30 ottobre 2018

L' OTTUSA STRONCATURA DI V. SPINAZZOLA DI UN LIBRO DI SCIASCIA

La prima edizione del volume "L'affaire Moro (1978).
La seconda (1983) uscì nella collaba blu "La memoria"
e comprende la relazione che Leonardo Sciascia presentò
alla Commissione Parlamentare sul rapimento Moro
nella sua qualità di deputato per il Partito Radicale

 
    Vittorio Spinazzola, che oggi viaggia verso i 90 anni e da ultimo ha saputo uscire dal campo minato delle recensioni e degli interventi giornalistici con qualche buon saggio, fu – nel secolo scorso - un valido critico militante, entrato piuttosto tardi nell'insegnamento universitario... Scrisse a lungo di letteratura italiana per la stampa del Pci e sui temi “politicamente sensibili” quasi mai si allontanò dalle impostazioni prevalenti nel suo partito. Quando nel 1978 uscì per Sellerio l'Affaire Moro di Leonardo Sciascia, che aveva iniziato una dura polemica con il Pci di Berlinguer proprio in occasione del rapimento dell'uomo politico democristiano, Spinazzola ne tentò la stroncatura. Secondo me, l'articolo, che qui posto come esemplare di un costume diffuso tra gli intellettuali più “organici”, è molto brutto. Fa sorridere, poi, il confronto tra il libro di Sciascia, uno dei più importanti del suo magistero civile, e un pamphlet di Arbasino uscito nello stesso torno di tempo, decisamente minore. (Salvatore Lo Leggio)
 
Divagazioni psicologiche e crociata antistatalista di un pamphlet scritto in bella prosa
 
Vittorio Spinazzola

È indubbiamente significativo che ad affrontare per primi il «caso Moro», ancora a caldo, e in forma saggistica, siano stati due scrittori di ascendenza illuminista: il settentrionale Alberto Arbasino e il siciliano Leonardo Sciascia. Diversi però sono stati i loro metodi di lavoro; l’uno si è orientato sul terreno della rilevazione sociologica, l’altro ha adottato gli strumenti dello psicologismo. E divergenti appaiono anche i risultati, che peraltro rappresentano una duplice conferma della evoluzione da tempo in atto in entrambe queste personalità letterarie. Il «frivolo» Arbasino accentua la sua volontà di intervento ironico e paradossale sull’opinione pubblica per sollecitarla ad assumere atteggiamenti di modernità laica, basati sui culto dell’empiria fattiva; l‘«impegnato» Sciascia inclina sempre più a prendere le distanze dalle forme organizzate di realtà collettiva e a richiamare con aulico cipiglio i lettori alla meditazione sulla sorte morale se non metafisica dell’individuo.
L’affaire Moro (Sellerio, pp. 146, L. 3.500) tenta infatti di interpretare le lettere scritte dalla vittima delle Brigate Rosse durante la prigionia come una straziata presa di coscienza della vanità del potere, cioè delle cose mondane, in nome dei valori perenni dell’eticità. Ma per seguire il ragionamento di Sciascia, bisogna accettarne la premessa, o meglio l’ipotesi di partenza. Secondo lo scrittore, le lettere esprimono il pensiero liberamente formulato da un uomo che, seppur prigioniero, non pativa alcuna vessazione o condizionamento. Come mai? Ma perché le BR hanno accusato il sistema carcerario vigente di tender ad alienare e annientare la personalità del recluso; la loro etica carceraria non può dunque non essere del tutto opposta: è facile dedurne che Moro godeva, da parte dei suoi sequestratori e prossimi carnefici, del trattamento più umano, corretto, leale.

