12 dicembre 2016

D. ZOLA, Democrazia per pochi



Ottanta miliardari in tutto il mondo detengono le risorse di 3,5 miliardi di persone. La loro ricchezza è cresciuta del 50 per cento tra il 2010 e il 2014.
Cosmopolitici, provinciali, senza responsabilità.
Perché la crisi economica è stata un’opportunità per pochi.
A discapito dei più.

Global Oligarchy Inc. Democrazia per pochi 

Duccio Zola

 
«Possiamo avere una democrazia oppure una ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere entrambe le cose». Non c’è davvero momento migliore di quello attuale per rispolverare la fulminante battuta formulata nel lontano 1941 da Louis Brandeis, avvocato progressista e giudice della Corte Suprema statunitense.
A tal proposito, soltanto un paio di dati tratti da un recente rapporto di Oxfam e riportati su queste colonne nel numero del 17 febbraio scorso: nel 2014 l’1% più ricco del globo ha posseduto il 48% dell’intera ricchezza mondiale, mentre all’80% più povero ne è toccata appena il 5,5%. Gli 80 miliardari in testa alla classifica di Forbes detengono oggi una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di persone, la metà della popolazione più povera del pianeta. La crisi economica è stata la migliore alleata di questi personaggi, se è vero che tra il 2010 e il 2014 la loro ricchezza è cresciuta del 50%, 600 miliardi di dollari. Le cose vanno alla grande anche per i super-ricchi di casa nostra, come mostra un altro studio de “la Repubblica” su dati di Banca d’Italia. Nel 2008, agli albori della crisi, i 18 milioni di italiani più poveri avevano il doppio del patrimonio complessivo delle 10 famiglie più ricche (114 contro 58 miliardi di euro). Nel 2013, in soli cinque anni, è arrivato il sorpasso delle seconde sui primi (98 contro 96 miliardi).
Cifre e tendenze che parlano da sole, sufficienti a suggerire l’immagine di una mutazione oligarchica della democrazia, un processo caratterizzato da forme sempre più pervasive e sistematiche di influenza e controllo sulla vita pubblica da parte dei detentori di grandi patrimoni. All’insegna di una parola d’ordine che li mette tutti d’accordo: wealth defense, protezione della ricchezza. Gli oligarchi di oggi hanno in effetti ben poco da spartire – e ben poco vogliono spartire – con il resto della società; molto più dei loro nonni e padri, manifestano una vocazione secessionista. Vivono in quartieri esclusivi e protetti, si formano in scuole e università elitarie, condividono luoghi di vacanza e consulenti ed esperti che curano i loro interessi, s’incontrano e accordano in occasione di eventi dedicati in patria e all’estero, stabiliscono residenze e attività imprenditoriali dove pagano meno tasse. I loro figli, i rich kids, affollano palinsesti e copertine e sfoggiano sui social network il lusso più sfrenato.
Provinciali cosmopoliti, non sono portati a riconoscere vincoli e responsabilità nei confronti di chi non appartiene alle loro cerchie né a contribuire al benessere collettivo in proporzione alla loro ricchezza. Non amano il welfare e i servizi pubblici perché non ne hanno bisogno. Amano però proteggere i propri patrimoni: rappresentati da potenti lobby, finanziano campagne elettorali a destra e sinistra e coltivano rapporti privilegiati con i più alti esponenti politici e istituzionali. E presidiano in forze gli snodi cruciali della legislazione – dalla politica fiscale interna a quella economica internazionale – assicurandosi che vengano respinte le potenziali minacce alla loro ricchezza e ai loro investimenti, siano esse imposizioni fiscali progressive, limiti alle speculazioni finanziarie o accordi commerciali sfavorevoli per multinazionali e grandi investitori.
Nel 1995 Christopher Lasch scrisse: «La difficoltà di porre dei limiti al potere della ricchezza fa capire che è la ricchezza stessa che deve essere limitata. Quando il denaro parla, tutti sono costretti ad ascoltare. Per questo una società democratica non può permettere un’accumulazione illimitata». Si può forse dargli torto?

