08 settembre 2017

FRANCO CARDINI, Il peccato e il senso di colpa nella storia

Masaccio, La cacciata dall' eden

Figli di un Dio terrore. Il peccato e il senso di colpa nella storia

 Franco Cardini

 
Questa l’ha raccontata Umberto Eco a Vittorio Messori: e lui ce la riferisce nel suo ultimo libro, Inchiesta sul cristianesimo (S.E.I.). Un omicida è divorato dal rimorso; entra in una sinagoga: «Rabbi, ho ucciso!»; «Che il sangue di quell’uomo ricada su di te»; corre a un tempio protestante: «Pastore, ho commesso un assassinio!»; «E vieni a dirlo a me? Veditela col Signore, o va’ alla polizia!». Finalmente, una chiesa cattolica: «Padre, ho ucciso!»; e dall’altra parte del confessionale una voce risponde: «Quante volte, figliolo?».
Prendetela un po’ come vi pare. Chiamatela pure pedante casistica da ragionieri dell’anima che qualcuno può avere insegnato a quelli di noi che hanno avuto un'educazione cattolica, quando ancora si spiegava ai ragazzi come fare «l’esame di coscienza»; oppure, se preferite, parlate del cinismo di fondo di questo cattolicesimo che pretende di perdonare i peccati attraverso una rozza paleopsicoterapia auricolare; o, altrimenti, chiamate in causa la superiore saggezza della Chiesa, che sa bene come il peccato peggiore sia la disperazione.
Peccato, e soprattutto tentazione terribile. Chi ha seguito i riti pasquali, anche da laico interessato a rivivere il dramma storico di un uomo così come lo narra una tradizione millenaria, sa bene che nel mistero della passione e della morte di Gesù c’è davvero qualcosa di universale, qualcosa che - in tempi e in modi diversi - tutti gli uomini hanno in comune: l’angoscia della fine, la paura del dolore, della prova e del buio che verrà dopo.
In quel «Signore, perché mi hai abbandonato?» vibra un terrore pieno, assoluto, senza remissione: così differente nelle forme espressive eppure così simile nella sostanza alla disperazione greve, plumbea, costante che accompagna in ogni attimo della sua vita il cittadino felice di quest’occidente postcristiano, postmoderno, postindustriale (e anche postumano, visto che l'ingegneria biologica comincia a poter fare a meno degli uomini, anche come produttori di ormoni?).
Insomma, abbiamo paura. Anche noi, figli del libero e forte Occidente e della grande civiltà tecnologica e informatica, abbiamo paura. Un sentimento sottile, al quale non sempre riusciamo neppure a dare un nome perché ormai abbiamo forse disimparato a conoscerlo nelle sue forme tradizionali: difatti non abbiamo più paura dei nemici, del fuoco, delle tempeste, delle belve, del buio che si diceva un tempo abitato dai morti e dalle creature della notte. Ma lei, l’antica compagna, ci perseguita: per esorcizzarla vestiamo e viviamo «giovane», abbiamo macchine-ferie-cinema-tivù, magari nei momenti di solitudine (quelli in cui un tempo ci si consigliava di prepararsi col pensiero alla morte) inforchiamo le cuffie e ci ubriachiamo di musica il più demenziale possibile. Evadere dal carcere della condizione esistenziale; sfuggire all'angoscia del vivere, anche se è proprio questo continuò sforzo di sfuggirla che, in realtà, le conferisce una forza che forse non dovrebbe avere.
E si torna, allora, a vecchie e usurate verità. «Paura di che?», si chiedeva quella buona rompiscatole d'una Lucia Mondella. Molti di noi non lo sanno: e sempre più spesso - ora che la confessione auricolare, psicoterapia rozza ma almeno gratuita, è divenuta desueta - chiedono di esserne liberati allo psicanalista.
E sia pure, tanto più che i bei vecchietti curvi e sdentati d’una volta non si vedono più in giro, qui in Occidente. Finché si può, e se hanno di che permetterselo, si truccano da giovani a colpi di protesi e di maquillage; quando poi proprio non ce la fanno più, vengono occultati. Quelli fra loro che hanno più fortuna, in quei bei depositi immersi nel verde e popolati di avvenenti infermiere svizzere. Gli altri, in depositi che odorano di minestra e dove allignano ancora monache cordiali come sergenti prussiani.
Insomma, la paura, più la si esorcizza e si finge di esserne immuni, più acquista campo e accresce il suo tristo impero. Forse, il modo migliore di combatterla consiste nel conoscerla. Del resto, è proprio il suo carattere oscuro a renderla affascinante, quasi eccitante.
A descriverla, ci hanno provato in molti: anche di recente, Rosellina Balbi è riuscita a farne un tema di moda. Ma lo storico per eccellenza della paura è Jean Delumeau, il quale già ne La paura in Occidente (scritto nel '78 e tradotto in italiano l’anno successivo) aveva affrontato quella che, con occhi di storico, poteva sembrargli una grande contraddizione.

