19 dicembre 2013

ANTROPOLOGI DI IERI E DI OGGI



L'Esercito cerca ufficiali di complemento tra esperti di comunicazione di massa, problemi storici, etnici, religiosi, mediatori culturali, etnologi, antropologi. Le campagne militari e l'occupazione prolungata di territori nel Sud del mondo richiedono competenze e professionalità che vanno oltre il maneggio delle armi. Per l'Italia è una novità, ma per le Forze Armate americane (e la CIA) si tratta di una pratica consolidata. In Bolivia nel 1967 i consiglieri USA conoscevano lingua e costumi degli indios, il Che no. E fu una delle cause della sua sconfitta.

Marino Niola

Gli ultimi antropologi. Quelli che non hanno smesso di cercare i tristi tropici

«Quale struttura connette il granchio con l' aragosta, l' orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti noi con l' ameba da una parte e con lo schizofrenico dall'altra?». In questa provocazione di Gregory Bateson, celebre autore di Verso un' ecologia della mente, è contenuta la grande sfida dell'antropologia. Riuscire a dirci qualcosa sul filo che tiene uniti e separati uomo e natura. E ogni uomo agli altri uomini. Senza lasciare sempre l' ultima parola alle neuroscienze.

Erano queste le domande dell'antropologia d'antan, giovane e piena di belle speranze. Poi con la maturità è venuto meno lo slancio degli inizi. E si sono ridimensionate ambizioni e interrogazioni dei padri fondatori. Quelli che andavano a cercare le risposte ai confini del mondo. A scoprire qualcosa di sé e della propria cultura in civiltà diverse dalla nostra. Echi remoti di un' umanità comune.

Come Bronislaw Malinowski, che al tempo della prima guerra mondiale vive per anni nelle isole Trobriand mettendosi nei panni dei nativi e inventa l' osservazione partecipante. Come il giovanissimo Claude Lévi-Strauss che, negli anni Trenta, compie il suo viaggio iniziatico tra gli Indios del Brasile centrale. Trasformando la missione dell'etnologo in una critica radicale dell' Occidente coloniale e dei suoi valori. Perché una ricerca etnografica, diceva l' autore di Tristi Tropici, non è semplicemente «una professione come un' altra, con la differenza che l' ufficio o il laboratorio distano alcune migliaia di chilometri da casa», ma una vera e propria uscita da sé per riconoscersi in altri sé.

Sono gli anni in cui lo stesso Bateson va a cercare nella trance sacra dei Balinesi, posseduti dagli dei, una chiave per comprendere le malattie mentali della nostra società. Poi l' antropologia ha cominciato a guardare sempre più vicino, soprattutto da quando il mondo è diventato così piccolo da fare apparire il viaggio quasi superfluo. Anche perché l' altro ci è arrivato sotto casa. E così ha perso poco a poco il respiro ideale e teorico necessari per affrontare le questioni ultime. E si è trasformata in disciplina di servizio. Immigrazione, cooperazione con i paesi terzi, volontariato, processi di governance.

Sono questi i nuovi terreni di studio e di azione che l' hanno resa «una professione come un' altra». Acquistando forse in utile ciò che perdeva certamente in fascino. Eppure l' apertura romantica e avventurosa verso l' altro, che ha fatto grande e popolare l' antropologia fino agli anni Settanta, non ha mai smesso di far battere il cuore dei ricercatori. Ha continuato a scorrere come un fiume carsico nelle viscere delle scienze umane. E sta riaffiorando alla grande negli ultimi anni. Grazie soprattutto a molti giovani che inaugurano una nuova stagione esotica della ricerca. Recuperando, in piena globalizzazione, la missione originaria di coscienza critica dell'etnocentrismo occidentale.

Ecco i nomi. Adriano Favole, professore a Torino, autore di importanti ricerche nelle isole dei Mari del Sud, quelle che ispirarono a Rousseau e Diderot il mito del buon selvaggio. Futuna, Vanuatu e la Nuova Caledonia. Paradisi del primitivismo. Anche se ormai i villaggi dei celebri cacciatori di teste kanaki, che tanto impressionarono il capitano Cook, hanno ceduto il posto a capolavori di architettura contemporanea, come il centro culturale Jean-Marie Tjibaou di Nouméa, progettato da Renzo Piano e ispirato alle forme e alle consuetudini dell' abitare locale.

Non meno esotico il terreno di Chiara Pussetti, dottore di ricerca a Torino e adesso ricercatrice a Lisbona, che lavora sui riti di possessione femminile a Bubaque, la più grande delle Bijagó, isole gettate come dadi nell'Oceano Atlantico al largo della Guinea Bissau, dove scimmie, lamantini, antilopi striate, coccodrilli e ippopotami d' acqua salata convivono nelle lagune tra le foreste di mangrovia, in uno scenario di mare e di costa degno di Joseph Conrad.

E se il viaggio verso terre lontane è da sempre il nocciolo duro della formazione dell' antropologo, Matteo Aria ne è il manifesto vivente. Navigatore, skipper ed etnologo, Aria - laurea a Pisa e dottorato a Napoli - è uno specialista delle Isole del Vento. Tahiti e Moorea, nel cuore di quella Polinesia che divenne patria elettiva di artisti come Paul Gauguin e Jacques Boullaire. In fuga da se stessi e dalla propria civiltà. Altrettanto originale è il lavoro di Claudio Sopranzetti, laureato alla Sapienza e PhD a Harvard, autore di una raffinata indagine-inchiesta a Bangkok sulle rivolte del popolo dei mototaxisti, gli unici a sapersi muovere a occhi chiusi nel labirinto inestricabile della megalopoli asiatica che cambia forma ogni giorno sotto i piedi degli abitanti. Il suo libro Red Journeys è stato giudicato negli Usa il miglior libro di antropologia urbana del 2012.

Non è da meno Francesco Ronzon, estetologo-etnologo, che è disceso nel mistero tenebroso della magia di Haiti, per studiare i risvolti politici dei riti voodoo nello scenario drammatico del dopo terremoto che ha colpito l'isola caraibica. E, last but not least, la trentenne Gaia Cottino, addottorata alla Sapienza, che non ha resistito al mito polinesiano, ma ha scelto di guardarlo con gli occhi del presente. Il suo libro, Il peso del corpo, è dedicato alla guerra delle taglie che gli isolani delle Tonga, dove essere grassi è bello, combattono contro l' Occidente. Che tenta di imporre i suoi parametri estetici e medici in base ai quali i tongani risultano tutti brutti e obesi. Bisognosi della nostra industria farmaceutica.

Insomma in questi cervelli "made in Italy" in cerca di futuro è scoppiata di nuovo quell'inquieta fame di mondo che Einstein chiamava heilige neugier, santa curiosità. Preziosa soprattutto nei momenti di crisi, quando c'è bisogno di nuove idee. Lo ha capito bene l'esercito italiano che ha appena lanciato una call for jobs agli antropologi italiani di ultima generazione. Per farne la task force della conoscenza dell'umanità di domani.

(Da: La Repubblica del 19 novembre 2013 )

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