18 gennaio 2018

GIUSEPPE BARBERA, Cultura e mandarini a Palermo.

I mandarini "tardivi" di Ciaculli (Palermo)



Per i giardini di mandarini, Ciaculli, Palermo,   con vista da Mandarinarte
Giuseppe Barbera

All’inizio di un anno nel quale a Palermo si userà a dismisura la parola “cultura”, è utile ricordare che la sua origine è un verbo latino che significa coltivare. Cultura e coltura hanno lo stesso significato e la coltivazione dell’animo umano corrisponde a quella della terra perché entrambe, ricordava Cicerone, senza cura, non possono dare frutti. La storia della città mostra con evidenza quanto la sua Conca d’oro sia rappresentata nei disegni e nelle pagine di tanti illustri uomini, provenienti da ogni parte del mondo, che l’hanno resa la più famosa, per fertilità e bellezza, tra le terre mediterranee. Non sarà “Capitale della cultura”, quindi, se non avrà cura non solo dei suoi teatri o musei, ma anche della sua campagna. “Manifesta 12” l’ha ben compreso, tanto da indicare i temi della biodiversità e del giardino tra quelli che più dovranno coinvolgere gli artisti. Inevitabilmente, però, le sue iniziative riguarderanno tempi e spazi limitati, mentre dovrebbero essere le Istituzioni tutte, ciascuna per la sua parte, a prendersi cura della coltura/cultura dei giardini fruttiferi. Da essi dipendono, giorno dopo giorno, la bellezza del paesaggio, la qualità dell’aria che si respira e i mandarini tardivi, mai così buoni come quest’anno . Con beneficio proprio e di tutti - è agricoltura urbana, quella che tanto s’invoca per il futuro sostenibile delle città contemporanee -, bisognerebbe aiutare i tanti cittadini (associazioni, imprese …) che sarebbero disposti ad occuparsene purché ne avessero occasione.
Quelli di Mandarinarte, a Ciaculli, lo fanno dal 2001 tra parecchie difficoltà come dimostra l’occupazione da parte di due famiglie di disgraziati male indirizzati da chi vuole che l’ultima borgata agricola della città rimanga nelle mani e nei desideri di chi continua a tagliare alberi e costruire abusivamente. Ieri gli occupanti sono stati sgomberati ma vale la pena di riflettere. Dalla terrazza dell’edificio confiscato al killer mafioso Prestifilippo, chiusa da una grande vetrata, sembrava di galleggiare sulle chiome verdi dei mandarini a poche decine di metri da un antico baglio di cui si sognava il recupero. Un posto straordinario per raccontare la Conca d’oro agli studenti di Palermo e di altre città, ai paesaggisti e agli agronomi, ai turisti. Il vecchio impianto d’irrigazione era stato in parte recuperato; con l’Università si erano innestate le antiche varietà di arancio, cedro e limone. L’agrumeto produceva frutti, marmellate, miele e rosoli. Una piccola biblioteca accompagnava cartelli che spiegavano storia e natura. Tutto questo ha rischiato di non esserci più: cancellato, letteralmente bruciato. L’associazione Acunamatata ha rischiato di non poter più coltivare la campagna che le era stata affidata e gli alberi saranno abbandonati e bruciati, come tanti altri, sempre più numerosi, nella campagna cittadina. Finisce un’esperienza - la sola a Palermo e per conoscerne una simile bisogna andare alla Kolymbethra che il FAI gestisce nella Valle dei Tempi- che affidava a privati un agrumeto storico. Che testimoniava come è possibile salvaguardare gli antichi paesaggi umani puntando sulle funzioni non solo produttive, ma anche ambientali e culturali. Acunamatata non produceva solo mandarini che mai il mercato avrebbe ricompensato abbastanza, ma paesaggio, cultura, memoria, profumi, colori, clima mite, aria pulita: beni d’interesse comune. Per la città era un esempio ancora da comprendere e imitare: a Maredolce, dove gli agrumi dell’isola normanna stanno seccando, a Villa Di Napoli con il frutteto della piccola Cuba che attende, dopo un recupero condotto attraverso un’attività formativa finanziata dallo Stato, un bando che la renda disponibile; alla Favorita che, anno dopo anno, vede deperire i suoi coltivi nell’attesa illusoria di agricoltori chiamati a investire in spazi che le regole della Riserva rendono impossibili da difendere dal furto o dal vandalismo. Nell’anno della cultura, guardando a quella che è stata la paradisiaca campagna di Palermo, si può invocare Voltaire: sperare così che tra dodici mesi si possa dire che ”tutti gli avvenimenti sono concatenati nel miglior de’ mondi possibili” e cogliere l’invito di Candide: “bisogna coltivare il nostro giardino”, ovvero quel che rimane della Conca d’oro.

Da Repubblica, Red. Palermo, 14.1. 2018

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