12 maggio 2018

FRANCO BUFFONI, La linea del cielo











  Zitelle e tricicli

L’Ercole col triciclo consegnava le bombole del gas,
La Ebe era una cugina della mamma,
Allora si diceva l’uomo di fatica e la cugina zita.
Che s’erano sposati lo appresi nell’ora di epica,
Un matrimonio combinato dalla mamma
Celebrato alla Madonna della Ghianda
Nella brughiera di Somma Lombarda,
Lui che arrivava a piedi
Facendo forza su un cancello
Una murella da scavalcare,
Lei persino col bouquet da rilanciare.
E la mamma nell’attesa
Minou Drouet Françoise Sagan
Sfogliava l’Oggi.


Quell’odore di cantina
Itinerari biblici e mariani
Come prassi dolce di ascesi
Coltivata in parrocchie e rettorie:
Cristo del lago, Cristo
Del sasso per cuscino,
Cristo della barca, del monte, della strada
In versione armena etiopica slava,
E Madonne della Guardia e del Consiglio,
Annunziate e Marie Bambine,
Ornate nel giardino chiuso dell’anima
In melodie appagate.
Ma ci voleva il muschio vero del presepio
Per fare quell’odore di cantina
Che restava nell’atrio per un mese
E una bambina si faceva toccare lì.

Ul Sass de Preja Buia
Richiama insieme il movimento e l’immobilità
Ul Sass de Preja Buia in quel di Sesto
Sulla sponda orientale del Ticino
Appena uscito dal Verbano.
Una massa pesante come scheggia di Zumstein
Che in leggera erranza
Sullo strato di ghiaccio precambriano
E’ poi a fondo penetrata nel terreno
Al bivio per Taino.
Come la scheggia quella vera
Del vetro nel mio polso
Di bambino.


Un tocco sulla nuca
Squadre addestrate antiguerriglia centrando
Gerani in vasi ai posti di confine
Per ballatoi recisi da ringhiere,
Appartati combattenti su piastrelle
Dai colori opachi, antichi verdi e rossi
Accesi per giungere al tesoro
Sul pavimento del corridoio.
E d’estate è caldo il micascisto in cortile
Se ci si monta sopra a gambe nude
Lui si fa sentire,
Qualche graffio
E in fondo
A ginocchia ripiegate
Un buffetto
Quasi un tocco sulla nuca.

Non gioco
Erano bianche rosse allineate
Le macchinine nel cortile,
Ci giocavo d’estate all’ombra
Col pensiero, le spostavo di nascosto
Ogni giorno anche in vetrina.
Finalmente a Natale ne ebbi sei
Tre rosse tre bianche tutte in fila
Da spostare a mia voglia
Sul balcone, ma le dimenticai
Abbastanza presto, e l’anno dopo
Le regalai a un bambino vero.
Ora qui sopra Linate nel sole
In fase di attesa d’atterraggio
Mi sembra di toccarle e di giocarci
Bianche e rosse tra i tetti
Piatti e pochi platani
Due pini, una vetrina dall’alto
Terzo giro e subito riprende quota
Le regalo anche queste
Sono grande non gioco.


Nelle bocche del Delta
Da Carù Libri a Gallarate
Era la vita vera dei miei anni
Aggrappati allo scaffale.
E quando salivo sulla scalettina
Arrivando anche all’ultimo ripiano
Trovavo Hesse, Mann, il Baron Corvo
E persino Settembrini
Traduttore di Luciano.
Il Po intanto infrangeva
Di Gulliver mira e lineamenti
Con la testa alla Zamboni
E il corpo a ipotenusa sul Ticino.
Il Po era il pazzo
Che impediva al lamento del Tasso
Di farsi udire,
E da Ferrara a Venezia la pianura
Un’unica Gerusalemme
Incapace di affrancarsi dalle nevi del Rosa
Nelle bocche del Delta.

Al Teatro delle arti
I
Teche per monete, sigilli, gioielli
Per prostitute da campo
Di lanzichenecchi appestati…
Bacchino sedeva in prima fila a gambe aperte,
Il Rosso recitò fissandolo
Per tutto il tempo anche negli occhi.
II
Come dopo l’influenza che sembrava
Di non poter più stare
Al Teatro delle Arti
Bene come prima
Coi vecchi attori
Dalla mascella dura
A scandire egregiamente
Il passato di quando un poeta
Era a un tempo architetto ingegnere
Idraulico cartografo pittore,
Cantando e se fu quella
La guerra di cui parla Omero,
Andando in servitù via dal proscenio
E ripassando in pianto nelle vicinanze
Come fosse niente, per ritornare sullo scudo
O con lo scudo avvistati dalla torre
Che domina la valle.
Perché lo conosceva
I
Proprio perché lo conosceva
Dalle fanghiglie dell’infanzia
E la sera sovrastante proteggeva
Quell’aria in fin dei conti libera
Aria di città
In vista del balenio nel ventre,
La nebbia era un panno logorato
Una ragnatela tra le loro case.
Ma vedeva ugualmente la luce del bagno
Di là della stradina
E persino distingueva la sua sagoma
Da quella di suo padre
Attraverso il vetro smerigliato.
II
Di quando vedeva
Appeso al suo balcone
Il costume da bagno,
Lo slippino nero rovesciato
Con la parte più lucida nel sole
E s’era fatto troppo più corto
Dopo quel lavaggio
Il jeans nocciola di velluto a costine.
III
Chi ha tirato quel pallone in rete
Scartando due avversari?
E’ la tua maglia la tua velocità
Che ha battuto il tempo della strada,
Non sei ancora uscito quella sera e non rientrato
E la moto è in giardino
Silvano il pasticcere
Silvano il pasticcere sedicenne
E Guido diciottenne tornitore
Profittavano a Vizzola Ticino
Delle pause-pranzo per vedersi.
Guido passava con la sua Yamaha
E insieme scendevano sul greto
A mangiarsi il panino dei baci.
Per niente strano l’incidente di ritorno
Per via dell’improvvisa
Retromarcia di un camion.
La foto sulla Prealpina
Mostra due mani di vaniglia
Ancora avvinte alla tuta
Sbiadita su un fianco.
Il Porro Lambertenghi
Oggi che non si studia più la storia del Risorgimento
E le vecchie insegnanti sono in pensione o morte,
Ricordo lo stupore bisbigliato della Martegani Carla
Restia ad aprire i libri
Alla terza menzione degli eroi carbonari
Il Maroncelli il Pellico il Porro Lambertenghi…
“Ma perché? Era un suo parente?”
Ferma all’uso semplice di premettere “povero”
In lombardo al nome del defunto caro.
Per Petrarca Ticino era Tesín
Per Petrarca Ticino era Tesín –
Vedi il sonetto
Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige et Tebro –
Per noi ancora oggi è “Tisín”.
Diventa trisillabico il suo nome
Ispessendosi a nuova nascita toscana
Solo per irretirmi nottetempo piano.
Torna Tisín in luce mattutina
Se cerco un Enrico dal tono dimesso
Che venga a pescare al Ticino,
E compatto rilasci frustate
Ritraendo gomito e spalla. Quando
Poi si riassesta vorrei chiacchierare
Magari di letteratura
Perché l’Enrico che cerco
Conosce di metrica qualche misura.

