07 febbraio 2017

ITALO CALVINO, Una pietra sopra


Calvino dentro il labirinto della letteratura Renato Barilli

L'estensore di questa recensione si trova in un certo imbarazzo, dato che deve conciliare due atteggiamenti diversi presi, pur nel corso del tempo, di fronte alla saggistica di Calvino (come del resto anche alla sua opera narrativa). Quando infatti lo scrittore ligure pubblicò negli Anni 50 o subito dopo saggi famosi quali il «Midollo del leone», il «Mare dell'oggettività», la «Sfida al labirinto» (saggi che giustamente sono all'inizio della presente raccolta, Una pietra sopra, Einaudi, 1980), il sottoscritto non lesinò le critiche e le riserve. Successivamente invece il distacco o addirittura l'avversità si mutarono in accordo, in consenso via via crescente.
Che cosa è successo, chi è cambiato, l'autore o il lettore? Diciamo che si potrebbe parlare di un onorevole compromesso: l'autore è passato senza dubbio attraverso un'attenta autocritica, mentre il lettore, il critico si è deciso a lasciar cadere un metro non troppo adeguato al suo oggetto, vale a dire la pretesa di avere a che fare con uno scrittore «tutto d'un pezzo», coerente e radicale nelle sue scelte: laddove Calvino si dichiara, con volontaria e ironica adozione di uno stereotipo, «alieno da ogni estremismo», continuamente portato a giocare su vari registri e a praticare la figura retorica della palinodia: autore, quindi, in via di perenne metamorfosi quasi sotto i nostri occhi.
Nessuno ha saputo essere più duro di lui, a posteriori, sulla nostra letteratura degli Anni 50, ravvisandovi alcuni difetti fondamentali: quello di voler «rappresentare la coscienza etica e sociale dell'Italia contemporanea», ovvero di essere illustrativa di una verità già posseduta dalla politica, e l'altro, del resto confluente, di fare mostra di un «assortimento di eterni sentimenti umani»; dal che risultava anche un atteggiamento di paternalismo verso il lettore, guidato per mano sulla giusta strada. Ma nei saggi famosi che ho ricordato prima Calvino difendeva queste due ottiche, seppure con quella cautela, quel filtro dubitativo che sono connaturati alla sua personalità, e non senza avvertire il fascino degli idoli polemici, appunto il «mare dell'oggettività», vale a dire la decisione, di Robbe-Grillet e compagni, di farla finita con quella che altrove Calvino stesso chiama la «melassa di umanità»; e il labirinto, ovvero l'idea di un racconto che non si svolge linearmente: idea di cui egli stesso in seguito diverrà un fervente cultore.
Ecco perché era giusto, sullo scorcio degli Anni 50, polemizzare con «quel» Calvino troppo cauto, che non rompeva la solidarietà con l'«impegno», con l'umanesimo convenzionale, con la letteratura dei buoni sentimenti. Ma di tutto ciò egli subito dopo ha fatto onorevole ammenda, e ha ampiamente riconosciuto i meriti storici che allora spettarono alla neoavanguardia per aver allargato l'orizzonte della letteratura, adottando modelli aperti e problematici di interpretazione della realtà.
D'altra parte, dopo il periodo di scontro, non ci poteva neppure essere un incontro sulla base di un comune estremismo sperimentale: non potevano certo convenire a Calvino, né allora né in seguito, le ipotesi di una ricerca linguistica «bassa», tra il dialettale e l'onirico, o di una adozione normalizzata e quantitativamente espansa della «corrente di coscienza». Bisogna però ricordare che i teorici della neoavanguardia non puntavano tutte le loro fortune su questo solo blocco di strumenti; venne introdotta abbastanza presto anche la prospettiva di un ricorso alla comicità e all'ironia, oppure a una letteratura «artificiale», «al quadrato». Del resto, stava per sopraggiungere l'ondata dello strutturalismo a mutare il quadro dei contrasti, a far sparire i partiti opposti degli storicisti crociano-gramsciani e dei fenomenologi.
Le carte si rimescolano, e nel corso dei primi Anni 60 si costituisce un diverso blocco progressivo, appunto nel nome delle nuove metodologie analitiche e strutturaliste mutuate dalla linguistica Calvino vi aderisce in pieno, trovandovi anzi il clima più congeniale ai suoi mezzi. Si vedano le pagine sempre centrate che egli dedica alla letteratura intesa come artificio, come tessuto di elementi «discreti», come «ars combinatoria»: tutto l'opposto di un umanesimo sfumato e generico; e si aggiungano anche i validi amori a livello internazionale, le scelte omogenee a un tale assetto di fondo, indirizzate verso l'«oulipo» (Ouvroir de littérature potentielle) di Queneau e la patafisica di Jarry. Alle giuste prese di posizione teoriche fanno coerente riscontro le produzioni letterarie, dalle Cosmicomiche a Ti con zero al Castello dei destini incrociati; l'irrequietudine e la mobilità, che in passato apparivano più subite che amministrate, costituendo la spia di una insoddisfazione di fondo, ora risultano legittime, «interne» in qualche modo alla poetica assunta, che impone di «provare» senza sosta composizioni e formule diverse.
Questo Calvino maturo, disponibile, cosmopolita diviene quasi la coscienza della letteratura italiana più avanzata, e per esempio prende posizione in misura energica quando scoppia il caso della Storia della Morante, in cui è contenuta la minaccia di riportarci agli Anni '50, o forse anche più indietro, e cioè proprio alla «melassa di umanità» da Calvino così risolutamente denunciata. È vero che egli non manca di gettare una ciambella di salvataggio all'illustre collega, prospettando l'ipotesi che essa abbia voluto ritentare il «romanzo popolare», dove cioè l'umanesimo sarebbe assunto come stereotipo volontario; ma tra le righe è chiaro che egli denuncia la seriosità, l'assenza di distacco critico di quell'operazione, ovvero la pretesa di far piangere il lettore, il che equivarrebbe a ritrovare una superiorità paternalistica su di lui. A ciò Calvino risponde optando per due vie ben diverse: farlo ridere, che vuol dire essergli inferiore, essere il suo giullare, o fargli paura, che è un modo di stabilire un rapporto di complicità alla pari, in nome di un fine di intrattenimento piacevole, e non di edificazione.
Beninteso, anche in questa prospettiva pur così congeniale di una letteratura discreta, combinatoria, artificiale, Calvino non vuol fare l'estremista, andare fino in fondo. Sarebbe pertanto sbagliato valutarlo sul metro di Roussel, o di Robbe-Grillet, o di Borges, come pure è stato fatto di recente: egli si avvia di volta in volta per la loro strada, ma poi scatta un» meccanismo di palinodia, di controcanto, che magari lo vede impegnato a ritrovare un po' di umanità, o di mistero, o di mito. Non tutto avviene alla superficie, alla luce del sole. Calvino è troppo versato nelle attuali scienze umane, per potersi permettere di trascurare l'inconscio freudiano, o, secondo le sue stesse parole, «il mare del non dicibile».
È questo un alibi che gli consente di non affidarsi esclusivamente a una sola parte, ma di essere sempre, e letteralmente, altrove. Giungiamo così al recente Se una notte d'inverno un viaggiatore, ove le prese di distanza non avvengono solo verso ogni pretesa natura del racconto, ma perfino verso una sua artificialità, troppo scoperta e meccanica, nell'intento di ammorbidirlo, di dotarlo di un po' di carne e di consistenza naturale.

“Tuttolibri La Stampa”, 31 maggio 1980

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