18 settembre 2017

IL CINEMA SECONDO GIULIO ANDREOTTI



       Tra il 2003 e il 2005 Giulio Andreotti ha rilasciato ben 21 interviste a Tatti Sanguineti che gli ha chiesto di ripercorrere con la memoria, e l'ausilio di una serie di documenti cartacei e audiovisivi, gli anni fra il 1947 e il 1953 in cui il politico democristiano fu Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con ampie deleghe allo spettacolo. Di fatto il censore di Stato. Ne è uscito un film di grandissimo interesse, ora disponibile in DVD.


Giancarlo Mancini

Il cinema secondo Giulio Andreotti

Molti sono i fili che tengono legate assieme le due ultime fatiche di Tatti Sanguineti, il più curioso, maniacale, spericolato studioso e amante del cinema italiano, una sorta di Kien canettiano mai saturo, né appagato dalle proprie performance. Un libro e un film, da portarsi assolutamente dietro nei prossimi mesi, per confrontarcisi e perché sono talmente ricchi di notizie, di spunti che è impossibile esaurirli al primo passaggio.

Il libro è la riedizione di un classico della storiografia sul neorealismo, curato da Alberto Farassino, amico e sodale di Sanguineti per tanti anni, fino alla sua prematura scomparsa: Neorealismo. Cinema italiano 1945-49, pubblicato per la prima volta in occasione della retrospettiva organizzata dal festival «Torino Cinema Giovani» e ora ristampato da Cuepress (pp. 303, euro 24,99). Il film, uscito direttamente in dvd grazie all’Istituto LUCE, è invece dedicato all’impegno cinematografico di Giulio Andreotti, per tanti anni dipinto da molti come la bestia nera, l’affossatore, il censore irrefrenabile della settima arte nostrana.
Tredici domande

A fare da collante inscindibile ad entrambe queste opere è proprio la figura di Andreotti, perché è a lui che in occasione del libro sul neorealismo si rivolgono Sanguineti e Farassino con tredici domande. Era il 1989 e della stagione di Andreotti come sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al cinema, da tempo non si parlava più, ai feticisti restava semmai quella scena di C’eravamo tanti amati in cui l’allucinato Stefano Satta Flores, emblema dell’intellettuale impegnato anni Cinquanta, si scaglia contro chi, in nome dell’andreottiano «i panni sporchi si lavano in famiglia», attacca Ladri di biciclette di De Sica. È a partire da quelle tredici domande, fatte recapitare nello storico e famigerato studio di Andreotti di piazza san Lorenzo in Lucina, che Sanguineti inizia, per dirla con le sue parole, a «fissarsi» su quei temi.
Bici e rivoluzione

Nel 2003-2004, Sanguineti inizia a girare una serie di interviste che diventeranno, dopo un lungo travaglio, il doppio dvd. Questi due affondi possono essere davvero forieri di un ritorno di fiamma dell’attenzione sul cinema dell’immediato dopoguerra, scevro dalle forzature ideologiche, dalle affiliazioni politiche forzate e anche dalle idiosincrasie troppo smaccatamente soggettive che hanno impastato in una melassa oramai inservibile la storia di quel periodo.

Il libro di Farassino ha dunque la forma del catalogo festivaliero. Un’opera collettiva, divisa in 3 sezioni: Storia e geografia del Neorealismo, Neorealismo e vita quotidiana, Immagini. A fare da antipasto è una serie di «Memorie e testimonianze» in cui grandi personaggi del cinema mondiale come Bogdanovich, Kluge, Herzog, Iosseliani, Kramer, Straub, ricordano un aneddoto che li lega a quei film, un debito verso quella rivoluzione dello sguardo da cui tutto il nuovo cinema, prima o dopo, sarebbe partito. Alcune di queste testimonianze sono anche curiose, come quella di Sam Fuller, il quale a proposito di Ladri di biciclette ricorda questa scena: « Il papà sta incollando un manifesto sul muro. Ha appoggiato lì vicino la sua bicicletta. Gliela rubano. Il neorealismo è come procurarsi una bicicletta».

