14 dicembre 2016

CIBO E PSICOANALISI IN J. HILLMAN



Altro che camera da letto! Le nevrosi per Freud nascevano in cucina. Con grande ironia James Hillman ci racconta il rapporto tra psicoanalisi e cibo.

Marino Niola
James Hillman tra ricerche e ironia svela il legame cibo-psicoanalisi

Panini, Coca-Cola, tramezzini, spaghetti precotti e hamburger. È questa la vera psicopatologia della vita quotidiana. L’origine di tutte le nostre nevrosi. A dirlo è Sigmund Freud. Anzi no. È il celebre psicanalista James Hillman che con la complicità del mitologo Charles Boer, uccide il padre della psicanalisi e cucina i suoi frammenti in un banchetto cannibalico.
Il risultato è “La cucina del dottor Freud”, un libro a metà tra “Psycho” e Woody Allen, appena uscito da Raffaello Cortina con la traduzione di Vittorio Serra Boccara. Apparso negli USA nel 1985, questo spaesante cookbook freudiano, che sembrava solo un divertissement da psicanalisti consumati, alla luce della cibomania dilagante di oggi, si rivela in tutta la sua profetica attualità. E diventa una sorta di analisi dei lapsus, delle fissazioni, delle rimozioni, delle ossessioni, delle fobie di homo dieteticus. Cioè il cittadino globale che ha fatto del cibo il vero luogo della libido. Altro che il sesso. Perché Hillman e Boer fanno confessare al grande Sigmund che la psicoanalisi non è nata dietro il divano, ma davanti ai fornelli.

In questo senso è vero che la pratica analitica e la cucina hanno avuto molto in comune, perché sono entrambe delle fantaisies de bouche. Solo che all’origine di tutto non c’è il sesso, ma la gola. E le nevrosi non nascono a letto, ma a tavola. Questo libro costituisce dunque una clamorosa retromarcia dell’oralità, che restituisce alla bocca un ruolo non semplicemente metaforico, sostitutivo, ma letterale, alimentare, funzionale. Come dire che le gratificazioni genitali derivano dalle voluttà orali e non viceversa: se repressione c’è stata, è stato il sesso a reprimere e sublimare il cibo e non viceversa. E a muovere la pulsione orale non è il desiderio ma la gourmandise.

Insomma attraverso i frammenti di lettere, appunti biografici, testi della figlia Anna messi insieme da Hillman e Boer emerge un Freud severo verso se stesso e feroce verso i suoi seguaci, colpevoli di aver ridotto la pratica analitica a un formulario di ricette precotte, a «cucina psicologica freudiana ». E il padre della psicanalisi se la prende anche con i medici che, in generale, non sanno mangiare e hanno sublimato le loro frustrazioni orali con tetre ammonizioni. Per cui, conclude, «noi dovremmo mangiare come le mucche e i cavalli, vale a dire verdure crude, cereali integrali, pasti misurati, equilibrati. Quelle famose diete equilibrate, che generano menti squilibrate». E aggiunge che in fondo tutti i protagonisti dei suoi casi clinici più celebri avevano trasformato i totem alimentari in tabù.

Anna O. si nutriva unicamente di arance. Dora era una «mediocre mangiatrice e rivendicava il suo disinteresse per qualsiasi cibo». Mentre Miss Lucy R. era afflitta da strane dis-percezioni olfattive. In questo senso la ricetta del fegato d’anitra isterica che si trova nel libro è idealmente dedicata a loro. Mentre il piccolo Hans ha ispirato quella dell’Hansburger, la succulenta polpetta di carne equina che il grande viennese avrebbe consigliato come terapia per far superare al bambino la paura dei morsi di cavallo. All’insegna del meglio mangiare che essere mangiati.
E questo è solo l’antipasto. Perché il libro propone un menu ricchissimo fatto di transfert, nonsense, giochi linguistici davvero gustosi. Dalle fettuccine libido, al barattolo di déjà-vu, dalla crostata edipica alla torta paranoica. Sono a tutti gli effetti ricet- te vere, che mescolano tradizione viennese, gastronomia ungherese, umori yiddish. Come l’oca al forno con salsa di mele del pranzo di Natale, che mamma Amalia preparò per il suo goldener Sigi, l’adorato Sigi, fino all’età di novantacinque anni, senza fargli mai capire se lo chiamasse così perché lo adorava davvero o per fargli fare la figura dello scemo. Di qui al complesso di castrazione il passo è breve.

Ma il triangolo edipico Hillman-Boer-Freud si spinge ancora più in là. E liquida senza rimpianti un topos analitico come la scena primaria. All’origine di ogni sofferenza nevrotica ci sarebbe infatti la cena primaria, non la scena. A turbare il bambino non è il sadismo fantasmatico di mamma e papà che fanno sesso. Ma il sadismo autentico dei genitori che impongono di smettere di giocare per ingurgitare un’orribile purea di spinaci. E ce n’è per maestri, colleghi, rivali e seguaci, da Charcot ad Adler, da Ernest Jones a Melanie Klein.
Anche se la rasoiata più feroce lo pseudo-Sigmund la riserva alla mania dilagante dello Jung Food. Un cibo pronto e di largo consumo, con una spiccata zodiacalità, caramellata ed edulcorata, un po’ esotica, un po’ esoterica. Una spazzatura analitica insomma. Proprio come le teorie di Carl Gustav in versione new age. Così tra il serio e il faceto, tra salsa Narciso e involtini Thanatos, insalata Ave Cesare Lombroso e lingua di bue afasica, rognoni di Abraham e abbassamento del pisello mentale, affiora tra le parole d’ordine e le figure chiave della psicanalisi, un immenso laboratorio di gastronomia potenziale. Che sta fra la cucina dell’inconscio e l’inconscio della cucina. Fra Totem e tabù e totem e ragù.

La Repubblica – 13 dicembre 2016

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