NOTE
La mia genealogia “tematica” è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere alla Roma di Bertolucci e Bellezza. Con sintesi efferata potrei forse schematizzare in questo modo: Saba-Pasolini-Penna-Bertolucci-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni? Tentando però una conciliazione, grazie a una definizione che proprio il codificatore di Linea lombarda, Luciano Anceschi, ci ha lasciato: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali” è la poetica. Se dunque le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a loro agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative – la mia officina, insomma – rimane saldamente legata a “quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo” che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi, Sereni in primis. Non a caso, forse, anche logisticamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma.
Se il risultato più evidente della fusione delle due linee in poesia è costituito da testi quali Il terzino anziano (“Erano invecchiati / Anche quelli della sua età, / Con l’erba verde tra i piedi / E l’odore di maglia a righe. / Ma lui restava, in difesa, / Pesante / A sentirsi i figli / Crescergli contro / E vendicarsi”), questo libro costituisce un più organico tentativo di convogliare le poesie “lombarde” e le poesie “romane” su un unico binario, che vorrei definire di una personale linea “lombardo-appenninica”, secondo un criterio etico – le mie moralità, i miei ideali – e secondo un criterio di confezione testuale: i miei sistemi tecnici, le mie norme operative. La Lombardia dei ricordi e dei continui ritorni; e la Roma dei pensieri. Come se dal Buffoni lombardo di una giovinezza che non trova scampo, in dialogo col Buffoni romano che concepisce la poesia come attività sapienziale (“rivelazione di parole espressa in parole” diceva Wallace Stevens), fuoriuscisse un poeta che non miscela ma fonde, cercando di evitare il rischio di pensarla in modo diverso sullo stesso argomento, a seconda che ne scriva da Roma o da Milano. “Egli” a Roma, “lui” a Milano: un po’ come la barista cinese della poesia Confucio con Maometto a San Lorenzo. E forse un po’ anche come la sintesi della lettera di Sereni a Pasolini del 27 gennaio 1954 sul poemetto Canto popolare, poi entrato nelle Ceneri di Gramsci: “… oltre al tuo solito coraggio, c’è anche quello, non so quanto raro in te ma abbastanza raro al di sopra di un certo livello, di correre il rischio di fare dei versi brutti pur di dire una certa cosa che preme e che se non fosse detta toglierebbe buona parte del significato ai versi più belli”. Con bene in vista la stilettata audeniana: “Due poesie mi chiedevano oggi di essere scritte: ho dovuto rifiutarle. Mi dispiace, mia cara, troppo tardi. Mi dispiace, tesoro, non ancora.” E la sorniona grazia zanzottiana: “Nessun diritto è riservato: / magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato”.
Zitelle e tricicli. Marie-Noëlle (detta Minou) Drouet (1947), poetessa-bambina negli anni Cinquanta. Françoise Sagan (1935-2004) scrittrice di successo con il romanzo Bonjour tristesse (1954). “Oggi” era allora un settimanale molto diffuso.
Ul Sass de Preja Buia. E’ un enorme micascisto, un masso erratico, ritenuto sacro fino all’inizio del Novecento per la fertilità delle giovani spose, che contro di esso andavano a strofinarsi. Zumstein è una delle cime del Monte Rosa. Taino è un borgo situato nella brughiera del Parco del Ticino.
Nelle bocche del Delta. Zamboni è un toponimo all’interno della catena del monte Rosa. Da lì inizia la traversata del ghiacciaio delle Loccie. Una fantasia alla Gulliver mi induceva ad appoggiarvi il capo, distendendo il corpo a mo’ di ipotenusa coi talloni alla confluenza del Ticino nel Po. I due cateti erano la pianura padana e il monte Rosa. The Lament of Tasso e Stanzas to the Po sono opere poetiche di G.G. Byron.
Al Teatro delle arti. La mia prima poesia, La Scuola di Atene vista da Caravaggio, pubblicata da Giovanni Raboni su Paragone nel 1978, si concludeva con un invito rivolto da Caravaggio al suo Bacchino a scendere tra i più belli della Scuola d’Atene. In epoca ancora precedente il Bacchino in platea ero io.

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