18 febbraio 2018

M. BELPOLITI, Elogio dell'attesa


Il mare delle "due rocche" di Marsala in una mia foto


Non sappiamo più attendere. Tutto ormai deve svolgersi “in tempo reale”. Un eterno presente che uccide l'immaginazione e il piacere.

Marco Belpoliti

Elogio dell'attesa nell'era WhatsApp

Non sappiamo più attendere. Tutto è diventato istantaneo, in "tempo reale", come si è cominciato a dire da qualche anno. La parola chiave è: "Simultaneo". Scrivo una email e attendo la risposta immediata. Se non arriva m'infastidisco: perché non risponde? Lo scambio epistolare in passato era il luogo del tempo differito. Le buste andavano e arrivavano a ritmi lenti. Per non dire poi dei sistemi di messaggi istantanei cui ricorriamo: WhatsApp. Botta e risposta. Eppure tutto intorno a noi sembra segnato dall'attesa: la gestazione, l'adolescenza, l'età adulta. C'è un tempo per ogni cosa, e non è mai un tempo immediato. Il libro in cui il fisico Carlo Rovelli spiega cos'è il tempo ( L'ordine del tempo, Adelphi) inizia così: «Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo. Famigliare e intimo».

Alla fine Rovelli ci dice che per la fisica quello che non esiste è proprio il presente, la dimensione della realtà cui siamo tutti legati. "Attendere" significa rivolgere l'animo verso qualcosa. I suoi significati implicano ascolto, attenzione, applicazione, mantenere la parola data. La giornalista tedesca Andrea Köhler in L'arte dell'attesa (add editore), uscito da poco, ci ricorda come nel più grande vocabolario tedesco, il Dizionario Grimm, la locuzione "attendere qualcosa" compare solo nel XIV secolo, e per almeno quattro secoli non contiene complementi che manifestano il tormento d'attendere. Sarà il Romanticismo, e Goethe in particolare, a definire l'attesa «con desiderio», «con impazienza» e persino «con dolore».
L'attesa d'amore comincia allora, ma è già un'altra storia, come ha spiegato Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: «Sono innamorato? — Sì, perché sto aspettando». L'innamorato sa attendere, ne conosce la passione e il tormento, come argomenta lo scrittore francese, perché il tempo dell'attesa è un tempo soggettivo, che confina con la noia e con il tedio. Lo scrittore austriaco Alfred Polgar l'ha detto in modo icastico: «Quando, alle dieci e mezzo, guardai l'orologio, erano solo le nove e mezzo». Attendere significa non solo fremere, ma anche annoiarsi e Walter Benjamin ha sottolineato come questa attesa sia piena di promesse, ovvero creativa, dal momento che la noia è «l'uccello incantato che cova l'uovo dell'esperienza».

Chi ha oggi tempo di attendere e di sopportare la noia? Tutto e subito. È evidente che la tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre i tempi d'attesa, o almeno a farci credere che sia sempre possibile farlo.
Certo a partire dall'inizio del XIX secolo tutto è andato sempre più in fretta. L'efficienza compulsiva è diventato uno dei tratti della psicologia degli individui. Chi vuole aspettare o, peggio ancora, perdere tempo? Hartmut Rosa, un sociologo tedesco, ha spiegato come funziona questo processo contemporaneo in Accelerazione e alienazione (Einaudi). Rosa ritiene che il motore di tutto questo non sia tanto la tecnologia, che pure vi contribuisce, ma la competizione sociale: risparmiare tempo è uno dei modi più sicuri per partecipare alla grande competizione in corso nelle società occidentali. Sarebbe la circolazione sempre più rapida del denaro, creata dal capitalismo finanziario, a determinare l'accelerazione. Eppure ci sono ancora tanti tempi morti: «Si prega di attendere» è la risposta che danno i numeri telefonici che componiamo quasi ogni giorno.

Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, agli sportelli, sia quelli reali che virtuali. Attendiamo sempre, eppure non lo sappiamo più fare. Come minimo ci innervosiamo. L'attesa provoca persino rancore. Pensiamo: non si può fare più velocemente? Anche se chi organizza lo spazio dell'attesa — medico, avvocato, centro clinico — possiede i mezzi economici per renderlo piacevole, risulta comunque qualcosa d'irrisolto, d'interstiziale.

La verità è che noi non sopportiamo queste zone intermedie, gli spazi e i tempi in cui siamo costretti a esercitare la pazienza. Aspettare è vissuto come un'imposizione. I potenti fanno sempre attendere, dilatano il tempo d'attesa e mettono a dura prova.

Perché è così insopportabile? Perché siamo diventati intolleranti, perché non sappiamo guardare al tempo futuro, perché non sappiamo differire. La verità è che l'attesa ha a che fare con l'unica cosa che ci spaventa davvero: la nostra morte.

Nell'attesa si sperimenta il tempo vuoto, che è l'immagine di un tempo futuro, quello vuoto di noi.
Senza di noi. Per i filosofi, da Kierkegaard a Heidegger, questa sarebbe l'apertura verso l'autenticità, verso il pensare profondo. Acceleriamo per questo, riempiamo il tempo perché temiamo l'horror vacui.

Kafka, Blanchot, Beckett, Handke e molti altri ce l'hanno detto. In Aspettando Godot dice Vladimiro: «Questo ci ha fatto passare il tempo». «Sarebbe passato lo stesso», gli risponde Estragone.

La Repubblica – 31 gennaio 2018

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