11 gennaio 2017

VIOLENZA E NON VIOLENZA


Anche se lo condivido solo in parte, mi sembra utile rileggere questo articolo di Canfora che rilancia un dibattito antico:


Equivoci della non violenza 
Luciano Canfora

La discussione pro e contro la «non violenza» e il «pacifismo integrale» ha tutto l'aspetto del falso problema.

È ben noto che la vicenda della liberazione umana è un costante intreccio di violenza e non violenza, un dosaggio che risulta dal concreto equilibrio delle forze e dalie situazioni politiche, militari, diplomatiche ecc. È ingenuo separare la «vittoria» di Gandhi in India dalla crisi dell'impero inglese, dovuta, tra l'altro, alla tremenda guerra inflitta dal nazifascismo all'Inghilterra. (il che aiuta a capire la insensibilità di Gandhi sul terreno dell'antifascismo)… Difficilmente riusciremmo ad immaginarci - in alternativa a ciò che è effettivamente accaduto - una liberazione «non violenta» dell'Algeria dalla oppressione coloniale esercitata dalla Francia, come sperabilmente qualcuno ancora ricorda, con lo «stato di tortura» (governatore dell'Algeria era allora il socialista Lacost); e non di meno è innegabile che l'ultima spallata (l'ultima, dopo anni di durissima lotta armata) al dominio francese venne dalle pacifiche e imponenti manifestazioni di piazza delle donne algerine, che proseguirono nonostante le truppe francesi falciassero a mitragliate i dimostranti: l'efficacia politica e morale di quelle manifestazioni suicide fu un fattore non secondario nella decisione gollista di chiudere la partita.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare e mostrerebbero che solo una visione unilaterale o mitizzante dei fatti porta a dimenticare il necessario intreccio dei due fattori, a dimenticare cioè che anche i «profeti disarmati» - per usare la vecchia polarità del Machiavelli - furono in realtà, in qualche misura, «armati» (quelli davvero disarmati purtroppo immancabilmente «ruinorno» per dirla ancora col Machiavelli). Per essere «armati» non c'è bisogno di avere sottomano in corpore vili delle divisioni. La celebre battuta attribuita a Stalin («quante divisioni ha il Papa?») mirante a screditare il Papa come interlocutore politico appunto in ragione della sua scarsezza di «divisioni», è indegna di un politico accorto: non già perché dia tanto peso alla forza militare ma perché mostra di non percepire che un capo politico sui generis come il Papa dispone comunque, per le alleanze che sapientemente instaura e per gli interessi in pro dei quali si schiera, di una forza computabile anche in «divisioni».

È dunque un po' ipocrita l'atteggiamento dei «non violenti» puri nel momento in cui essi mostrano di ignorare che la loro azione necessariamente si inserisce in concreti e complicati contesti, dei quali diviene un ingrediente, un fattore tra gli altri fattori, e soprattutto che essa intanto risulta efficace in quanto riesca a trarre giovamento dai rapporti delle forze e dalle tensioni e contrapposizioni esistenti per così dire tra i «violenti» circostanti. «Violenti» a proposito dei quali una precisazione mi pare necessaria. Contrapporre categorialmente violenti e non violenti è molto fuorviante, direi francamente intollerabile, in quanto mette allegramente nella prima categoria, quella dei violenti, indiscriminatamente tutti insieme oppressi e oppressori: segregazionisti sudafricani e combattenti anti-apartheid, Gauleteir nazisti e rivoltosi del ghetto di Varsavia, Ku-Klux-Klan e «pantere nere» e, più in generale, diciamo la parola desueta, sfruttatori che opprimono e sfruttati che si ribellano. Solo una grande ingenuità (quando non sia malafede) può portare a classificare indiscriminatamente tutti costoro come «violenti» magari alla fine «brigatisti» come dice Angiolo Bandinelli con espressione demonizzante.

Io sono e resto del parere che la polarità fondamentale non sia tra violenti e non violenti ma tra oppressori ed oppressi e che perciò la questione sia la liberazione dei secondi dal dominio dei primi. Per tale liberazione tutti i metodi proficui, capaci di fornire risultati durevoli, sono buoni: e la non violenza e la predicazione pacifistica rientrano, e non da oggi, tra i mezzi di lotta che gli oppressi adoperano contro i loro avversari. È perciò un po' buffo dire (leggo la citazione nell'intervento di Folena) che «l'idea della non violenza assume oggi un valore rivoluzionario».

In realtà l'ha sempre avuto questo valore, non già come atto di fede astratta, ma come attivo impegno antimilitarista, strumento tra gli altri strumenti nella lotta degli oppressi. Contro la carneficina della prima guerra mondiale il movimento operaio, nelle sue formazioni più consapevoli, dichiarò «guerra alla guerra»: i socialisti italiani (diversamente dai «maggioritari» tedeschi) furono in prima fila in quella «guerra alla guerra», e perciò furono spesso trattati da traditori della patria. Eroi del movimento operaio come Rosa Luxemburg predicarono allora che «il nemico di ciascun popolo si trova nel suo proprio paese», e si riferivano con ciò ai governanti che guidavano i popoli al macello nella esultanza dei vari Marinetti (questo sia detto a proposito delle «avanguardie» tanto care a Bandinelli). Quando gli sforzi pacifisti si palesarono vani, si affermò e fu vincente la strategia di Lenin di trasformare la guerra in rivoluzione. E mentre la scelta di Kerenski era stata quella di continuare a compartecipare all'inutile carneficina, il primo atto del governo sovietico fu l'appello «al mondo» per la pace immediata, seguito immediatamente da un atto concreto e duro a compiersi quale la terribile pace di Brest Litovsk. Ragione per cui al faro bolscevico guardarono allora con entusiasmo quei socialisti che in tutta Europa avevano condotto in condizioni aspre e perdenti la «guerra alla guerra»: dalla Luxemburg in Germania all'allora direttore dell’“Avanti!”, Giacinto Menotti Serrati. Ecco un caso concreto macroscopico di intreccio tra violenza, giusta necessaria violenza, e pacifismo,

