30 ottobre 2018

PLATONE VISTO DALLE DONNE


     B. Russell ha scritto giustamente che tutta la storia della filosofia occidentale non è altro che un commento a Platone. Da qualche anno, uno sguardo nuovo si sta affermando nel dibattito filosofico contemporaneo: lo sguardo femminile. Uno sguardo che ci fa vedere le cose da un altro punto di vista. (fv)

Fulvia de Luise

Il Platone smascherato


La raccolta di studi platonici di Adriana Cavarero, appena uscita a cura di Olivia Guaraldo, è qualcosa di più di un’occasione per tornare a parlare di uno dei contributi più originali che una studiosa abbia fornito a una lettura ‘di genere’ del grande filosofo antico. Mi riferisco al libro Nonostante Platone (Editori Riuniti, Roma 1990) e in particolare al saggio Diotima (un capitolo del libro riproposto nella raccolta), che ebbe il merito di catalizzare l’attenzione sull’ambiguità del personaggio che figura al centro del Simposio platonico: Diotima, appunto, la sapiente straniera che rivela a Socrate il significato esistenziale dell’eros, in termini talmente impregnati di femminilità da fare del suo nome un simbolo di opposizione alla visione maschilista e patriarcale del mondo.

La potenza del personaggio, che dalle pagine platoniche propone la metafora del «parto (tokos)» come modello di azione creativa e la cura riparatrice della «mancanza» (endeia) come antidoto alla fragilità della condizione umana, era tale da affascinare le pensatrici, in una stagione combattiva e intellettualmente feconda del femminismo italiano. Fino a dare corpo reale a Diotima, come se si trattasse di una voce diversa da Platone stesso; e intitolare a lei la ricerca del collettivo veronese, intrapresa col fine di riscrivere la storia, reinventare il linguaggio, rovesciare la rete simbolica dell’universalismo maschile, per fare spazio al «pensiero della differenza».
Studiose come Luce Irigaray (L’amour sorcier, in Irigaray, Ethique de la difference sexuelle, Les éditions de minuit, Paris 1985, 27-39) e Luisa Muraro (La maestra di Socrate e la mia, in Diotima. Approfittare dell’assenza, Liguori, Napoli 2002, 27-43) videro in Diotima la maestra di un’ironia sovversiva. Adriana Cavarero diede invece subito corpo al sospetto che l’operazione platonica fosse più complessa e a suo modo subdola: conferire una straordinaria potenza espressiva a una donna sapiente per far compiere proprio a lei un vero e proprio inganno filosofico, un «furto» simbolico della potenza generativa, che è quanto appartiene nel modo più proprio alla figura femminile e all’esperienza delle donne, per farne solo una metafora della produttività del pensiero maschile. Mantenendo il primato della mente sul corpo, che è, come è noto, l’asse portante della gerarchia di genere.

Intorno all’idea di «furto», Cavarero stava costruendo in realtà un’operazione ben più ambiziosa e non solo anti-platonica: praticare a sua volta questa forma di attività criminale, penetrando nella scrittura poetica e filosofica degli antichi Greci per trafugare le eroine intrappolate in ruoli concepiti da menti maschili (Penelope, la servetta di Tracia, Demetra e Persefone, oltre Diotima), ridisegnando le loro figure e riscrivendo con voce di donna le loro storie.

Richiamare tutto ciò mi è necessario per dire della sorpresa con cui ho accolto questa raccolta di saggi platonici: una sequenza di studi distribuiti tra il 1973 e il 2017, che testimonia non solo di un corpo a corpo accanito e sempre critico con Platone, durato l’intera vita da studiosa di Adriana Cavarero, ma di un’ammirazione profonda per un pensiero che si dà in forma aperta e sperimentale, per una scrittura che conserva la drammaticità irrisolta delle questioni, senza perdere la sua tensione verso la trasparenza dell’idea. Il nome della raccolta, semplicemente «Platone», suggerisce l’interesse e la continuità del confronto con il padre della filosofia occidentale, di fatto il primo scrittore filosofico, che resta referente obbligato e oggetto del contendere di un secolare conflitto interpretativo.
Trattandosi appunto del “padre” della filosofia occidentale, è ovvio che l’attenzione di Cavarero resti armata, lucida nel seguire le tracce di operazioni teoriche sospette, che, pur avendo le loro radici in un tessuto discorsivo e dialogico, tendono però a chiudere molti percorsi come impraticabili e ad assottigliare pericolosamente il sentiero della verità. In ognuno dei dieci saggi raccolti nel volume, la questione della «differenza» resta banco di prova per individuare il sotto-testo della scrittura platonica, le implicazioni non dette di una strategia sempre mirata ad accedere all’area di coerenza assoluta dei paradigmi. Ed è qui che il femminile (ma anche, in senso lato, l’alterità dei soggetti sociali più deboli rispetto all’egemonia dei soggetti eccellenti) appare talvolta la posta in gioco, talvolta l’oggetto di un sacrificio necessario alla “neutralizzazione” del discorso che Platone persegue con la costruzione teorica.

