26 maggio 2017

FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO OGGI


Frammenti e notifiche di un discorso amoroso

Come cambiano attesa e trame d’amore su Facebook
di Ornella Tajani

Il punto di partenza dei Frammenti di Roland Barthes è l’estrema solitudine in cui affonda il discorso amoroso: ignorato o ridicolizzato dalle varie discipline, è tuttavia parlato da migliaia di soggetti e dunque necessita di una affermazione. Era il 1977: oggi, che si militi nel partito degli apocalittici o in quello degli integrati, non si può ignorare che una buona parte di questi frammenti navighi ormai nel virtuale.
Tra le figure più incisive delineate da Barthes c’è quella dell’attesa, che si presta particolarmente bene a una rilettura alla luce delle nuove dinamiche che il web crea: la pièce de théâtre dell’Erwartung si svolge non più in un caffé, bensì davanti allo schermo. Il social network che userò come fondale è quello che meglio scatena le mie velleità di innamorata semiologa: Facebook.
La prima differenza essenziale da rilevare tra l’attesa d’amore classica (dell’incontro, della telefonata) e l’attesa patita attraverso Facebook è che oggi, mentre aspetto, sono al corrente di ciò che l’oggetto amato fa – invece di contattarmi. Sono investita da una serie di informazioni sulla sua quotidianità: ieri sera era alla tal festa, stamattina ha incontrato quel comune amico, due ore fa aveva mal di testa. Eccomi trasformata in Aracne: con i dati che ho a disposizione tesso la tela dalla quale cercherò di indovinare il movimento mentale dell’oggetto amato, il perché mi abbandoni al mio cristallizzarmi nella condizione di colei che aspetta.
Proviamo a seguire la suddivisione che Barthes dà del dramma dell’attesa.
Atto I: supposizioni.
Se l’altro non è on line, mi domando perché non sia ancora tornato a casa: controllo quanto dura il film che è andato a vedere, o cerco di capire se la persona con cui ha preso un aperitivo è già rientrata, studiando la sua bacheca.
Se l’altro è on line: perché non mi contatta? Seguo i suoi passi nel web. A chi scrive, cosa commenta? Non ho più, come Barthes spiega, il senso delle proporzioni: un suo «like» al post di un’altra persona equivale al tradimento.
Atto II: rimproveri. L’altro è connesso, lo vedo mentre legge articoli di quotidiani o apprezza link di amici. Mi prende la collera: può mai essere tutto ciò più urgente che scrivermi?
Atto III: è il lutto, l’angoscia pura, l’abbandono. Che lui mi veda on line o meno, mi sento interiormente «livida».
Nel frattempo, lo spazio dell’attesa è vissuto in maniera simile a quella descritta da Barthes: intorno a me, ovvero nel mondo di Facebook, gli altri «entrano, chiacchierano, scherzano, leggono». Questo perché loro non aspettano.
Come si vede, quella che il social network crea è una situazione quasi inedita nel panorama dell’attesa: essa somiglia all’aspettare che l’altro ci venga incontro mentre partecipiamo a una stessa festa – con la differenza, tuttavia, che in rete tutti possono guardare non visti, e quel che si sta facendo al di qua dello schermo è assolutamente impenetrabile. Laddove a una festa è semplice notare se sono da sola in un angolo o, al contrario, impegnata in una conversazione, su Facebook tutto è avvolto nel mistero. Il presente insostenibile di cui parlava Barthes a proposito dell’assenza, quel presente che mescola il tempo della referenza (in cui l’altro è assente) al tempo dell’allocuzione (in cui l’altro è presente, perché è a lui che mi rivolgo), diventa ancora più arduo da gestire, perché il tempo della referenza si frantuma: spesso non so più se l’altro è presente o assente.
Prendiamo un altro caso: vedo che l’oggetto amato è collegato, mentre mi aveva detto che oggi non avremmo potuto sentirci né vederci perché era impegnato (così impegnato da perdere tempo on line), oppure perché non era a casa (invece c’è). Mi ha mentito. Oppure ha cambiato idea: ma in quel caso, perché non mi scrive? Mentre aspetto un suo segno o richiamo, io, Aracne, impazzisco. Facebook, lo strumento che mi illude di poter monitorare la vita dell’altro, e dunque impiegare il tempo dell’attesa in una maniera che ingenuamente credo funzionale al mio scopo, assume in realtà il controllo del mio sentire: a tratti consuma la mia consapevolezza di innamorata che aspetta, lasciandomi credere che i miei sforzi nel raccogliere dati e interpretarli possano avvicinarmi all’altro, o addirittura spingere l’altro a contattarmi.