Sarebbe però profondamente antistorico credere di ravvisare in quella memorabile vicenda un modello eterno, una stabile ricetta. Se l'esperienza delle due guerre mondiali poteva aver indotto qualcuno alla schematica deduzione secondo cui la guerra è il terreno di cultura più favorevole alla rivoluzione, questa idea è stata rimossa ben presto con l'aprirsi dell'era atomica…

Per lo meno a partire dal discorso che Togliatti pronunciò a Bergamo nel marzo del 1963 (Il destino dell'uomo) è divenuto senso comune per i comunisti italiani il convincimento che «la guerra sia diventata ormai cosa diversa da ciò che mai sia stata»; che la lotta per la liberazione degli oppressi cioè per il socialismo, deve essere dunque ora più che mai lotta alla guerra, a quella terrificante guerra-olocausto che le armi atomiche rendono purtroppo possibile. Orbene, questa proclamazione, presa per sé, rischia di apparire oggi fin troppo ovvia, se non la si integra con alcune considerazioni: 1) che intanto è possibile una guerra alla guerra perché l'imperialismo non domina più incontrastato sul pianeta ed esiste al contrario un equilibrio di forze tra differenti e ben differenziati schieramenti; 2) che la guerra generale si è forse allontanata e funziona politicamente come minaccia anziché come evento, ma le guerre cosiddette locali si moltiplicano e non sono neanche più formalmente distinguibili dalle altre forme di violenza.

Contro queste guerre che si svolgono quotidianamente sotto i nostri occhi, e contro cui non c'è Onu che tenga, non basta la predicazione non violenta, la quale rischia - se assolutizzata - di diventare un comodo alibi per gli intellettuali che discettano nel giardino dell'impero.

E vi è infine una considerazione che vorrei porre a conclusione di questo intervento. Si tratta di una distinzione che a me pare necessaria tra l'uso per così dire «del senso comune» e l'uso concettualmente più rigoroso della nozione di violenza. La confusione tra i due usi introduce una notevole e ormai tradizionale incomprensione nel dibattito politico: incomprensione che rischia di inchiodare ciascuno ad un suo proprio stereotipo, i marxisti nella parte dei predicatori di violenza ed i «non violenti integrali» come loro illuminati ma purtroppo inascoltati pedagoghi. Alla base c'è, tra l'altro, il deleterio uso delle citazioni aforistiche: onde, ad esempio, il fatto che il Manifesto dei comunisti si concluda con la celebre affermazione secondo cui i comunisti «dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordine sociale finora esistente» fa sì che l'immagine storica dei comunisti resti comunque quella di un partito intrinsecamente manesco quand'anche si camuffi più o meno perbenisticamente a seconda delle opportunità. È questo un tipico caso di prevalenza del pensiero volgare (o del benedetto senso comune) sul rigore concettuale. Giacché «violenza» è in realtà sul terreno dell'ordine sociale, e soprattutto dal punto di vista di chi quell'ordine difende, ogni modificazione o proposito o tentativo di modificazione dell'ordine vigente. Ordinamento che a sua volta viene difeso con la violenza attraverso la compagine statale qualunque forma essa abbia, essendo lo Stato - come insegna Bobbio - «per sua natura, quale che sia il suo regime, organizzazione della forza monopolizzata, e dunque non già eliminazione della violenza ma sua istituzionalizzazione» (Il problema della guerra 1979). Ciò significa che violenza è, dal punto di vista dell'ordine costituito, anche la non violenza se abbia come fine (ed è il caso che qui ci interessa), la modificazione appunto di tale ordine. Ragione per cui nel lungo e non facile ma esaltante processo storico apertosi con il Manifesto dei comunisti e tutt'ora in pieno sviluppo, si può dire che violenza e non violenza hanno finito non solo con l'intrecciarsi (come dicevo in principio) ma addirittura col coincidere.

«Credo - è sempre Bobbio che parla - che parte della diffidenza che esiste fra movimenti marxisti e movimenti non violenti dipenda dal fatto che i marxisti vedono nei movimenti non violenti soltanto gli aspetti di rivolta individuale e parziale, mentre da parte non violenta una certa diffidenza nei riguardi del marxismo è fondata sulla convinzione che per il marxismo la dottrina della violenza collettiva sia irrinunciabile, mentre non viene presa in considerazione l'enorme capacità che hanno dimostrato i movimenti che si ispirano al marxismo di promuovere manifestazioni non violente di massa».

Luciano Canfora

  
Postilla
Ho ripreso l'articolo dal blog di Salvatore Lo Leggio che non ha saputo indicare con certezza la  fonte da cui l'ha attinto.

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