05 agosto 2016

PAVESE ALLA RADIO


Nel 1950 Cesare Pavese concesse una lunga intervista alla radio (la televisione non c'era ancora) che presenta elementi di grande interesse per la comprensione dello scrittore. Pasquale Briscolini ne ripercorre gli elementi portanti.

Pasquale Briscolini

Intervista alla radio” Ovvero, la sua ultima auto-interpretazione

Siamo a giugno del 1950 quando Pavese prepara il manoscritto per un’intervista alla radio, con Leone Piccioni e la sua rubrica “Scrittori al microfono”. Sembra un’analisi molto lucida, serena, che esprime per certi versi anche le linee guida per un programma di lavoro da portare avanti, salvo per un punto sul quale, con il senno di poi, “vengono i brividi”. Dirà infatti, parlando dei suoi personaggi, in un punto che anticipiamo e sul quale ritorneremo poi procedendo con ordine: “… così egli spera di continuare a farli, fin che gli bastino le forze”. Quelle forze finiranno in meno di due mesi.

L’intervista era stata preventivamente strutturata su alcune grandi domande che riguardavano il lavoro dello scrittore; la prima era la seguente:

“La critica abbastanza concordemente ha indicato le varie fasi attraverso le quali è passato il Suo lavoro: dall'influsso degli americani, ad un neorealismo polemico, fino a toni schiettamente nostrani e talora regionalistici. Vuol parlare Lei stesso agli ascoltatori del Suo cammino e dei Suoi propositi?”

Sarebbe stato interessante poter riascoltare l’intervista dalla viva voce dei due dialoganti, Leone Piccioni e Cesare Pavese, ma purtroppo non è più possibile in quanto la RAI non ha conservato alcuna registrazione con la voce di Pavese. Non solo di questa intervista (ammesso che sia stata registrata, e che non si sia concretizzata solo nella consegna di un manoscritto), ma di ogni altra intervista, ad esempio in occasione della consegna del Premio Strega del ’50. 
Insomma, non è più possibile ascoltare la voce di Pavese; abbiamo un grande rammarico, ma questa è la nuda verità. In questo caso dobbiamo accontentarci del manoscritto preparato per l’occasione. Ecco come Pavese risponde alla prima domanda di Leone Piccioni:

Sono ormai dieci anni che la critica ha la bontà di occuparsi regolarmente di me, dei vari racconti che vado scrivendo, e negli ultimi anni ha detto su qualcuno di questi racconti cose assai lusinghiere e fini, cose che sarei felice di sottoscrivere io stesso. Sia quindi chiaro che se oggi farò un appunto a questa critica - presa nel suo insieme - ciò non nasce da sciocca insofferenza di giovane autore, bensì - oso dire - dal desiderio di collaborare al chiarimento di uno dei problemi più discussi della nostra odierna cultura.

Parlo del cosiddetto influsso nordamericano, cioè non soltanto di me, Cesare Pavese, bensì di quella piccola rivoluzione che, intorno agli anni della guerra, ha mutato - dicono - la faccia della nostra narrativa. Quando si parla di Hemingway, Faulkner, Cain, Lee Masters, Dos Passos, del vecchio Dreiser, e del loro deprecato influsso su noi scrittori italiani, presto o tardi si pronuncia la parola fatale e accusatrice: neo-realismo. Ora, vorrei ricordare che questa parola ha soprattutto oggi un senso cinematografico, definisce dei film che, come Ossessione, Roma città aperta, Ladri di biciclette, hanno stupito il mondo - americani compresi - e sono apparsi una rivelazione di stile che in sostanza nulla o ben poco deve all'esempio di quel cinematografo di Hollywood che pure dominava in Italia negli stessi anni in cui vi si diffondevano i narratori americani.

Come avviene che la stessa etichetta definisca con lode una cinematografia e con biasimo una narrativa, che pure sono nate contemporaneamente sullo stesso terreno intriso di succhi nordamericani?

