06 marzo 2018

IL MESE DI MARZO NEGLI ANTICHI ALMANACCHI


Marzo (Marte) in un salterio medievale inglese

Secondo molte tradizioni l'anno iniziava a marzo. Guido Araldo ci guida nella scoperta di come gli antichi romani vivessero questo mese molto importante nell'economia complessiva dell'anno.
Guido Araldo
Il primo mese dell’anno negli antichi almanacchi.
Il suo nome deriva da Marte che, in origine, era il dio protettore dei campi, moderatore della pioggia, della fertilità e anche protettore degli architetti; soltanto in epoca ellenistica prese a identificarsi con il greco Ares, signore della guerra. Anche il dio germanico Týr, da cui tuesday (martedì) in inglese, dio peraltro della giustizia, sembra presentare una simile evoluzione nella cultura germanica. Anticamente i Romani avevano come divinità della guerra la dea “Bellona” (da bellum: guerra). Poco è noto di questa divinità antichissima. Il suo tempio era situato fuori Roma, poiché “Bellona macchiò gli Dei Penati con un fiume di sangue e rinnovò scene di battaglia” (Publio Ovidio Nasone, Le Metamorfosi V,155). All’interno delle mura di Roma doveva regnare la pace. Bellona era probabilmente la moglie del dio agreste Marte, poiché nel suo mese iniziavano solitamente le campagne belliche, dopo la lunga stasi invernale.
Nel minaccioso tempio di Bellona i senatori romani erano soliti accogliere gli ambasciatori stranieri, prima d’introdurli in città, e di fronte al suo tempio si celebravano i riti che preludevano l’inizio di una campagna militare: riti di purificazione, con la consacrazione delle armi che sarebbero state usate in battaglia. Resta il dubbio se questo tempio venisse chiuso come tutti gli altri a Roma durante le guerre, quando restava aperto soltanto quello del Dio Giano.
Un collegamento antichissimo di Marte con la guerra, e non soltanto con l’agricoltura, è ravvisabile nel Campo Marzio romano, dove nel mese consacrato a questo dio si tenevano spettacolari corse di cavalli e si concentravano le truppe prima d’intraprendere spedizioni militari.
La tradizione più consolidata voleva che Marte fosse figlio di Mater Tellus e gli era consacrato il fiore candido del biancospino, che allude alla fine dell’inverno e alla natura che si rigenera. Non a caso, Marte era il dio della primavera, periodo nel quale si tenevano le principali celebrazioni a lui dedicate. Sostanzialmente questo dio rappresentava la forza della natura che si desta nel mese a lui consacrato, incluse le virtù migliori della gioventù maschile, che all’epoca era frequentemente impegnata in corse di cavalli o in attività belliche.
    Roma. Basilica dei quattro Santi incoronati. Ciclo dei mesi. Marzo
Si può ben dire che Marte avesse una duplice valenza: proteggere i campi dalle calamità stagionali, (come chiaramente espresso da Catone nel libro “De Agri”), a cominciare dalle terribili gelate tardive peggiori della grandine, e tutelare il popolo romano, preoccupandosi della sua sicurezza. Non a caso i Quiriti (i Romani) si definivano “figli di Marte”.
Si vis pacem, para bellum: se vuoi la pace, prepara la guerra. Un’esortazione che i Romani antichi non hanno mai dimenticato in tutta la loro storia, fino a quando il cristianesimo non divenne la religione di Stato e il dio Marte degenerò a demone pagano. Allora non era più importante difendere i confini della patria, ma preoccuparsi esclusivamente del destino della propria anima.
A questo dio erano dedicate le feste note come Equirria, che si svolgevano nella prima metà del mese, antecedenti l’equinozio: se da un lato erano impregnate di ritualità agresti, dall’altro provvedevano al raggruppamento delle truppe, alla benedizione delle armi, ai riti della loro purificazione con l’esaltazione dell’imminente impegno bellico.
A Roma, il ruolo di custodi dell’antichissimo culto di Marte, soprattutto inteso come dio dell’aratura primaverile e delle semine, spettava ai sacerdoti Salii, in numero di 24: 12 Palatini e altrettanti Quirinali. La distinzione tra Palatini e Quirinali derivava dal fatto che i primi, più antichi, accoglievano tra le loro fila il fior fiore dell’aristocrazia romana, mentre i Quirinali erano pur sempre patrizi, ma discendenti da famiglie meno prestigiose.
I Salii indossavano tuniche rosse ed era loro richiesta una rigorosa castità, esattamente come le Vestali custodi del fuoco sacro: un impegno che durava un anno. Pare che non fosse possibile esercitare le più alte cariche dello stato, principalmente al consolato, senza aver prestato in gioventù “il servizio sacerdotale in onore di Marte”.
I Romani facevano risalire l’istituzione di questo collegio sacerdotale al mitico re Numa Pompilio e i Salii, soprattutto, erano i custodi degli Ancilia: dodici scudi sacri, di cui uno si riteneva fosse caduto direttamente dal cielo. Il compito dei Salii consisteva nel portare questi scudi in solenni processioni per le vie di Roma durante le feriae marti (i giorni festivi di marzo) e cantare il Carmen Salziare, il cui testo è rimasto sconosciuto. Queste processioni coinvolgevano tutto il popolo romano e si tenevano all’equinozio di primavera, con riti spettacolari che ne intercalavano il percorso.
Una prima processione, il 19 marzo, riguardava il prelievo degli scudi dal tempio in cui erano custoditi. Una successiva processione, la principale, il 23 marzo, riguardava la purificazione delle trombe dei Salii e degli scudi. Il giorno dopo, il 24 marzo, gli scudi erano solennemente riportati nel tempio che li avrebbe custoditi per il resto dell’anno. Non è noto cosa accadesse esattamente durante queste solenni processioni concomitanti con l’equinozio di primavera. Festeggiamenti che s’intersecavano con quelli in onore della dea Cibele, anch’essa protettrice del popolo romano.
L’intrinseca simbologia dei 12 scudi, soprattutto riferita allo scudo precipitato dal cielo (una presenza aliena?), non è mai stata svelata: non è chiaro se avessero una valenza esclusivamente militare, oppure se rivestissero un’importanza agricola, di protezione contro le calamità naturali. Non a caso erano dodici come i mesi dell'anno e le costellazioni. Il nome di Salii deriverebbe dal verbo salio, ovvero saltellare, poiché durante le solenni processioni questi giovani sacerdoti eseguivano una danza che doveva richiedere notevoli doti atletiche. Il saltellamento presenta simbologie recondite: allude alla prosperità campestre, ai virgulti e ai semi che salgono in alto. E più si salta in alto, più i semi e i virgulti crescono prosperosi. Ecco perché i sacerdoti Salui era tutti giovani, prestanti e vigorosi: più saltavano in alto e più le sementi e i virgulti sarebbero cresciuti vigorosi, forieri di una bella e proficua stagione di raccolti.


(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)

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