22 gennaio 2018

ANITA GARIBALDI TRA STORIA E MITO

Anita Garibaldi

Una figura sospesa tra cliché romantici e stereotipi risorgimentali.

Claudio Vercelli

Anita Garibaldi, un corpo laico nel romanzo di una nazione

Se esiste un repertorio memorabile di immagini, un caravanserraglio di raffigurazioni, un catalogo amplissimo di miti, questo è senz’altro offerto dai Risorgimenti ottocenteschi, intrecciati a doppio filo alle sollevazioni borghesi e popolari del 1848. La nazione, intesa come unione «sacra» e sovrana tra diversi, è di per se stessa il prodotto recente di una complessa costruzione identitaria, dove si intrecciano elementi che mischiano i fatti alle loro rielaborazioni al limite del fantasioso.

Il punto non è però l’interrogarsi sulla veridicità di certe ricostruzioni, oppure sulla loro incongruità rispetto agli eventi storici, quanto sul significato che la mitologizzazione del passato recente assume rispetto alla costruzione di un legame politico. Anita Garibaldi è una delle figure iconiche della prima grande stagione risorgimentale. Probabilmente anche per la sua breve vita, che non superò i ventotto anni, venendo a mancare durante la tumultuosa e rocambolesca fuga, compiuta insieme a suo marito, da ciò che restava dell’esperienza sovversiva, rivoluzionaria ed effimera della Repubblica romana nel 1849.

Fu lo stesso Garibaldi ad adoperarsi nella promozione del martirologio, dopo avere dovuto abbandonare la salma, malamente sepolta, della coniuge. Lo fece seguendo due canoni, sospesi tra la tragedia e il melodramma: la giovane donna grintosa e pugnace, devota alla causa quanto lo sapeva essere al marito; la madre prodiga e dolente, vittima di un destino che non aveva in alcun modo rifiutato ma che l’aveva soverchiata. Nell’uno e nell’altro caso, il virtuosismo di Anita si incontrava con un’idea di adamitica innocenza che avrebbe dovuto corroborare la genuinità delle passioni che condivideva con il suo amato. Non il corpo di Anita ma la sua trasfigurazione leggendaria e agiografica, la sua laica unzione nell’olio del vitalismo garibaldino, era peraltro un appetitoso bottino per una parte della politica in età liberale e poi fascista.
A ricostruire la traiettoria dell’immaginario otto-novecentesco sulla figura di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ci ha pensato Silvia Cavicchioli, ricercatrice di storia contemporanea presso l’università di Torino. Il suo volume dedicato ad Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi (Einaudi, pp. 286, euro 28) rende giustizia a una figura letteralmente sospesa tra i cliché dell’appendice romantica e gli stereotipi della mascolinità guerriera, senza che né gli né gli altri siano mai stati sciolti per davvero nella dinamica strettamente storica.

La Resistenza di questi nodi della raffigurazione è giunta per più aspetti fino a noi non per l’incongruenza dei resoconti bensì per la volontà di mantenere Anita all’interno di una sfera mitografica, come tale capace di autoalimentarsi. La sua figura, infatti, si inscrive a buon diritto all’interno di due paradigmi della mobilitazione collettiva: quello del movimento e quello dell’intensità. Movimento come condizione di costante spostamento dell’asticella degli obiettivi politici ma anche di esilio, del quale Anita fu testimone, interprete e anche protagonista.

Intensità come costrutto di passioni, laddove la politica non ha altro baricentro che non sia quello dell’immedesimazione affettiva ed emotiva con un potente stato di sentimenti. Senza queste due polarità, la canonizzazione di Anita Garibaldi non avrebbe potuto proseguire.

L’idea di politica come sacrificio di sé, auto-immolazione, devozione ai limiti dell’irragionevolezza, era un altro paradigma fondamentale delle retoriche militanti, e in particolare di quelle democratiche, laddove erano intrise di continui rimandi alla nazione come a una costruzione integralmente romantica.
Afferma l'autrice: «si trattava di abilitare dei processi di trasferimento di sacralità dal piano religioso a quello politico, riproponendo risemantizzazioni già evidenti durante il periodo rivoluzionario francese tese a sfruttare la potenzialità emotiva e la forza aggregante delle liturgie funebri, della venerazione laica delle reliquie patriottiche, dell’esposizione delle spoglie civili portate come esempio di sacrificio». Cavicchioli si muove con sicurezza e cognizione nella dialettica tra ricostruzione dei fatti, canoni estetici e letterari, costruzione e usi politici di un immaginario comune nell’Italia soprattutto post-unitaria.

Già Alberto Maria Banti e Carlotta Sorba avevano lavorato sulle dinamiche della costruzione del «romanzo di una nazione», la componente di ethos mistico e laico nel legame di reciprocità della cittadinanza. Al corpo della nazione, qualcosa di molto incerto poiché assai poco unitario, si offre come integrazione, ed in parte ideale connettivo, una nazione che deve identificarsi nei corpi eroici, le «mortali spoglie» di coloro che si immolarono nel suo nome. Il saggio ricompone quindi la traiettoria di una donna spiritata e scarnificata, eretta a modello quasi devozionale: un qualcosa che sembra ricordare le successive vicende del corpo di Evita Peron.

Non è un caso, peraltro, che tali dinamiche si incrocino e si intersechino anche con l’età della musealizzazione del ricordo e della celebrazione dei caduti per la patria, a partire dai monumenti al milite ignoto. A rammentare che il fuoco dell’idea politica romantica spesso non è la vita bensì la morte.

Il Manifesto – 11 gennaio 2018

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