09 agosto 2016

ERASMO DA ROTTERDAM PIU' MODERNO DEI MODERNI

Albrecht Dürer, Studio per una testa di apostolo, particolare

Erasmo, fiammingo radicale in un'era di fuoco 

Massimo Firpo

Erasmo da Rotterdam fu senza dubbio uno dei grandi sconfitti della lacerante crisi religiosa del Cinquecento, le cui tensioni di rinnovamento cristiano finirono in larga misura con lo sfociare nella nascita di nuove Chiese istituzionali fondate su rigide ortodossie teologiche e su altrettanto rigidi principi di obbedienza al magistero delle autorità costituite. Dalla lotta contro gli intollerabili abusi, la profonda corruzione e gli errori della Chiesa di Roma, insomma, scaturirono non solo la frantumazione confessionale della christianitas europea e una lunga stagione di lotte religiose, ma anche l'affermarsi di nuovi autoritarismi ecclesiastici variamente protesi a realizzare, in sostanziale accordo con i poteri politici, strategie di disciplinamento sociale, di controllo delle coscienze, di repressione del dissenso. In questa prospettiva a Erasmo toccò lo sgradevole destino di essere condannato e vilipeso da entrambe le parti delle barriccate teologiche che si vennero allora costruendo. «Aut Erasmus lutherizat, aut Lutherus erasmizat», denunciavano i teologi cattolici, convinti che l'eresiarca sassone si fosse limitato a covare le uova deposte dal perfido umanista fiammingo. Dopo qualche blando corteggiamento della curia romana per attirarlo entro la propria orbita al fine di utilizzare nelle battaglie controversistiche il suo straordinario prestigio culturale, egli non tardò a diventare oggetto di aspre polemiche, fino all'inclusione dei suoi Opera omnia nel primo Indice romano del 1558. Né miglior fortuna gli arrise nel mondo riformato, dove il De servo arbitrio da lui pubblicato contro Lutero nel 1524 lo fece apparire non solo come un pericoloso avversario, che aveva cercato di stroncare sul nascere La Riforma, ma anche come un mediocre teologo, incapace di districarsi dagli errori della Chiesa papale. Non del tutto arbitrariamente, invece, a rivendicarne l'eredità furono gli eretici radicali come gli antitrinitari da tutti esecrati e perseguitati alle origini del socinianesimo europeo.
Pur oggetto di unanimi invettive e condanne, tuttavia, la grande lezione filologica, intellettuale e morale di Erasmo sopravvisse tenacemente in molteplici filoni carsici della cultura europea, fino alla sua riscoperta tra Sei e Settecento, sullo sfondo di quella profonda crisi della coscienza europea che metteva fine al lungo secolo di ferro delle feroci guerre di religione e apriva la strada alla nuova stagione dei Lumi. Fu allora, tra il 1703 e il 1706, che Jean Leclerc (autore dell'Ars critica e professore nel seminario rimostrante di Amsterdam - nella libera Olanda - dove era ben viva la tradizione sociniana) ripubblicò a Leida in dieci massicci volumi in folio gli Opera omnia di Erasmo, sui quali sono basate le traduzioni degli Scritti religiosi e morali, ora pubblicati nei «Millenni» Einaudi (a cura di Cecilia Asso, progetto editoriale e introduzione di Adriano Prosperi, pp. LV-564, € 78,00). Ma ancor oggi la memoria storica del suo nome è spesso accompagnata da una mistificatoria fama di uomo incerto e timoroso, declinata ora in chiave di saggio moderatismo ideologico (così lo ha voluto presentare qualche anno fa Silvio Berlusconi, forse l'antitesi più perfetta di Erasmo che mente umana possa concepire), ora in chiave di ambigua pusinanimità o addirittura di mediocre opportunismo, come una banderuola esposta a tutti i venti, secondo l'immagine coniata da un esule italiano religionis causa qualche anno dopo la sua morte, avvenuta a Basilea nel 1536.
In realtà Erasmo fu capito assai meglio da Hans Holbein che lo ritrasse in una celebre tavola del '25, nel pieno dello scontro con Lutero, avvolto in un'elegante pelliccia, con lo sguardo acuto e sereno nel volto affilato, e le lunghe mani poste su un grande volume rilegato in pelle rossa (uomo del libro egli fu quant'altri mai), sulle cui coste si legge - oltre al suo nome -, in greco, Le fatiche di Ercole. Vera e propria fatica di Ercole era stato infatti il suo immane lavoro di umanista e di teologo per risalire alle fonti più antiche e autorevoli della dottrina cristiana e offrirle ai suoi contemporanei nella loro veste originaria, depurate dalle corruzioni testuali e dalle incrostazioni scolastiche: la clamorosa edizione del testo greco del Nuovo Testamento apparsa a Basilea nel 1516, e poi una dietro l'altra le massicce edizioni in folio dei grandi Padri della Chiesa, Agostino, Ambrogio, Girolamo, Cipriano, Ireneo, Ilario, Giovanni Crisostomo, Gregorio di Nazianzo, Basilio, Origene. C'era, in quel lavoro ciclopico, fondato sulla grande lezione filologica di Lorenzo Valla (di cui nel 1505 Erasmo pubblicò le Adnotationes in Novum Testamentum), sulla conoscenza delle lingue sacre - il latino, il greco e l'ebraico - e su una sterminata cultura classica, la cifra ultima del suo umanesimo cristiano, della sua «militia Christi», vale a dire l'impegno a riscoprire il cristianesimo nella sua purezza primigenia, nell'autentica parola di Dio, nel suo messaggio