L'appunto che vorrei fare alla nostra critica è questo: si è mai provata questa critica a definire lo stile, la maniera narrativa nordamericana, ricercandone le radici e i modelli storici? Lo sa questa critica che senza Kipling non si spiega Hemingway, senza l'espressionismo tedesco e i russi non si spiegano né O' Neill né Faulkner, senza Maupassant non si spiegano Fitzgerald, Cain e tutti gli altri? Non occorreva affatto uscire dall'Europa per diventare, come si dice, neorealisti. Ancora un passo e potremo sostenere, con ragione, che furono gli americani a imparare in Europa il neo-realismo narrativo (beninteso, come tecnica, non come spirito), così come adesso stanno di fatto rimparando da noi quello cinematografico.”



Certo, si può condividere o meno il contenuto dell’analisi, ma è innegabile la profondità della stessa. Ci si rende conto di quanto i dieci anni di traduzioni intensive siano in realtà servite a Pavese per “studiare”, in particolare le letterature delle due parti del mondo, per confrontarle e capirne i collegamenti. Questo in generale; poi passa al suo caso personale per il quale commenta la valutazione dei critici con un certo risentimento:

Resta il mio caso personale. Chiedo scusa ma, quando mi si descrive come uno che sarebbe passato dall'americanismo al neo-realismo polemico e poi addirittura al regionalismo nostrano, io confesso di non capire.

Cominciando dall'americanismo, suppongo si pensi alla dozzina o circa di narratori anglosassoni, che ho tradotto dal 1930 al '40. Ma, lasciando stare che in quegli anni componevo pure le poesie di Lavorare stanca per cui sarebbe difficile trovare un modello anglosassone nel nostro secolo, è grossolano credere che il tradurre abbia l'effetto di avvezzare la mano a quel dato stile da cui si traduce. Il tradurre - parlo per esperienza - insegna come non si deve scrivere; fa sentire a ogni passo come una diversa sensibilità e cultura si sono espresse in un dato stile, e lo sforzo per rendere questo stile guarisce da ogni tentazione che si potesse ancora nutrire di sperimentarlo in proprio. Alla fine di un periodo intenso di traduzioni — Anderson, Joyce, Dos Passos, Faulkner, Gertrude Stein - io sapevo esattamente quali erano i moduli e le movenze letterarie che non mi sono consentiti, che mi restano esterni, che mi lasciano freddo. Come sempre quando ci si mescola e avvezza a gente molto esotica e impensata, mi ritrovavo alla fine più isolato, più scontroso, ma anche più furbo, nel vecchio senso piemontese del termine.”

Viene da riflettere sul lavoro del traduttore e sulla sua fatica “per rendere uno stile”. Rosa Calzecchi Onesti, riferendosi alla traduzione dell’Iliade e alla laboriosissima interazione con Pavese, così parlava di questo lavoro:

“il traduttore che cosa fa? “Sente” profondamente la bellezza del testo da cui parte e conosce le possibilità della lingua d’arrivo: possibilità musicali, fantastiche, evocatrici. La questione diventa questa: le evocazioni delle parole italiane possono essere le stesse di quelle della lingua d’origine ma possono anche non esserlo, e quindi le armoniche che si suscitano sono diverse, sono altre e possono essere bellissime, assolutamente bellissime anche quelle. Però non c’è mai la possibilità di rendere completamente la poesia o il brano scritti in un’altra lingua. C’è questa “impossibilità”, che però è una impossibilità – come dire – ricca, invece che impossibilità povera.  E allora il traduttore deve sempre in qualche maniera giustificare il perché ha tradotto in un certo modo, che cosa nel risultato ottenuto non “si sente” più e che cosa invece magari “si sente meglio”, rispetto alla resa che dava la lingua originale”.

Ma ritorniamo a Pavese, che insiste sul proprio lavoro per rivendicarne con forza l’autenticità:

E poi, guardiamo alle date. Nessuno dei miei critici vuol credere che il mio racconto Carcere sia stato scritto, nella forma in cui compare nel volume Prima che il gallo canti, nel 1939 ‒ e ciò perché col suo stile tutto evocativo e fantastico minaccia di rovinare la teoria ch'io abbia cominciato proprio in quell'anno col neo-realismo all'americana. Ciò è semplicistico, e del resto nella carriera letteraria che mi si traccia non troverebbero posto libri come Feria d'agosto o i Dialoghi con Leucò, quei dialoghi che sono forse la cosa meno infelice ch'io abbia messo sulla carta.”

