferroviere. Era rimasto impressionato da fame, miseria, sottosviluppo e rassegnazione atavica. Non volendo abusare della sua superiorità culturale, svolgendo lavori manuali, si era posto alla pari di contadini e pescatori, sposando la vedova con cinque figli di uno di loro. Ne condivideva la vita e i bisogni, sicché ne conosceva dall'interno le esigenze, ne capiva la mentalità e il linguaggio, tanto da penetrarne sfumature e sottintesi, e da essere capace di rielaborarne letterariamente struttura logica e sintattica in scritti come i “Racconti siciliani”.
La sua attività era circondata dalla diffidenza. Con i comunisti dialogava a livello locale ma i capi di un partito teoricamente rivoluzionario ritenevano ingenua e inconcludente la non violenza. Ai democristiani era inviso perché ne denunciava il potere oscurantista e corrotto nonché i legami con la mafia; mentre le gerarchie ecclesiastiche non tolleravano il suo spirito evangelico che instillava la ribellione ad una sottomissione secolare. I paladini del perbenismo e dell'ipocrisia gli imputavano di diffamare il buon nome della Sicilia, perché denunciava le piaghe dell'arretratezza, dell'analfabetismo e dell'ingiustizia sociale, come quando pubblicò un rapporto dettagliato sulle cause sociali del banditismo a Partinico o divulgò la diffusione del tracoma a Palma Montechiaro a causa delle disastrose condizioni igieniche e sanitarie.
Subì un attacco violento dal cardinale di Palermo Francesco Ruffini: «Una grave congiura è stata organizzata per disonorare la Sicilia, e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo e Danilo Dolci». Per le autorità ecclesiastiche e politiche di Palermo, il sociologo aveva la colpa di aver reso visibile al mondo ciò che si fingeva di non vedere: la vergogna del Cortile Cascino, a due passi della Cattedrale, dove si viveva in miseria, in tuguri senza gabinetti, senz'acqua né luce, mentre i bambini morivano di malattie e stenti.
Qui, la lettura del libro di Dolci “Inchiesta a Palermo” aveva attirato nel 1957 giovani come il piemontese Giancarlo Caselli e Goffredo Fofi, figlio di un contadino di Gubbio. Da Cinisello Balsamo era venuto l'operaio e scrittore Franco Alasia. Due anni prima a Partinico era arrivato da Padova anche un futuro protagonista del Sessantotto, Toni Negri, allora iscritto alla Federazione degli universitari cattolici. Fu un'esperienza sempre rivendicata dal professore destinato a divenire teorico della violenza rivoluzionaria di Autonomia operaia.
Dolci subì ogni sorta di insulti e insinuazioni, fu definito uno pseudo scrittore che, come disse il segretario della Dc di Partinico, «con manifestazioni ridicole, istrioniche, vuole speculare e fare pubblicità intorno al suo nome». Fu anche accusato di essere un utile idiota nelle mani dei comunisti per avere accettato nel 1957 il premio Lenin dall'Unione Sovietica. I quindici milioni furono devoluti alla creazione di un Centro studi per la piena occupazione in Sicilia.
Come Socrate, il sociologo esercitava la maieutica. La diga sul fiume Jato, che oggi serve a irrigare i campi e a fornire acqua a Palermo, è il risultato tangibile di un procedimento logico in cui il sociologo si limitava a stimolare la riflessione, convinto che non esiste riscatto se non nasce dalla consapevolezza dei diretti interessati. L'aneddoto racconta che durante un'assemblea fu un pescatore, Vicenzu l'orbu, a intuire che per raccogliere l'acqua del fiume, evitando che si disperdesse a valle, si doveva costruire in alto un “grande bacile”.
Insorsero i proprietari delle terre da espropriare: «Dolci vi toglie le terre, farà sbarcare i sovietici». Intervenne anche la mafia. Frank Coppola, rimpatriato dagli Stati Uniti nel 1948, era di Partinico e a guidare la rivolta contro gli espropri era un suo uomo, Gaspare Centineo. Il sociologo, per neutralizzare le minacce, intensificava le denunce pubbliche perché qualunque cosa gli accadesse i mafiosi fossero i primi indiziati.
Trappeto, Partinico, il Cortile Cascino e il Belice. In ognuno di questi luoghi Dolci ha lasciato un'impronta profonda.
Oggi Trappeto è un paesino lindo, ordinato, disseminato di villette per la villeggiatura, ben lontano dalla scioccante immagine di miseria che colpì l sociologo quando lo vide per la prima volta. Sono lontani i tempi in cui, a gennaio 1956, vi organizzò sulla spiaggia dorata uno sciopero della fame dei pescatori per protestare contro la pesca di frodo che era tollerata e li danneggiava. Le forze dell'ordine intervennero sostenendo che era vietato digiunare in luogo pubblico. E sembra appartenere ad altro mondo il fervore creativo del Borgo di Dio innalzato sulla collina.
Il 2 febbraio 1956, Dolci con alcuni sindacalisti finì in carcere all'Ucciardone, per aver organizzato contro la disoccupazione lo sciopero alla rovescia, la sistemazione gratuita di una trazzera di pubblica utilità. Al processo venne a difenderlo il grande giurista Piero Calamandrei che pronunciò un'arringa memorabile: si celebrava in realtà un processo all'articolo 4 della Costituzione che “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo dritto”. A sostegno dell'imputato si mobilitò la cultura italiana, da Carlo Levi a Elio Vittorini, da Lucio Lombardo Radice a Norberto Robbio.
A Mirto è rimasta la scuola a misura di bambino, in cui l'architettura è commisurata all'altezza del suo sguardo e dei suoi bisogni. In via Pianola a Partinico, nel quartiere Spine Sante, dietro il duomo, c'è la catapecchia in cui morì per denutrizione un bambino e in cui per protesta Dolci fece uno sciopero della fame. A pochi passi da qui, in via Cannello, la casa a due piani in cui visse in affitto è l'unica cadente, con la facciata e le finestre scrostate, i balconi pericolanti. Lo stato d'abbandono testimonia il disinteresse per la memoria di un'esperienza esaltante. In quella casa passarono personaggi celebri: dall'Abbè Pierre a Carlo Levi, e persino Vittorio Gassman. Cultura dal basso, immaginazione al potere, qui sembrano avere l'inconsistenza dei sogni.

Testo ripreso da LA SICILIA, domenica 24 giugno 2018

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