04 settembre 2018

UN MATRIMONIO INFELICE RACCONTATO DA S. ZWEIG




Alcove regali. Le prime duemila notti di nozze di Maria Antonietta e Luigi XVI
 di Stefan Zweig

     In questo letto dapprima non succede nulla. Ed è veramente grottesco l'involontario doppio senso con cui il giovane marito l’indomani annota nel suo diario la sola parola: «Rien». Né le cerimonie di corte, né la benedizione vescovile del talamo hanno potuto vincere una penosa malaugurata deficienza fisiologica del delfino. Matrimonium non consummatum est, non oggi, non domani e non negli anni subito seguenti. Maria Antonietta ha trovato un nonchalant mari, un marito trascurato. Dapprima si pensa che sia soltanto timidità, inesperienza o nature tardive (noi diremmo oggi: infantilismo) a inceppare lo sposo sedicenne di fronte all'adorabile fanciulla. Non conviene insistere e turbare il giovane già psichicamente incerto, pensa la madre esperta. Essa esorta Antonietta a non crucciarsi troppo di quella prima delusione coniugale: «point d’humeur là-dessus» le scrive nel maggio 1771, e raccomanda alla figlia «caresses, cajolis», ma senza eccessi di tenerezze, giacché «trop d'empressement gâterait le tout».
Quando però tale situazione dura da un anno, da due, l’imperatrice comincia a inquietarsi di questa «conduite si étrange» del giovane marito. Del suo buon volere non si può dubitare, giacché il delfino di mese in mese si mostra sempre più devoto alla sua graziosa consorte: egli rinnova senza desistere le sue visite notturne, i suoi vani tentativi, ma dall’estrema tenerezza lo trattiene non si sa quale «maudit charme». Maria Antonietta pensa si tratti soltanto di «maladresse et jeunesse», e nella sua inesperienza la poverina smentisce persino le «male dicerie che circolano in paese sulla sua impotenza» (18 dicembre 1771). Ma ora interviene la madre che fa venire il proprio medico di corte van Swieten e con lui discute la «froideur extraordinaire du Dauphin». Van Swieten si stringe nelle spalle. Se una ragazzina tanto bella e affascinante non riesce a infiammare suo marito, ogni farmaco sarà vano. Maria Teresa continua a mandare lettere a Parigi; alla fine è il nonno, Luigi XV, buon conoscitore e buon esperto in materia, a tenere una paternale al nipote. Il medico di corte Lassone viene messo a parte del segreto, e una visita stabilisce che la disgrazia del principe non ha radici psichiche, bensì deriva da un difetto organico (una fimosi) di nessuna gravità.
Si susseguono i consulti per decidere se convenga l’intervento del chirurgo col bisturi... «pour lui rendre la voix», come si sussurra cinicamente nelle anticamere. Anche Maria Antonietta, nel frattempo edotta a cura delle amiche più esperte, fa quel che può per persuadere il marito («Je travaille à le déterminer à la petite opération, dont on a déjà parlé et que je crois nécessaire» 1775, alla madre). Ma Luigi XVI - il delfino nel frattempo è bensì divenuto un sovrano, ma dopo cinque anni non ancora un marito - non sa indursi a un'azione energica. Esita e indugia, tenta e ritenta, e questa situazione ripugnante e ridicola si trascina con vergogna di Maria Antonietta, con scherno della corte intera, con rabbia di Maria Teresa, con avvilimento del re medesimo, per ulteriori due anni, cioè complessivamente per sette terribili annate, fino al viaggio dell’imperatore Giuseppe, che riesce a spingere il pauroso cognato all’operazione. Soltanto allora questo melanconico Cesare dell’amore varcherà felicemente il Rubicone. Ma il paese dell’anima in cui entra da tardo conquistatore è già devastato da sette anni di ridicola lotta, da duemila notti in cui Maria Antonietta come donna e come sposa ha subito l’umiliazione estrema del suo sesso.

S. Zweig, Maria Antonietta, Oscar Mondadori 1984

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