Qui colpisce, oltre alla determinazione con cui Pavese contrasta la tesi semplicistica del “neo-realismo all’americana”, anche la “modestia” con la quale parla dei Dialoghi come “forse la cosa meno infelice ch’io abbia messo sulla carta”. E viene in mente tutto il grande lavoro – di quantità e di qualità ­– fatto negli anni della sua breve vita e che Calvino riassume con grande efficacia:

“Per noi che lo conoscemmo negli ultimi cinque anni della sua vita, Pavese resta l’uomo dell’esatta operosità nello studio, nel lavoro creativo, nel lavoro dell’azienda editoriale, l’uomo per cui ogni gesto, ogni ora aveva una sua funzione e un suo frutto, l’uomo la cui laconicità e insocievolezza erano difesa del suo fare e del suo essere, il cui nervosismo era quello di chi è tutto preso da una febbre attiva, i cui ozi e spassi parsimoniosi ma assaporati con sapienza erano quelli di chi sa lavorare duro. Questo Pavese non è men vero dell’altro, del Pavese negativo e disperato, e non è solo consegnato ai ricordi degli amici, e a un’attività al di fuori delle pagine scritte; era quello l’uomo che “faceva”, l’uomo che scriveva i libri; i libri della maturità portano questo segno di vittoria e addirittura di felicità, sia pur sempre amara.”

Laddove invece fa dispiacere il giudizio di Pierpaolo Pasolini che, in un’intervista a Franco Contini del 1972 parla di Pavese come di uno scrittore “medio e anche mediocre”; sembrano per certi versi più comprensibili i giudizi sprezzanti di Moravia, ma da Pasolini si fa più fatica ad accettarli…

Procediamo con l’auto-analisi:

Mi si consenta di parlare della mia opera come se fosse quella di un altro, e io un critico che non ha nulla da perdere. Dirò dunque che quest'opera, cominciata scontrosamente in pieno periodo ermetico e di prosa d'arte, quando il castello della chiusa civiltà letteraria italiana resisteva imperterrito ai venti gagliardi del mondo, non ha sinora rinunciato alla sua ambigua natura, all'ambizione cioè di fondere in unità le due ispirazioni che vi si sono combattute fin dall'inizio: sguardo aperto alla realtà immediata, quotidiana, «rugosa», e riserbo professionale, artigiano, umanistico ‒ consuetudine coi classici come fossero contemporanei e coi contemporanei come fossero classici, la cultura insomma intesa come mestiere.”



Difficile negare che si tratti di un programma ambizioso e affascinante, a prescindere da una valutazione sul quanto Pavese  riesca a raggiungere l’obiettivo altissimo che si pone. D’altro canto è la frase del suo Diario che definisce la perenne “tensione emotiva” dell’opera d’arte: “tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti”: in questo caso gli opposti sono la classicità e la contemporaneità.

Della civiltà umanistica quest'opera vuole (sia detto con tutta umiltà) conservare il distacco contemplativo e formale, il gusto delle strutture intellettualistiche, la lezione dantesca e baudelairiana di un mondo stilisticamente chiuso e in definitiva simbolico. Della realtà contemporanea rendere il ritmo, la passione, il sapore, con la stessa casuale immediatezza di un Cellini, di un Defoe, di un chiacchierone incontrato al caffè.”

Qui si capisce anche la sua polemica verso coloro (anche politici della sua parte) che vorrebbero far prevalere negli scrittori le esigenze del presente, delle lotte sociali, o anche i tragici ricordi della guerra con tutti gli orrori compiuti verso l’umanità intera, in particolare con i campi di sterminio. Ma Pavese ha in mente entrambi i poli, in un difficile tentativo di renderli inscindibili:

Esigenze difficilmente conciliabili, è chiaro. Ma ci sembra che il tempo sia giunto: o adesso o mai più. In un'epoca come la nostra in cui chi sa scrivere pare non abbia più niente da dire e chi comincia ad aver qualcosa da dire non sa ancora scrivere, l'unica posizione degna di chi pure si sente vivo e uomo tra gli uomini ci sembra questa: impartire alle masse future, che ne avranno bisogno, una lezione di come la caotica e quotidiana realtà nostra e loro può essere trasformata in pensiero e fantasia. Per far questo, va da sé che sarà necessario non essere sordi né all'esempio intellettuale del passato - il mestiere dei classici, - né al tumulto rivoluzionario, informe, dialettale, dei nostri giorni. La crisi è, beninteso, soprattutto politica.”