Aereo sillogismo
La convalida di questo aereo sillogismo sirebbe data dal fatto che i brigatisti hanno rischiato la vita per recapitare una serie di messaggi dei quali, a loro come loro, non importava un bel niente: a tal punto erano rispettosi dei desideri del loro, diciamolo pure, illustre ospite. Veramente, qui cadiamo in una tipica petizione di principio, dando per dimostrato quel che appunto occorreva dimostrare, ossia l’estraneità della BR alla strategia epistolare impostata da Moro. Ma Sciascia non se ne cura, procedendo oltre con le sue deduzioni. E a questo punto, ovviamente, il gioco è fatto.
Il caso Moro viene configurato come l’ultima conferma di un archetipo culturale celeberrimo: il grande della terra che, percosso dalla sfortuna, ridotto in mano dei suoi nemici più fieri, prossimo al supplizio, comprende l’enormità degli errori commessi nell’esercizio del dominio: si ravvede quindi pubblicamente ed affronta la morte con spirito contrito, grato ai suoi carnefici stessi per l’occasione di salvezza dell'anima che gli hanno offerto. Se ne edificano i buoni, e gliene proviene il plauso commosso dei letterati che dianzi lo esecravano. In fondo, Il Cinque Maggio del Manzoni è fondato su uno schema di questo genere.
Si può obiettare che, anche prendendo per giusta questa interpretazione coscienziale, il problema politico restava pur sempre un altro: cioè se lo Stato italiano dovesse accettare il ricatto della proposta di scambio dei prigionieri, quale che ne fosse l’ispiratore. Ma questo, a Sciascia, è il problema che interessa meno. L’importante è che Moro fosse giunto a illuminarsi d’una certezza di cui lui, lo scrittore, s’era persuaso da tempo: per lo Stato italiano, per qualsiasi Stato, non vale la pena di sacrificare un’unghia, figuriamoci la vita. Semmai, a scandalizzarlo è che i politici non abbiano capito o abbiano fatto finta di non capire, anche loro, una verità cosi evidente, approfittando della circostanza per un atto di contrizione collettiva. Ma tant’è, si sa che i politici pensano solo al godimento del potere: o che lo gestiscano effettualmente, come i democristiani, o che aspirino a intromettervisi, come i comunisti.
A spiegare una presa di posizione che confonde cosi curiosamente stati d’animo soggettivi e realtà oggettiva, moralismi e ingenuità e pose letterarie, possono essere addotti due motivi. Il primo è la mancanza di una base di conoscenza scientifica del fenomeno terrorista; poiché Sciascia conosce invece davvicino il fenomeno mafioso, attribuisce senz’altro a quello alcuni connotati di questo, anzitutto un codice dell’onore da far davvero invidia alla «onorata società». Il secondo è che Sciascia appare ormai pervaso da un sacro furore statofobico, che lo induce a esasperare oltranzisticamente i toni e modi della crociata contro l’empietà della statolatria. Certo, L’affaire Moro si richiama alla polemica antistatalista oggi così in voga; ma con un sovrappiù di passionalità viscerale, che induce a una accentuata trascuranza per le connessioni logiche del discorso.
Il significato più autentico del libro sta nella somma di osservazioni e divagazioni etico-psicologiche concepite da un letterato esperto, convinto che la letteratura assicuri il possesso della sapienza suprema, in quanto fornisce gli strumenti infallibili per scrutare il cuore e la mente degli uomini, divinando il segreto degli eventi più oscuri. Animato da tale persuasione, Sciascia accumula le supposizioni, sottolineandone il carattere immaginoso proprio per esaltare il valore della sua sensibilità intuitiva: « E c’è da credere», « Ed è pure da credere», « E a me pare di potere affermare», «E viene il sospetto che» _ «E si può anche, da questo sospetto, far rampollarne un altro», «Si può anche avere l’impressione... ma soprattutto si ha l’impressione... E c’è da immaginare (ancora da immaginare)», «Non c’è ripeto, nessun segno certo di un tale dissenso: eppure lo si intuisce, lo si sente, lo si intravede », « E può darsi che si stia, qui, facendo un romanzo: ma non è improbabile che » e così via.
Di un romanzo in effetti si tratta, scritto in bella prosa retoricamente ornatissima, secondo i canoni più accreditati dell’eloquenza suasoria. È il prestigio della letteratura come sede di verità, quello che a Sciascia preme di ribadire: della letteratura, cioè degli « uomini d» lettere », espressione da lui preferita a «intellettuali», che gli suona «termine di generica e imprecisata massificazione». Non per nulla L’affaire Moro non rimanda quasi affatto ad avvenimenti né a testi di tipo storico-politico, ma si appoggia alla auctoritas d’una serie assai lunga di buoni autori, da Cervantes a Borges, da Unamuno a Tolstoj, da Shakespeare a Calderon, a Manzoni, Poe, Trilussa, Pasolini, sino alla Novella del grasso legnaiolo e alla commedia I mafiosi della Vicaria.
Non serve obiettare che Sciascia, lavorando solo sui testi delle comunicazioni e missive resi noti dagli assassini prima del delitto finale, doveva inevitabilmente ricorrere alla fantasia, con tutti i rischi del caso. Il punto è che, per lui, la sua prospettiva di interpretazione letteraria dei fatti, in chiave di moralismo statofobico, non poteva non essere pregiudizialmente vera. In effetti, quando i nuovi materiali rinvenuti nei covi terroristici hanno revocato così pesantemente in dubbio la tesi di fondo su cui il libro è stato costruito, lo scrittore non se ne è dato per inteso: e ha continuato a proporsi, con sconcertante arroganza intellettuale, come l’unico depositario dei criteri di verità atti a chiarire una vicenda ancora per troppi aspetti così misteriosa. Qui però dal caso Moro passiamo, come è stato detto, a un caso Sciascia: certo significativo per comprendere i corsi e ricorsi ideologici d’una parte dell’intellettualità umanistica italiana, ma un po' meno storicamente rilevante dell'altro, a dispetto del clamore pubblicitario che lo accompagna.
Di fronte alla iattanza di Sciascia acquista miglior risalto l’abile cautela con cui Arbasino ha accostato l’argomento. Il sequestro del presidente democristiano viene da lui assunto come occasione per una sorta di inchiesta asistematica sullo stato dell’opinione pubblica: cosa diceva la gente, come si comportava, che genere di reazioni aveva o non aveva durante i cinquantacinque giorni della prigionia. Ai suoi occhi, questo episodio anzi ritorno di barbarie ha dato evidenza al permanere, nella mentalità e nel costume più diffusi, di un indifferentismo morale, una mancanza di fiducia nei valori collettivi, una tendenza a rifugiarsi e smarrirsi nelle angustie degli affetti e degli affari privati, tipici di una società ancora alle prese con un retaggio di disgregazione secolare, che l’ha tenuta al margini dei maggiori dinamismi di progresso, così in campo economico come culturale.
In questo stato (Garzanti, pp. 189, L. 4.500) denuncia insomma con acrimonia il fallimento della cosiddetta rivoluzione neocapitalista, nel suo tentativo di dare un assetto di modernità al paese. Secondo Arbasino, molta parte della popolazione non ha vissuto partecipativamente sino in fondo la tragedia Moro perché ciò l’avrebbe indotta, costretta a fare i conti, in senso critico e autocritico, con la gravità complessiva della crisi attuale. In compenso, si t assistito a uno scatenamento della retorica, come è rituale accada in una “società dello spettacolo”, dove tutto diviene motivo di esibizionismi cinici, fatui, spocchiosi.