di carità e giustizia. Quali ne fossero le conseguenze sul piano della concreta pratica di vita fu egli stesso a dirlo, cercando di convincere i suoi riottosi contemporanei ad aderire a questa rinnovata «philosophia Christi», in una miriade di scritti e opuscoli ovunque stampati, e subito ristampati e tradotti, esempio lampante delle nuove possibilità di circolazione delle idee offerte dall'invenzione della stampa, capace di creare nuove forme di opinione pubblica: il Morìae encomium (1511), 1'Enchiridion militis christiani (1503, 1518), la Ratio verae theologiae (1518), i Colloquia (1522), il De immensa Dei misericordia (1524), l'Exomologesis, sive modus confitendi (1524), il Modus orandi ad Deum (1524), la Christiani matrimonii institutio (1526), l'Explanatio symboli apostolorum (1533), il De sarcienda Ecclesiae concordia (1533), l'Ecclesiaste, sive de modo concionandi (1535), per ricordare solo i più celebri.
Ed è appunto una ricca e accurata edizione di scritti religiosi e morali che questo volume ci offre, e che nell'introduzione Adriano Prosperi presenta con la consueta finezza, sottolineando l'irriducibilità di Erasmo all'abusato profilo dell'«uomo buono per tutte le stagioni», del «sereno letterato immerso nei suoi libri che si lamenta per i fragori della guerra», per sottolineare invece il radicalismo (il radicalismo mite, si vorrebbe dire) della sua proposta religiosa. Nella sua celebre affermazione secondo cui «monachatus non est pietas», infatti, si celava non tanto la pungente vena anticlericale che pure fu tutt'altro che estranea alle opere di questo ex monaco e allo strepitoso successo che esse incontrarono da un capo all'altro dell'Europa, quanto un'interpretazione spiritualistica del cristianesimo che cozzava frontalmente con le pratiche superstiziose e reificate del cattolicesimo contemporaneo: culto delle reliquie, formalismo devozionale, indulgenze, pellegrinaggi, voti ecc. E vi si esprimeva il bisogno di una religione autentica («pietas», la definiva Erasmo, sottolineandone l'interiorità) che, se da un lato rinviava alle fonti primigenie del cristianesimo, dall'altro ne richiamava l'originaria valenza anzitutto morale, che metteva in secondo piano le sterili sottigliezze teologiche in cui si erano arenate le astruse dispute della tarda scolastica e che proprio in quegli anni si accingevano ad affilare le armi metaforiche della controversistica e quelle reali delle guerre di religione e della repressione inquisitoriale. Proprio per questo egli scelse di battersi contro Lutero («Eleutherius», come lo aveva definito in un primo momento) non sull'autorità della Chiesa e dei canoni, ma sulla questione della predestinazione e della libertà dell'arbitrio; e Lutero, teologo tutto d'un pezzo, lo esecrò come blasfemo ma gli diede atto del fatto che «solo fra tutti» il grande umanista fiammingo aveva «affrontato la vera questione, il punto cruciale cioè, senza importunarmi con altri problemi fuori luogo, come il papato, il purgatorio, le indulgenze e cose simili, sciocchezze più che vere questioni». La sopravvivenza dell'eredità erasmiana nella tradizione sociniana e rimostrante, del resto, si spiega appunto con la sua rivalutazione di un cristianesimo interiorizzato, fondato sulla lettura della Bibbia, incentrato sulla pratica dell'amore reciproco più che sull'ortodossia dottrinale, e quindi teologicamente flessibile, tollerante, disponibile ad approcci soggettivistici, nemico di ogni violenza e di ogni imposizione autoritaria della fede. Ed è forse per questo che non ne sono mancate moderne e decontestualizzate riproposizioni in chiave ecumenica, suggerite dall'appello da lui formulato nel 1533 affinché tutti «si comportino secondo coscienza di fronte a colui che conosce il cuore degli uomini» e «si discuta con moderazione nelle dispute teologiche».
La sua esortazione a una «modica theologia» fu tuttavia sconfitta dagli eventi, spesso guidati da teologi che pure sui suoi scritti si erano formati, come Zwingli, Melantone, Ecolampadio, come sottolinea Prosperi, e con essa il suo sforzo di tradurre «i valori della cultura antica in un modo diverso di concepire e di vivere il cristianesimo». L'età dell'Umanesimo veniva travolta da quella della Riforma, che rifluiva invece nei modelli neoscolastici della nuova apologetica confessionale e nel rigorismo dottrinale delle nuove ortodossie ecclesiastiche. La paura delle eresie indusse la Chiesa cattolica a proibire ai fedeli la lettura della Bibbia in volgare e a imporre ai teologi l'uso della Vulgata, condannando con un tratto di penna la filologia erasmiana che, lungi dal configurarsi come mero esercizio di erudizione, era anzitutto scrupolo di verità che «diventava strumento della pietà» (Prosperi): «Io dissento totalmente - aveva scritto - da coloro che non vorrebbero che il popolo leggesse le Sacre Scritture tradotte in volgare, come se Cristo avesse insegnato cose così astruse da poter essere capite solo da un gruppetto di teologi, o come se la massima sicurezza della religione cristiana consistesse nell'essere ignorata».


Da Alias il manifesto, 7 agosto 2004

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