15 giugno 2015

L'INQUIETUDINE DI ANTONIO TABUCCHI



Riprendiamo un  articolo su Antonio Tabucchi, trovato in rete, che sintetizza bene l'opera dello scrittore “italo-portoghese”.

Osvaldo guerrieri
Tabucchi, la letteratura come inquietudine

Il 25 marzo di un anno fa moriva a Lisbona Antonio Tabucchi. Aveva sessantotto anni e nessuno sapeva che era malato. Anche gli amici ignoravano che un cancro ai polmoni gli stava spolpando la vita.
L’urna con le sue ceneri fu collocata nella cappella gotica del cimitero dei Prazeres dedicata alla memoria degli «escritores portugueses»: sembrava la scelta più naturale custodire in quel luogo i resti del più portoghese dei nostri scrittori. E poi, come per indicare un legame astrale, la cappella della «saudoza memoria» non è molto distante dal monastero dei Jeronimos dove riposano le spoglie di quel Pessoa che Tabucchi fece conoscere in Italia, tradusse in collaborazione con la moglie Maria José de Lancastre, detta Zé, e divenne quasi un suo misterioso doppio.
Naturalmente Tabucchi non è stato soltanto il fervido divulgatore della poesia di Fernando Pessoa, né l’inquilino di Lisbona tanto abbagliato dalla sua luce da suggerire agli amici l’immagine dell’italiano che sogna in portoghese. Tabucchi è stato molte altre cose che, pur diverse fra loro, sono riuscite ad armonizzarsi dentro la sua persona. È stato un viaggiatore e un uomo del mondo che, oltre a Pisa e all’amato rifugio di Vecchiano, oltre a Lisbona, aveva Parigi nel cuore e nella mente. È stato un narratore di atmosfere misteriose. È stato un intellettuale senza padroni, obbediente al motto «non serviam»: non servirò.


Queste sue molteplici facce, quasi una proiezione del «baule pieno di gente» di cui trabocca la poesia di Pessoa, sono rintracciabili in una produzione letteraria che ha raggiunto presto il cuore dei lettori, da Piazza d’Italia a Notturno indiano che, pubblicato nel 1984, fu trasformato in film nel 1989 da Alain Corneau. Nel 1994, anno per lui importantissimo, Tabucchi pubblicò due libri che ancora oggi paiono fondamentali. Il primo era Requiem, scritto direttamente in portoghese e solo successivamente tradotto in italiano. In quelle pagine si incontrano tutti gli incubi e i sogni dell’io narrante, tutte le persone che gli sono state care, compreso Pessoa che parla in inglese.  
L’altro libro era Sostiene Pereira, che diede a Tabucchi una larghissima rinomanza e nel ’95 diventò un film di successo con la regia di Roberto Faenza. Quando il romanzo finì nelle mani di Marcello Mastroianni, l’attore, a lettura finita, si attaccò al telefono, chiamò lo scrittore e gli disse, quasi gli urlò: «Pereira sono io!» come rivendicando una primogenitura interpretativa. Complessa la genesi del Pereira. Tabucchi trasse il nome da Eliot e da un suo piccolo intermezzo intitolato What about Pereira? In un articolo scritto per Il Gazzettino, contenuto in appendice al volume pubblicato da Feltrinelli, confessò che Pereira veniva a visitarlo per chiedergli di essere scritto. Sembrava un personaggio in cerca di autore, un’invenzione di Pirandello.

Ma Pereira era esistito. Tabucchi lo aveva incontrato a Parigi. Era un giornalista portoghese rifugiatosi in Francia per difendersi dalle rappresaglie poliziesche dopo avere scritto un articolo contro la dittatura. Tornato in patria dopo la caduta di Salazar, nessuno si ricordava più di lui. Tabucchi se lo trovò sotto gli occhi leggendo il necrologio della sua morte. Andò a salutarlo. Disteso nella bara, gli parve grasso e flaccido. Tornarono i ricordi, poi la fantasia fece il resto. 
Al di là della riuscita letteraria, Sostiene Pereira segnò uno snodo cruciale nella vita e nella carriera di Tabucchi. Il romanzo dell’intellettuale che dalla sua marginalità si oppone a un regime dittatoriale superava la dimensione della favola e diventava un simbolo di condotta civile. In Italia erano gli anni dell’ascesa berlusconiana. I maîtres-à-penser che avevano nutrito l’animo di Tabucchi - primo fra tutti Camus e il suo homme révolté - si svegliarono. E lui, anche quando continuava a offrirsi come narratore, si trasformava in uomo pubblico. «Non crede - domandava il personaggio del Convitato nel finale di Requiem - che sia proprio questo che deve fare la letteratura, inquietare?». 
E Tabucchi, fuori e dentro la letteratura, inquietava, provocava. Nell’attività politica di Berlusconi, e nell’opposizione insignificante, vedeva un paese condannato alla deriva. Cominciò a protestare. Pubblicò articoli durissimi su Micromega e su Le Monde. Sull’Unità attaccò Renato Schifani e il presidente del Senato lo denunciò chiedendo un milione di euro come risarcimento. «Sosteniamo Tabucchi» proclamò Le Monde raccogliendo firme di solidarietà tra gli intellettuali di tutto il mondo.

Ma Tabucchi si considerava così libero da andare anche contro gli «intellos» che lo avevano sostenuto. È accaduto in occasione dell’ultima battaglia civile combattuta contro Cesare Battisti. In Francia l’ex terrorista condannato in contumacia dalla giustizia italiana per quattro omicidi commessi durante gli anni di piombo aveva ottenuto una larga rete di protezione. Gli «innocentisti a priori», primo tra tutti il filosofo Bernard-Henri Lévy, lo consideravano un perseguitato, la vittima di un sistema iniquo. 
E Tabucchi reagiva, li trattava da ignoranti, da gente che non sapeva l’italiano e perciò non era in grado di leggere una sentenza. Gente, soprattutto, che ignorava la Storia. Era fatto così, ed è superfluo notare come sembri essersi perduto, con lui, lo stampo dell’intellettuale che pone la verità e l’onestà al di sopra di ogni altro bene.  
È stato un uomo plurale come Pessoa, ed è su questa sua molteplicità che si snoderanno le tre giornate fiorentine con cui, un anno dopo, si renderà omaggio a un uomo che, alludendo a se stesso, aveva scritto: «Gli artisti sono sempre piccoli David di fronte a un enorme Golia. Non sono loro a far cadere i regimi, ma vivendo nell’Attuale, nel loro tempo, nel loro ”ora”, se non altro ne osservano le storture; se non altro, tentano di capire il perché e il quando delle cose, di ciò che non va. E capire è già molto».  

La stampa – 22 marzo 2013

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