Distrazione perpetua
È soprattutto sul comportamento dei ceti colti, la bolsaggine del linguaggio giornalistico, la distrazione perpetua dei narratori, sempre assenti dove capiti qualcosa di grosso, che lo scrittore appunta la sua attenzione, volta a cogliere ironicamente il divario tra l’orgia delle parole e lo scarso senso e gusto per la concretezza delle cose.
Dall’abbondanza e anche dalla ridondanza dei materiali (non tutte le pagine raccolte nel volume appaiono indispensabili) emerge in positivo l’auspicio di uno Stato democraticamente neoborghese, forte del consenso attivo dei cittadini, inserito a pieno titolo fra le nazioni europee più ordinatamente progredite, sugli sperimentati modelli inglese o magari svizzero. Questa visione da «ultimo dei liberali » stenta a calarsi nella concreta complessità del caso italiano: in effetti Arbasino si limita ad enunziarla, in termini di buon senso empirico, ma senza articolazioni ideologiche adeguate. E non per nulla offre così poco spazio ai dati propriamente politici, dove l’originalità della questione italiana si manifesta meglio, coi suoi aspetti di ritardo storico ma anche di anticipazione innovativa.
Resta il fatto che la posizione assunta dallo scrittore, pur nella sua opinabilità, gli consente un impatto critico, efficace sugli orientamenti della nostra società civile, e soprattutto dei ceti intermedi, nelle loro inquietudini e pigrizie e velleitarismi. In questo senso, la strage di via Fani e il lento assassinio di Moro si rivelano davvero un’utile cartina di tornasole. Arbasino non nasconde la sua scarsa simpatia per l’uomo politico assassinato, cui imputa gravi corresponsabilità nell’aver ridotto l’Italia «in questo stato», cioè in una situazione per cui non appare evidente a tutti la necessità primaria di difendere le istituzioni dello Stato, con la esse maiuscola: e possono emergere quelle tendenze al cedimento, alla trattativa, contro cui lo scrittore si pronunzia beffardamente. Ma appunto da questo atteggiamento di distacco deriva la disposizione a sottolineare con spregiudicatezza i sintomi di uno scollamento fra le tendenze serpeggianti nell’opinione pubblica e le prospettive indicate ai più alti livelli istituzionali.

L'articolo, pubblicato da l'Unità il 28 ottobre 1978, l'ho ripreso, insieme al commento iniziale, dal blog di Salvatore Lo Leggio.

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