Il problema sarebbe poi stato dove questa bicicletta avrebbe dovuto portare, verso la rivoluzione? O semplicemente verso un modo diverso di sentirsi cittadini del mondo? Questa però è davvero un’altra faccenda, restando all’operazione Farassino, non si può non notare quel titolo in cui si impone il neorealismo come il cinema italiano tout court, interpretazione figlia di una visione radicale del modo di fare critica. Sfortunatamente.

D’altronde già la fonte d’ispirazione, Storia e geografia della letteratura italianadi Carlo Dionisotti (vero e proprio libro chiave della critica del dopoguerra) la dice tutta su quali fossero le letture e i punti di riferimento di chi rifletteva sul cinema e sui film una o due generazioni fa.



Già l’inizio è di quelli che sorprendono e spiazzano. Non si parla di fotogrammi tagliati, di tette oscurate, di comunisti cancellati, ma della passione per il volo di Andreotti, del suo desiderio di librarsi in aria, diventare leggero e danzare sulle macchine in coda. «Ma questo, presidente- ribatte Sanguineti- è l’inizio di 8 e ½». L’amicizia tra Fellini e Andreotti è rimasta a lungo un mistero, ora ecco le lettere, con a latere quei disegnini in cui si rivede il tratto inconfondibile del regista romagnolo.

Poi c’è la scena in cui Andreotti sale sul taxi di Sordi ne Il tassinaro, lasciando tanto impietrito lo scafatissimo attore romano da non riuscire a pronunciare la prevista battuta scritta per la scena da Age e Scarpelli: «Ammazza senatore quant’è svelto lei ad occupare il posto!». Tutto questo, credo, per indicare una presenza più che duratura di Andreotti nella storia del cinema italiano del secondo Novecento. Ben dal di là di quell’incarico di sottosegretario che lascia nel ’53, con la caduta dell’ultimo dicastero De Gasperi.

Il racconto-confessione andreottiano è pungolato oltre che dagli stimoli di Sanguineti anche da brani di cinegiornali, scene di film, ritagli di giornale, tutto quanto insomma può servire per riannodare i fili della memoria. I temi caldi dell’epoca ci sono tutti.

Sul fronte politico il rapporto con i comunisti, memorabile il modo in cui Andreotti racconta il comizio di Venezia, nel giugno ’47, il primo dopo la rottura dei governi del CLN, con l’uscita di comunisti e socialisti dal governo. Piazza San Marco è divisa a metà. Da una parte ci sono gli operai di porto Marghera, decisi a rumoreggiare e a disturbare il più possibile lo svolgersi degli eventi. In mezzo ci sono le forze dell’ordine e dall’altra parte i democristiani.

È una data importante per la storia dell’ordine pubblico perché è in questo giorno che vengono sparati per la prima volta i proiettili con gas lacrimogeni. Solo che, racconta divertito, Andreotti, l’imperizia dei tutori fece sì che il vento spingesse i fastidiosissimi miasmi verso loro, i governativi, anziché verso i sostenitori delle opposizioni rosse.
Quo vadis

Poi c’è la questione Quo Vadis, il film di Mervin Le Roy che trasforma Cinecittà da campo profughi in Hollywood sul Tevere, con tutti i divi, gli scandali e i soldi, tanti soldi con cui il cinema italiano per vent’anni farà faville. Andreotti cerca di facilitare in tutti i modi la MGM, produttrice del film, convince perfino il ministro della difesa Randolfo Pacciardi a distogliere alcuni reparti di alpini e a consentire il trasferimento di una compagnia di fanteria americana dal nord Italia a Roma.

D’altronde, risponde con quel tono un po’ così Andreotti, che potevano fare, occupare Bologna? Di molto altro si potrebbe parlare ma si rischierebbe di perdere per strada quella sorpresa e quel gusto divertito della scoperta che è una delle qualità più preziose di questo doppio film.

Il Manifesto/Alias – 9 settembre 2017

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