In realtà, nei quattro saggi che precedono (temporalmente e nell’ordine del volume) Diotima, Adriana Cavarero spezza diverse lance a favore di un Platone più “pluralista” di quanto si immagini chi vede in lui l’inventore di una metafisica del mondo vero, che schiaccia e nega ogni alterità nel mondo reale: un Platone che in veste di critico della democrazia risulta «meno antidemocratico della democrazia dei sofisti» (saggio 1, p.26); o che, di fronte al disordine politico di Atene, «assume l’operare dei tecnici come polo positivo» (saggio 2, p.44); o ancora un Platone che, mentre indaga nel Cratilo il valore di verità del linguaggio, immaginando che esista o possa esistere in futuro un vero «legislatore dei nomi», lascia anche aperta la possibilità che proprio l’essenza del nome e del nominare, e non l’ousia immateriale dell’idea, sia «ciò su cui verte ogni ricercare» (saggio 3, p. 72); o infine, sulla scia (nietzschiana) di Giorgio Colli, un Platone che registra le ultime tracce del vitale dionisiaco, svelando la matrice erotica di ogni metafisica del bello, prima di cedere all’istanza razionalistica dell’apollineo, «consegnando al destino occidentale il primo sistema, la prima costruzione piramidale finalisticamente ordinata» (saggio 4, p.76).

Dopo Diotima si fa più evidente lo sforzo di smascheramento che Adriana Cavarero rivolge alle pagine platoniche. Direttamente ispirato al tema della «differenza» e alla problematica femminista sviluppata, in quegli stessi anni Ottanta-Novanta, anche da altre studiose e antichiste (Luce Irigaray, Giulia Sissa, Silvia Campese), appare l’impegnativo saggio Corpo in figure. Il discorso di Timeo, che scandaglia l’ambiguo racconto del Timeo platonico sulla costituzione del mondo naturale, da cui risulta che la sessuazione, destinata a legare il maschile e il femminile nell’unità sincronica della specie umana, si sviluppa tuttavia nella forma di una degradazione: dal «modello originario universale» del maschio, alla figura corporea manchevole della donna, che, occupando il primo gradino di una serie discendente verso l’animalità, va «a lacerare la monosessuata perfezione originaria del prototipo maschile» (saggio 6, p.116); e ciò mentre, sul piano cosmico, il femminile va a occupare lo spazio informe della Chora, compagna e antagonista dell’opera plasmatrice del Demiurgo secondo le idee.
La requisitoria procede per altre vie nei tre saggi che seguono, prevalentemente legati all’incontro di Cavarero con la prospettiva di ricerca di Hanna Arendt, studiosa tutt’altro che consonante con il filone di indagine della «differenza» femminile, ma incline a leggere Platone sotto l’angolatura fornita da Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici (1944), e cioè come un portatore non innocente dei germi di un pensiero politico tendenzialmente totalitario, in quanto ostile alla pluralità dei soggetti e delle opinioni del mondo politico reale. Sarebbe difficile entrare davvero nel merito dell’analisi puntuale e acuta svolta nei saggi 7-8-9, che percorre luoghi cruciali della Repubblica platonica, dall’allegoria della caverna (libro VII) alla condanna di Omero (libro X), al nesso tra teoria e pratica dell’utopia politica (libro IX). Mi permetto però di esprimere il mio dissenso sul fil rouge che li lega e che, a mio parere, costringe la ricchezza analitica dell’indagine testuale di Cavarero dentro la rete di un presupposto ermeneutico infondato: «che Platone sia l’antesignano di una clamorosa fuga dalla realtà della politica» (saggio 9, p.175).

