02 ottobre 2015

PASOLINI SUL SUO ACCATTONE



LA VERITA' SUL MIO ACCATTONE

di Pier Paolo Pasolini

Prima di tutto una piccola precisazione sul contenuto della sceneggiatura: Accattone non si sucida: muore semplicemente per disgrazia. E' una morte ambigua, è vero, che lascia aperta la possibilità di pensare che ci sia nel fondo di Accattone un disperato e inconscio desiderio di morire, ma lascia anche aperta la possibilità di pensare che si tratti di un disegno della Provvidenza, per esempio.
Si badi, che io non sono credente: ma la mia comprensione del mondo non sarebbe tale se non comprendesse anche le vicende che capitano ai credenti. Credente è Stella, e credente è Accattone: due sottoproletari, e peggio, due relitti: lei figlia di una prostituta, costretta a un lavoro miserando, lui ormai abbandonato da ogni senso morale, sfruttatore, ladro, disperatamente chiuso nella sua ansia di sopravvivere. Tuttavia Stella crede, e lo ammette, e lo sa, e lo vuole: in Accattone la fede non è che un relitto, come ogni altro sentimento in lui, completamente deformato dall'ambiente, o, per così dire, dalla deformazione professionale. La fede di tutti e due è ingenua, superstiziosa e quasi sacrilega: ma c'è. E la loro vita morale- quel filo di vita morale che resta loro - è regolata da quel moncone di fede.
Io che sono marxista sarei sciocco se non ammettessi che le masse sottoproletarie sono ancora succubi di tale fede, e che la loro vitalità è una forma, tutto sommato, di religiosità.
La tranche de vie che, in qualche modo, è questo racconto è cucita col filo rosso di questa fede, atroce, pagana, barocca, corrotta. Come in Una vita violenta il Tommasino si salva – moralmente – sia pure per un pelo – attraverso un'esperienza psicologica-politica, qui Accattone si salva (come indica il sogno) attraverso l'esperienza irrazionale e religiosa dell'amore. E' un caso più comune, questo, evidentemente: benché portato alle estreme conseguenze, alla violenza della tragedia.
“Credo che gli scrittori di oggi, impazienti e distratti...” dice il Carnelutti. Ah no. Vorrei, a proposito di questioni teoriche come “realismo” e “verismo”, rimandare il critico, e l'eventuale lettore, al mio grosso libro di saggi Passione e ideologia (garzanti, 1960): ma qui vorrei fare almeno una precisazione terminologica. Quello che il Carnelutti chiama “realismo”, è in realtà, nella prassi appunto terminologica vigente, il “verismo”, o “naturalismo”, di fondo ideologico positivistico, e quindi limitato, mera descrizione della realtà: documento più o meno lirico (se interviene il monologo interiore, come nel Verga) nel migliore dei casi. Per “realismo” ora s'intende un'arte che piega la descrizione a una interpretazione ideologica della realtà: si può quindi parlare di realismo cattolico o realismo socialista ecc.
Certamente la “verità” di cui parla Carnelutti, non è la mia: ma, ripeto, pur essendo marxista, sarei sciocco se prescindessi dalla verità, sia pur corrotta e disperata, dei miei personaggi: è ad è essa che che essi si conformano: ed è l'accadere di essa che io, oggettivamente, racconto .
Ma il modo con cui Accattone “si salva”, arriva a quel minimo barlume di luce, per me non può essere che una tragedia nella tragedia: ecco perché Carnelutti non si sente soddisfatto compiutamente del mio racconto. Sente che il trionfo della verità, sua e di Accattone, non è per me un trionfo: ma un'ammissione. E quindi il tono fondamentalmente tragico, anche se la conclusione è la salvezza.
Non posso poi - a fortiori – seguire il Carnelutti nelle sue preoccupazioni precettistiche e pedagogiche, nel suo interesse paternalistico per le reazioni del pubblico. Prima di tutto rispetto il pubblico: non lo voglio considerare un infante da umiliare con la mia sollecitudine; e poi, quello che voglio insegnare io al pubblico, la mia religione – non è, come qui ho cercato di spiegare, quella del Carnelutti: la mia verità ha la v minuscola.

Questo testo, finora inedito, è tratto da Accattone, Edizioni Cineteca di Bologna/Cinemazero, pagg. 252, € 17,00


Ripreso da  Il Sole24ore, 27 settembre 2015.
Ringrazio Cettina Vivirito per avermelo segnalato.

1 commento:

  1. Sono rimasto particolarmente colpito, leggendo questo inedito di Pasolini, dalla sua ultima frase:"la mia verità ha la v minuscola".

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