13 gennaio 2017

I PENSIERI DI ALFONSO GATTO




      Il volume raccoglie per la prima volta integralmente i 'Pensieri' di Alfonso Gatto che, collocati accanto a 'Scorciatoie e raccontini' di Umberto Saba e 'Fuochi fatui' di Camillo Sbarbaro (o, cronologicamente più vicina, 'La linea gotica' di Ottiero Ottieri), costituiscono uno dei capolavori della scrittura aforistica del secondo Novecento. Costante punto di riferimento sono, fra l'altro, i 'Quaderni del carcere' di Gramsci, assunto a modello di "un ricevere direttamente dall'interno della propria meditazione l'impulso a agire e a produrre storia".
      "Perché diamo agli alberi che ogni anno trovano e perdono foglie il peso e l'ombra delle memorie? Sono a guardia del nostro 'passare' che sarà domani il nostro passato" [Gatto, 'Pensieri', 221].

Gatto, pensieri ritrovati nel cassetto

 Francesca Bellino

La poesia, le donne, la morte, il sorriso, l'arte, gli amici, lo sguardo, le sue città e le sue case, il mare, la solitudine, la meraviglia, la tirannia sono alcune delle tematiche sfiorate nei pensieri che il poeta Alfonso Gatto ha appuntato tra il 1964 e il 1971 e che per la prima volta vengono pubblicati in un volume curato da Federico Sanguineti, figlio del poeta Edoardo, da Nino Aragno Editore. Questi Pensieri, ritrovati dalla famiglia nei cassetti del poeta e conservati presso la Fondazione Alfonso Gatto di Salerno, erano raccolti in cinque quaderni manoscritti e vengono riproposti ai lettori nell'ordine originario.

I primi tre corposi quaderni, titolati Qualche pensiero Pensieri, Seguono pensieri, contengono 519 paragrafi e sono numerati uno di seguito all'altro. Il quarto, Pensieri di Alfonso, oltre a una serie di aforismi - o appunti preparatori per altri testi -, contiene due note, «Natale '54» e «Santo Stefano '54», la prima redazione della poesia «La sigaretta» (inclusa in La storia delle vittime 1962-1965), versi e prose fra cui pagine introduttive a un volume di poesie di Graziana Pentich, la pittrice triestina che fu sua compagna dal 1946 fino alla fine degli anni '60 e madre dell'adorato figlio Leone (morto suicida a pochi mesi dall'indicente stradale del padre che ne causò la scomparsa nel 1976). Chiudono il volume di 360 pagine, decine di aforismi non numerati del quinto quaderno e un dattiloscritto senza titolo, successivo ai quaderni, in cui il poeta parla di speranza, pietà, gioventù, dei piccoli paesi dove ha passato una notte e aneddoti vari tra cui l'incontro immaginario nel castello dell'Imperatore Guglielmo datato 1914 di Franz Kafka con Matilde Serao, la prima donna in Italia ad aver fondato e diretto un quotidiano, Il Mattino (1892). «L'incontro avvenne in sogno appunta Gatto , e lo scrittore ebbe a scrivere nel suo diario di aver dimenticato tutto. Resterebbe da chiedere perché Kafka in sogno s'incontrò con Matilde Serao. L'aveva mai vista prima o per il sogno (per l'incontro) fu solo quel nome a farsi donna?».

Nei pensieri del poeta, sogni, speranze e deliri si mischiano a fatti di cronaca come la grande nevicata a Roma del 9 febbraio 1965 fino a ricordi più intimi come quello sull'amato padre: «Alle partenze, mio padre amava alzarsi molto presto ancora prima dell'ora fissata sulla sveglia».

Sono pensieri che lasciano scorgere l'uomo e il poeta. Nelle sue parole si riconoscono le passioni, tra cui la pittura, e i dilemmi psicologici e filosofici. Si intravedono le città che ha abitato, da Napoli a Roma, da Firenze a Milano, ed emergono cenni autobiografici, dall'infanzia a Salerno, dove è nato nel 1909 e dove ha vissuto 20 anni, fino all'esperienza dell'arresto e del carcere con l'accusa di «cospirazione comunista» del 1936. «Usciti dal carcere scrive Gatto - ci si accorge che la libertà è soltanto il poter disporre di noi, ma di noi come siamo, ancora una volta impediti e poveri. Come muoverci, dove andare, che fare? Già non basta più il modo di trovarci felici a dare un senso alla nostra infelicità».

Gatto, che fu anche prosatore, giornalista, critico televisivo, cinematografico e d'arte, pittore e attore, si trova spesso a citare Dante, ma anche Gramsci, Goethe, Quasimodo e tanti artisti di ogni epoca, ai quali forse si ispirava per i suoi acquerelli, da Cézanne a Cimabue, da Giotto a Goya. «Il fiato della pittura che si affaccia da un muro dopo millenni è il miracolo, la felicità del caso da cui siamo nati tutti» rileva in un aforisma dedicato all'acquerello nel flusso di questo originale e ricco diario di poeta che è per il lettore un dono inatteso e di grande valore che arriva in libreria a oltre quarant'anni della morte del suo autore.

Il lettore, sottolinea Sanguineti nella premessa al testo, si imbatterà sin dalle prime righe in «un'opera a cui occorrerà assegnare un posto di rilievo tra i libri di aforismi del secondo Novecento, accanto a Scorciatoie e raccontini (1946) di Umberto Saba e Fuochi fatui (1956) di Camillo Sbarbaro; o, volendo, cronologicamente più vicina, La linea gotica (1962) di Ottiero Ottieri». Ogni suo pensiero è portatore di un mondo che gli è appartenuto, che ha attraversato o che ha scorto con i suoi occhi di ghiaccio e non mancano gli avvertimenti per i giovani della sua epoca che Alfonso Gatto ha sempre ammirato e incoraggiato: «Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio».

IL MATTINO, Venerdì 13 Gennaio 2017

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