“O adesso o mai più”, dice Pavese parlando del cambiamento in letteratura. Ma sembra che quella frase abbia per lui un significato più ampio, di un cambiamento radicale dopo la fine della guerra e l’inizio dell’esperienza democratica. Lo dimostra il suo tentativo di impegnarsi nella vita sociale, anche con l’iscrizione al PCI. Come purtroppo sappiamo, tutto il tentativo andò irrimediabilmente deluso e si concluse tragicamente. Ma la sua aspirazione di “adesso o mai più” riguardava una visione completa, dalla letteratura, alla vita sociale e a quella personale.

Scendiamo a più umili quote. Sarà forse chiaro adesso perché Pavese rifiuti l'etichetta di neo-realista, di regionalista, e via dicendo.”



Prendiamo da un vocabolario di Italiano la definizione di “neo-realismo”: “dicesi neo-realismo la corrente letteraria e, successivamente, tendenza artistica e cinematografica, che si propone di rappresentare realisticamente la vita umana e sociale, senza finzioni, artifici estetico-retorici, idealizzazioni”. Sentiamo invece da Pavese stesso quanto lui sia di fatto lontano da questo atteggiamento:

Mi spiego. Quando Pavese comincia un racconto, una favola, un libro, non gli accade mai di avere in mente un ambiente socialmente determinato, un personaggio o dei personaggi, una tesi. Quello che ha in mente è quasi sempre soltanto un ritmo indistinto, un gioco di eventi che, più che altro, sono sensazioni e atmosfere. Il suo compito sta nell'afferrare e costruire questi eventi secondo un ritmo intellettuale che li trasformi in simboli di una data realtà. Ciò gli riesce, beninteso, secondo il grado di concretezza, sensoriale, dialogica, umana, che porta nella sua elaborazione. Nasce di qua il fatto, non mai abbastanza notato, che Pavese non si cura di «creare dei personaggi». I personaggi sono per lui un mezzo, non un fine. I personaggi gli servono semplicemente a costruire delle favole intellettuali il cui tema è il ritmo di ciò che accade: lo stupore come di mosca chiusa sotto un bicchiere, in Carcere, la trasfigurazione angosciosa della campagna e della vita quotidiana nella Casa in collina, la ricerca paradossale di che-cosa siano campagna, civiltà cittadina, vita elegante e vizio nel Diavolo sulle colline, la memoria dell'infanzia e del mondo in La luna e i falò. I personaggi in questi racconti sono del tutto sommari, sono nomi e tipi, non altro: stanno sullo stesso piano di un albero, di una casa, di un temporale o di un'incursione aerea.”

Si ha infatti, alla fine della lettura di un’opera di Pavese, sia essa una poesia o un racconto breve o lungo (si fa sempre fatica a chiamarlo “romanzo” anche nel caso di un “racconto lungo”), la sensazione di una certa “evanescenza” dei personaggi e della storia, mentre è decisamente forte una “sensazione complessiva”, che è forse proprio quella che lui vuole e che chiama “il ritmo di ciò che accade”. Appunto: “la memoria dell'infanzia e del mondo in La luna e i falò”, “la trasfigurazione angosciosa della campagna e della vita quotidiana nella Casa in collina”, e così via.

Ecco perché Pavese, con ragione, ritiene i Dialoghi con Leucò il suo libro più significativo, e subito dopo vengono le poesie di Lavorare stanca. In ciascuno dei dialoghi con Leucò si rievoca con rapide battute dialogiche fra i due protagonisti un mito classico, veduto e interpretato nella sua problematica e angosciosa ambiguità, penetrato nel suo nòcciolo umano, spogliandolo di ogni bellurie neoclassica e trattandone i protagonisti come bei nomi carichi bensì di destino ma non di un carattere psicologico a tutto tondo. Così sono, più o meno, tutti i personaggi di Pavese, e così egli spera di continuare a farli, fin che gli bastino le forze.”