“Sbilanciamoci.Info” 27 febbraio 2015

Corsi e ricorsi. Soldi e potere da Aristotele a Machiavelli (Carlo Donolo)
Oligarchi/Le vecchie oligarchie elitarie erano caratterizzate da legittimazioni di qualche tipo: cultura, carismi, tradizione, merito. Le attuali non ne hanno e non ne hanno bisogno
«...pertanto si può dire con maggior ragione che si ha democrazia quando i liberi governano, oligarchia quando governano i ricchi, ma accade che gli uni siano molti e gli altri pochi, perché i liberi sono molti e i ricchi pochi» (Aristotele, Politica, IV, 1290). «...così ci sono pure state parecchie costituzioni oligarchiche, che sembrano avere qualche somiglianza con quelle aristocratiche, nonostante siano lontanissime tra loro» (Polibio, Storie, VI, 3). «...questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano ne’ governi medesimi; perché quasi nessuna republica può essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede» (Machiavelli, Discorsi, I, 2).
Quando un secolo fa ci si riferiva alle oligarchie si pensava a gruppi ristretti apicali nelle istituzioni politiche. Oggi invece ci si riferisce in primo luogo a gruppi ristretti di ricchi e super-ricchi e in seconda battuta a élite tecnocratiche, dominanti nei gangli decisionali dei processi politici, amministrativi e imprenditoriali. Tra i ricchi la componente finanziaria è particolarmente eminente, nelle tecnocrazie prevale la componente gestionale, malgrado il peso crescente di minoranze di competenti tecnici, essenziali per il controllo delle grandi strutture reticolari del nostro tempo.
Ciò che colpisce di questi gruppi ristretti è l’estremo oligopolio sia del denaro che del potere politico. In questi gruppi sono concentrarti grandi poteri di disposizione sia per l’economia che per la politica. Essi sono entrenched, corazzati, in quanto sono in grado di difendere questo processo di accumulazione (anche simbolica) da ogni interferenza. Lo fanno esercitando direttamente il potere, condizionando i processi democratici (finanziamento della politica), premendo come lobby, bloccando qualsiasi regolazione loro avversa, come si è visto bene nella crisi attuale.
Le vecchie oligarchie elitarie erano caratterizzate da legittimazioni di qualche tipo: cultura, carismi, tradizione, merito. Le attuali non ne hanno e non ne hanno bisogno. Il loro rapporto di dominio è essenzialmente fattuale, alla lettera: pre-dominio. Non partecipano al discorso pubblico, ma operano per voci intermedie (media o agenzie di rating) o per alleanze interistituzionali (come più frequente nel caso di oligarchie tecnocratiche). Si raccolgono in parlamenti interni – fori privati – a Davos e altrove, dove predominano l’informale, l’accordo tacito, magari il contratto. Va sottolineata questa dimensione essenzialmente globale delle oligarchie, perché solo tenendosi in tali reti allentate riducono i conflitti interni, che pure esistono, e moltiplicano il proprio peso decisionale (e anche quello estrattivo di risorse).
Si parla di oligarchie come estrema concentrazione del denaro e del potere al vertice in gruppi ristretti (ma in espansione numerica), denotati da un’altrettanta estrema indifferenza per le forme democratiche, che vengono localmente tollerate come soluzione ancora preferibile ad altri tipi di regimi. In questi contesti, del resto, la politica è stata resa del tutto dipendente dalla finanza, almeno in occidente. Le oligarchie in cui finanza e ricchezza siano componenti prevalenti sono plutonomie o plutocrazie: oggi sappiamo quanto possiedano e quindi quanto pesino nei rapporti di forza poche decine di persone.
Aristotele intende oligarchia come forma degenerata dell’aristocrazia, come passaggio da un’élite del valore a un gruppo di estrattori di risorse, non democratico e non orientato al bene comune. Noi vediamo invece l’oligarchia crescere dal seno stesso della democrazia, non più nel senso indicato dai teorici realisti di primo novecento (Mosca, Michels, Pareto) come legge ferrea e inesorabile, corretta magari dalla circolazione delle élite, bensì come deperimento del processo democratico, usato direttamente per selezionare nuovi magnati e potentati.
Il carattere sempre più naturalistico dei processi economici con i loro imperativi sistemici, come la crescente tecnicizzazione delle materie, aiuta questa spinta oligarchica segregando quelli capaci di estrarre da quelli resi incapaci di pesare nelle decisioni. E l’entropia tecnicistico-finanziaria della Ue molto agevola questo processo anche a livello nazionale. Del resto la democrazia diventa sempre più impotente quanto più le oligarchie si sentono ben trincerate da istituti, regole del gioco e privilegi continuamente accordati. In questo contesto, gli stessi istituti e processi democratici si sono dimostrati fragili e incapaci di correggere queste vistose devianze, e continuano a perdere rilevanza a fronte di Global Oligarchy Inc.

www.sbilanciamoci.info. , 27 febbraio 2015

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