31 dicembre 2014

L' ATTUALITA' DI GIUSEPPE BERTO



Paolo Di Paolo


L’attualità di Giuseppe Berto
Il contrario di uno scrittore italiano
Non c’è niente che possa fare di lui uno scrittore alla moda. Non ammicca, non lusinga, raramente sorride. Parla di sé sempre sospeso fra orgoglio irritante, spavaldo e impudica autocommiserazione. Non appartiene a bande, «a clan di vario genere»; fa un vanto del proprio anticonformismo, di un carattere «scorbutico» e intransigente. Che c’entra, uno così, con l’Italia che si prepara al 2015?

D’altra parte, Giuseppe Berto è uscito per tempo di scena, nell’autunno del livido 1978, dopo avere pubblicato un romanzo che porta nel titolo la sua ossessione: La gloria. Cercata per via letteraria come un riscatto: «Per farti vedere - lo dice rivolgendosi al padre - che avevi torto», per prendere fiato da un senso di colpa remoto e inarginabile. Quello che fa del suo romanzo più noto, Il male oscuro, uscito giusto mezzo secolo fa, una inquietante «Lettera al padre» di quattrocento pagine, da novello Franz Kafka seduto su un lettino d’analista.

«Immagino la tua fierezza davanti alla lapide dei caduti col nome del primogenito scolpito nel marmo, vedi non è che proprio non lo volessi non mi è capitato ecco tutto» si rivolge ancora il figlio artista al severo padre carabiniere. «Ecco tutto»: sì, sembra una frase qualunque, ma l’intera opera di Berto sta proprio lì, dentro un disarmato, spudorato «ecco tutto».

A cent’anni dalla nascita - Berto era nato a Mogliano Veneto il 27 dicembre del 1914, anno «dei più disgraziati dell’intera storia umana» - tornano in libreria, per Bur Rizzoli, tutti i suoi libri, gli viene dedicato un francobollo e l’associazione che porta il suo nome affida l’archivio alla regione Veneto. Ma fare i conti con Berto significa accettare la sua letteratura ruvida, che non alleggerisce né edulcora, che non assolve, e prova a scrollarsi di dosso ogni retorica, come il soldato di Guerra in camicia nera vorrebbe scrollarsi di dosso i pidocchi.

Nello stesso anno dell’esordio di Calvino, il ’47, Berto pubblica Il cielo è rosso, titolo trovato da Longanesi, che lo lancia come scrittore della provincia italiana dallo sguardo americano, fra Hemingway e Steinbeck: d’altra parte lo aveva scritto in una prigione in Texas, arrestato dalle forze alleate in Africa, dove si era arruolato da giovane fascista. Qualcosa fa pensare anche a Faulkner, nella tragedia di un destino collettivo, in quella fuga - nel romanzo seguente, Le opere di Dio - di un’intera famiglia, che carica su un carro tutti i propri averi, comprese le galline e un maiale, per mettersi in salvo dalla guerra.

Ma quella «perduta gente» non ha meta, e le figure che Berto tratteggia con la sua prosa rapida e nervosa appartengono infine a un sovra-tempo senza calendari. Dove l’innocenza, però, si confonde sempre con la colpa: «Forse non siamo cattivi - disse la madre - Ma non siamo neanche buoni come si dovrebbe. Bisognerebbe capire di più, Rossa».

Bisognerebbe capire di più: questo interessa a Berto, che si rompe la testa pur di comprendere. Comprendere come potesse esaltarlo, ad esempio, lo spettacolo dei proiettili che illuminavano il cielo a giorno, sul fronte africano. O come si possa, a vent’anni, sbagliare per entusiasmo, e poi finire per perdere tutto: «Non possiedo che questa divisa sporca e malandata, due camicie e un solo paio di mutande, colonizzate da un’incredibile quantità di pidocchi». Comprendere, ancora, come si diventa fabbricatori della propria stessa sofferenza, naufragando in un malessere che la mente comunica al corpo fino a invaderlo del tutto.

Così, nel Male oscuro, cerca spietatamente di comprendersi, con una furia e una sincerità disperate, ottenendo un risultato che anticipa esperimenti simili di scrittori come Houellebecq o Knausgard (il recente La morte del padre) e non invecchia al confronto. Nella Gloria, il Giuda traditore e insieme complice di Gesù precorre quello dell’ultimo, bellissimo romanzo di Amos Oz (Giuda, Feltrinelli): «Non vi è un solo colpevole; non c’è nessuno che non sia un esecutore». Vale lo stesso per ogni storia d’amore, fra tenerezza e rabbia, come dimostra nel sorprendente e sensuale La cosa buffa, facendo innamorare e disamorare un alter ego ventenne di una ragazza.

È una martellante scrittura del risentimento, quella di Berto: poco italiana nella sua assenza di pose da commedia, nel suo rifiuto assoluto per ogni indulgenza e auto-indulgenza. Sgradevole perfino, nella sua tensione anti-estetica: il linguaggio può essere ancora un fatto morale prima che estetico? Berto se lo domanda di continuo, sfidando, prima che gli altri, se stesso. E resta solo.

Come lo vede da lontano Montanelli: risucchiato per vivere dal mondo del cinema, Berto restava «il meno adatto - lui così scontroso e impacciato e candido - a muoversi con disinvoltura in quel mondo di dritti, di venditori di fumo, di assegni a vuoto, di cambiali in protesto e di promesse non mantenute. Quando lo vedevo in via Veneto o in Piazza del Popolo imbrancato con certi tipi, pensavo a Fitzgerald e mi si stringeva il cuore».


La Stampa – 30 dicembre 2014

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