Con questa visione del suo lavoro di scrittore e poeta, con quasi tutto il valore dato al ritmo e al simbolo e poco alla storia e ai personaggi, diventa per lui ovvio mettere al primo posto Leucò e Lavorare stanca. E così sarà “fin che gli bastino le forze”.

Pavese risponde poi alle altre domande che Leone Piccioni gli aveva posto nel questionario:

“Vorremmo ora conoscere la Sua posizione nei confronti della narrativa italiana del passato e contemporanea. Pensa che il Suo lavoro si inserisca in una tradizione classica italiana? Quali indirizzi e quali nomi di contemporanei particolarmente apprezza?”

Alla stessa conclusione si arriva esaminando le predilezioni letterarie di Pavese, e con ciò si risponde alla seconda domanda del questionario. Prima che italiane le sue letture sono classiche e poi sovente straniere. Pavese ritiene massimi narratori greci Erodoto e Platone (a proposito, egli non fa differenza tra teatro e narrativa) - scrittori che mirano non tanto al personaggio ‒ come fanno invece Omero e Sofocle - quanto al ritmo degli eventi o alla costruzione intellettualistico-simbolica della scena.”

Ormai è tutto così chiaro che Pavese rischia di essere ripetitivo: non costruzione di personaggi a tutto tondo ma ricerca di ritmi e simboli. Questo si ritrova anche nella predilezione degli autori per le letture classiche.

Gli piace molto Shakespeare, ma non per la romantica ragione che questi crea personaggi indimenticabili, bensì per una più vera: il suo assurdo e meraviglioso linguaggio tragico (e anche comico), le terribili frasi o tirate del quinto atto in cui, per diversi che fossero i caratteri dei personaggi, tutti dicono sempre la stessa cosa. Gli piace, come narratore, Giovanni Battista Vico - narratore di un'avventura intellettuale, descrittore ed evocatore rigoroso di un mondo - quello eroico dei primi popoli - che ha sempre interessato Pavese e da anni gli ha fatto smettere ogni lettura amena per dedicarsi alle relazioni e ai documenti etnologici - testi in cui egli ritrova quel senso di una realtà simbolica e insieme fondata su saldissime istituzioni che, a suo parere, è la fonte prima di ogni poesia degna di questo nome.”



Ed ecco emergere, nello stesso tempo, sia il disinteresse per le letture amene, di evasione, che l’interesse forte per l’etnologia, e quindi tutto il filone di ricerca con Ernesto De Martino e la loro “Collana viola”. Argomento che Pavese considera addirittura “la fonte prima di ogni poesia degna di questo nome”.

Infine gli piace assai Herman Melville, il cui Moby Dick ha tradotto, non sa con quanta competenza, ma con molto trasporto, una ventina di anni fa e che ancora adesso gli serve di pungolo a concepire i suoi racconti non come descrizioni ma come giudizi fantastici della realtà.
Infatti i suoi racconti (compresi ovviamente i “racconti lunghi”) non sono mai “descrizioni” ma “giudizi fantastici della realtà”. E’ un po’ quello che sostiene anche nel saggio “Hanno ragione i letterati”, quando mette in evidenza la differenza, secondo lui profonda, tra il lavoro del giornalista e quello dello scrittore.
Questa lista di letture è, s'intende, solamente indicativa. Ma a che scopo fare un facile sfoggio di nomi? Resterebbero i viventi, gli italiani viventi, ma a che scopo farsi degli amici interessati e dei nemici? Meglio evitare il trabocchetto e dichiarare ‒ del resto, secondo verità ‒ che per Pavese il maggior narratore contemporaneo è Thomas Mann e, tra gli italiani, Vittorio De Sica.”


Insomma, con questa “intervista” Cesare Pavese ci fornisce l’interpretazione autentica del proprio lavoro. Autentica e definitiva, se consideriamo il periodo (estate del 1950) in cui venne rilasciata. Ci rendiamo conto, ancora una volta, che nel suo lavoro tutto è ricerca continua verso un punto limite che non si raggiunge mai. Ritmi, sensazioni, atmosfere; personaggi (peraltro non ben definiti, che possono far pensare alle sculture “apparentemente” incomplete di Michelangelo) come mezzo e non come fine. E il poter capire, con Calvino: “come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna”.  

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