Questa operazione investigativa esula dal mero spazio dell’attesa. Mi autoconvinco di essere sempre al corrente della vita dell’oggetto amato. Ciò da un lato mi nuoce, perché suscita in me gelosie, rancori, insicurezze, ossessioni spesso del tutto fuori luogo, dal momento che mi sforzo di interpretare segni decontestualizzati e molto spesso mi sbaglio, a causa della completa ambiguità in cui questi segni galleggiano. Allo stesso tempo, però, le informazioni sull’altro appagano in parte il bisogno che ho di lui: anche se non mi contatta, sono felice di «vederlo» connesso, di poter leggere quello che scrive, di appagare la naturale sete di notizie di lui che io, innamorata, ho. Godo della sua presenza, seppur virtuale.
Su Facebook, le mie strategie di innamorata si moltiplicano: dopo averlo aspettato a lungo, nel momento in cui lo vedo connesso scompaio, per evitare che per lui sia troppo semplice contattarmi. Resto on line fino a tarda notte senza scrivergli, perché egli sappia che la mia vita –telematica- esula da lui, che ho altro da fare e dunque altri con cui interagire. Posso anch’io ostentare complicità e divertimento con altre persone, posso sventolare la mia mondanità perché egli sappia che non ho nessun bisogno di lui, che si fa attendere. È vero che non voglio altri che lui, a salvarmi da una mondanità che non mi interessa minimamente; ma questo è un segreto tra Barthes e me.
Improvvisamente nasce la paura: se questa vetrina che allestisco, la vetrina della mia autonomia da lui, non fosse neanche notata dall’oggetto amato? Se la sua attenzione si dirigesse verso altre vetrine, o se semplicemente ignorasse la mia? Sono un negoziante che mira a un unico cliente; senza di lui posso chiudere bottega.
Ancora: all’ora in cui normalmente è connesso, non lo trovo. Dove sarà? Ripercorro le ultime informazioni che ha seminato in bacheca per tentare di indovinarlo. Aspetto che torni, che appaia un pallino verde accanto al suo nome, segno che è on line.
Improvvisamente avverto il peso del ridicolo per questa mia maniacale attenzione alla presenza virtuale dell’altro. Basta! Spengo il computer. Quello che sto aspettando non è lui, è solo una sua proiezione. È tardi, vado a dormire col proposito di reinserire i miei sentimenti nel contesto reale, domani.
Ma non dormo, e il domani è lontano. Dopo due ore di insonnia sono di nuovo davanti allo schermo: meglio un pallino verde che il nulla assoluto. «L’attesa è un incantesimo»: ho ricevuto l’ordine di non schiodarmi dalla scrivania. Resto lì finché non sento il bip di qualcuno che mi scrive in chat. I primi secondi sono di allucinazione: «l’attesa è delirio». Mi sembra di riconoscere il suo nome e invece non è lui: immediatamente, proprio come scrive Barthes a proposito della telefonata, detesto la persona che mi ha contattato, rimproverandole di non essere l’oggetto amato.
«Sono innamorato? Sì, poiché aspetto. L’altro, invece, non aspetta mai». Non aspetta mai, perché io sono sempre qui, già collegata. Provo a ingannarmi, scrivo, chiacchiero con altre persone; e, quando finalmente arriva l’atteso messaggio, rispondo in ritardo, cerco di interpretare il ruolo di chi fa aspettare. Ma, esattamente come in Barthes, è un gioco a cui perdo sempre, perché nei momenti di pausa nella comunicazione, in quelli in cui pianifico di lasciarlo aspettare, sono in realtà sempre io che aspetto il momento di rispondergli: «L’identità fatale dell’innamorato non è altro che: io sono colui che aspetta».
Una nota finale merita la funzione che mi consente di sapere quando l’altro ha letto il mio messaggio: «visualizzato alle ore tot». Prima ho citato il caso in cui provo a far attendere l’oggetto amato: parlavo di quando ricevo un suo messaggio ma non lo apro. Nel momento in cui però leggo il messaggio, e l’altro riceve il diabolico «visualizzato alle», non riesco mai ad aspettare prima di rispondere: sia perché non vedo l’ora di farlo, sia perché mi terrorizzano tutte le motivazioni che l’altro potrebbe addurre al mio ritardo – e, soprattutto, perché ho paura che nell’attesa lui scappi. Io sono colui che aspetta e non posso essere (anche) l’altro, quello che fa aspettare.
Il «faire attendre» resta una prerogativa dell’oggetto amato e io, al contrario del mandarino innamorato con cui Barthes conclude il suo frammento, alla centesima notte sono ancora on line.

Un mandarino era innamorato di una cortigiana. «Sarò vostra, disse lei, quando avrete trascorso cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra». Ma, il novantanovesimo giorno, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e andò via.

Pezzo pubblicato il  4 settembre 2013 su https://www.nazioneindiana.com/

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