Riportato correttamente come principio-base della lettura arendtiana, l’assunto si appoggia sull’importanza che la theoria riveste nella ricerca platonica della Repubblica e su quell’enfasi del ‘vedere’ che si rinviene in particolare alla fine della costruzione della «città perfettamente buona», quando essa si rende visibile come «paradigma in cielo» e se ne discute il possibile uso sul piano della realtà. Trasformare in un metafisico «primato della teoria sulla politica» un risultato teorico faticosamente raggiunto in aperto contrasto con le voci dissonanti della città reale, significa ignorare (come è sicuramente il caso della Arendt) le premesse conflittuali della ricerca platonica della giustizia, compreso il disagio morale espresso dai principali protagonisti della Repubblica a vivere in un ambiente politico degradato, in cui la possibilità stessa di praticare un comportamento di corretta reciprocità è negata, nel nome del più violento e naturale desiderio di sopraffazione. La visione arendtiana di una vocazione tipicamente umana alla vita activa era probabilmente di ostacolo a cogliere il valore propositivo di quel distacco dall’esistente, che è il cuore normativo dell’utopia platonica. Quale che sia il nostro giudizio sui contenuti specifici di quella utopia.

Tornando a Cavarero, io credo che la passione autentica per la forza provocatoria della scrittura platonica abbia alla fine avuto la meglio e trovato la strada per esprimersi. Nell’ultimo saggio della raccolta, un intervento del 2017, dedicato a rinvenire «un’archeologia della post-verità», la studiosa torna al Platone critico delle opinioni incontrollate, che suggestionano e orientano senza difficoltà la volubile mente dei «molti»; e ricollega la portata epocale del tema, nella città della democrazia, sia al dibattito sul rapporto ‘demagogico’ tra capo e masse, che segnò un momento cruciale della storia del Novecento, sia all’attuale dominio delle verità “virali”, attraverso l’immenso potere anonimo della rete in cui passano le comunicazione di massa.

È in questo contesto che la studiosa esprime un sostanziale apprezzamento della diffidenza platonica per quel demos raffigurato come un «vigoroso bestione», vezzeggiato e usato dai professionisti della politica, con sovrano disprezzo per una verità che non esiste o non può essere distinta da una menzogna efficace. L’interesse politico per Platone si riaccende di fronte a quella «descrizione della fenomenologia di una politica patologica» (p.190), che richiama, con tutte le dovute differenze, «l’attuale circo della post-verità» (p.195). Così, restituendo a Platone tutta la ragione che aveva sulla difficoltà a comunicare ai «molti» sensibili alle tempeste emozionali il semplice rigore di un ragionamento fondato, Adriana Cavarero si spinge fino a una sorta di riabilitazione di quel «primato della teoria sulla politica», che era stato arendtianamente usato come capo d’accusa: Ritengo che l’elitario Platone, la cui dottrina antidemocratica affascina così tanto le tradizioni di estrema destra e le ideologie fasciste, l’esecrabile Platone che disprezza i molti nel nome della verità razionale, ci possa aiutare a riflettere sulla vena demagogica che percorre il corpo democratico, trasformandolo in qualcosa di irresistibilmente patologico (p.197)

Da parte mia, credo sia possibile imboccare ancora, «nonostante Platone», ma ancora con lui e con i suoi fulminanti paradossi, la strada contraddittoria che unisce il realismo all’utopia, permettendo anche a noi di immaginare un «paradigma in cielo» che abbia la forza teorica di portarci fuori dalle angustie del presente politico. E potremmo ancora domandarci, pur mantenendo il sospetto del «furto» sulla creazione platonica di Diotima, quale straordinaria potenza di pensiero abbia permesso al filosofo di raffigurare la differenza profonda di una sapienza femminile, sullo sfondo del desolante e corale disprezzo delle donne che pervade la cultura del mondo greco.

il manifesto – 28 ottobre 2018

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