L’Occidente si è sviluppato e si è definito sulla base della coscienza di essere un territorio assediato, fuori e dentro se stesso: persiani, arabi, turchi (e più tardi magari sovietici e cinesi) fuori; ed eretici, ebrei, zingari, streghe (e poi magari appestati, untori, e ancora fascisti, comunisti, anarchici e ammalati di Aids) dentro.
A prima vista, quest'abbondanza di nemici avrebbe dovuto e dovrebbe vaccinare la nostra società dal rischio dell’introspezione. E invece no: come dicono gli psicanalisti, non c’è nemico tanto pericoloso da poter reggere il confronto con il Terribile interno, con il giudice, il signore e l’avversario che ciascuno di noi si porta dentro. Da qui il tema ascetico della lotta contro se stessi, la «pugna spiritualis»; da qui l’idea - espressa anche dal cristianesimo delle crociate e dallo jihad islamico - che ogni guerra è tale anzitutto contro il nemico che sta in noi.
Le sconfitte, gli arretramenti di fronte, le rese a quel nemico, nelle religioni storiche e rivelate (ebraismo, cristianesimo, Islam) hanno un nome. Il peccato. Singoli e società strutturate cercano di ripetere (magari laicizzandolo in termini politici) da sempre il rito del capro espiatorio: individuare il peccato, cacciarlo dal loro seno, riconquistare il diritto a sentirsi puri e quindi immuni dal pericolo. Perché l’idea di peccato genera angoscia, ed essa a sua volta paura della punizione e bisogno di forme individuali e collettive di espiazione che allontanino l’ira divina.
In un nuovo libro che è appena uscito a cura del Mulino di Bologna, Il peccato e la paura. L'idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Jean Delumeau riprende il discorso del suo lavoro precedente e propone una sistemazione del rapporto peccato-paura in un lungo delicato momento della storia europea: i cinque-sei secoli compresi (si può dire) fra la «scoperta della morte» e l’aurora del pensiero laico.
Il Medioevo - lo hanno dimostrato, sia pure in disaccordo nelle loro tesi di fondo, i lavori di Philippe Ariès e di Alberto Tenenti - non aveva granché paura della morte. Forse perché la sua fede era soprattutto quella nel Cristo vittorioso e trionfale sovrano dell’Apocalisse; forse perché la certezza di un aldilà nel quale meriti e colpe sarebbero stati puntualmente e inesorabilmente retribuiti rendeva più leggero il sopportare le molte pene dell’esistere (un esistere ben più scomodo
- non si illudano gli ecologisti! - dell’odierno) e fugava comunque il vero rischio dell’angoscia, quello che deriva dal timore dell’annientamento; forse - e quasi certamente - proprio perché il vivere era tanto duro che il morire poteva davvero configurarsi come il riposo.
Ma con il Due-Trecento, la vita era diventata più dolce. Nasce allora l’angoscia della morte: prima come devozione al Cristo sofferente del venerdì santo (un’umanizzazione del cristianesimo nella quale Francesco d’Assisi ha un ruolo da protagonista); quindi come progressivo spostamento dell'ideale ascetico del disprezzo dell’uomo e del mondo, e pertanto come crescente attaccamento alle gioie e alle dolcezze della vita; infine come ossessione non priva di elementi morbosi e talora di una sessualità sublimata (il trionfo della Morte, la danza macabra).
La morte è il salario del peccato, sta scritto. Ma dinanzi a una religione che offre la vita eterna e addirittura la resurrezione dei corpi, a una religione che parte dall’assunto che l’Incarnazione avrebbe vinto il peccato e la morte, il fedele si sente poi disorientato dinanzi alla sua esperienza, che gli insegna invece come siano proprio la morte e il peccato a portare corona nel mondo.
Lotta al peccato, quindi, e nello stesso tempo desiderio bruciante di razionalizzare qualunque sventura tocchi ai singoli e alle società costituite come conseguenza del peccato: il Dio cristiano ridiventa il terribile Dio del Sinai, il Signore geloso della vendetta e della giustizia. Sfortune private e sciagure collettive vengono interpretate «peccatis nostris exigentibus», come salario «dei nostri peccati». Ma si sviluppa immediatamente una sorta di santa ragioneria, di computisteria dell’Eterno: ogni sfortuna, ogni sofferenza va a sconto della vita eterna. Il libro dell’Arcangelo non contiene errori, e tutto vi è registrato.
Se la pastorale cattolica s’indirizza d’altronde sul doppio computo della paura del castigo eterno e dello scarico periodico che ridà saggiamente fiducia e allontana l’angoscia (dopo la confessione «ci si sente più leggeri»), la morale protestante con il senso della predestinazione è ben lungi (lo aveva compreso bene Max Weber) dal tradursi in termini di fatalismo e di disperazione. Al contrario, i buoni, i giusti e magari anche i «successful men» hanno proprio perché tali la certezza di essere figli prediletti, candidati alla salvezza; e lottano per divenire ciò che sono, vale a dire appunto buoni, giusti, «successful men». La lotta contro il peccato si trasforma immediatamente in lotta contro la paura.
Il libro di Delumeau giunge alle soglie dell’illumini-smo e dell’età moderna. Resta da vedere che cosa è accaduto e sta accadendo oggi, in tempi di morte di Dio e quindi di lotta al senso del peccato. Basteranno la laicizzazione della morale, la coscienza che quel che era peccato è ora crimine (e che quel che era peccato e ora non è crimine corrispondeva in realtà a un inutile non-senso), la morale kantiana e l’umanitarismo a liberarci dalla paura?
Dopo la morte di Dio, l’idea di male, certo, si è molto relativizzata. Al contrario, sembra essersi assolutizzata la paura. Essa, lungi dallo scomparire, ha allungato la sua ombra proprio in quanto si è trasformata anzitutto in angoscia del Nulla. 
 
Franco Cardini

EUROPEO/6 GIUGNO 1987

 

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