23 giugno 2014

GIOVANNI XXIII E TOGLIATTI





Un libro fresco di stampa evidenzia la singolare  convergenza tra Palmiro Togliatti e Giovanni XXIII:

Quelle parole convergenti contro il rischio atomico



 
Pro­nun­ciato a Ber­gamo il 20 marzo 1963 e pub­bli­cato su Rina­scita con un titolo ambi­zioso quanto gli obiet­tivi che si pro­po­neva, Il destino dell’uomo è uno dei discorsi più impor­tanti di Pal­miro Togliatti. Non si trat­tava sola­mente di comi­zio da cam­pa­gna elet­to­rale (si sarebbe votato di lì a un mese), ma di una con­fe­renza pro­gram­ma­tica densa di rife­ri­menti cul­tu­rali. L’espressione di una con­ce­zione alta della poli­tica, della quale ci resti­tui­scono una foto­gra­fia gli atti del semi­na­rio tenuto presso la biblio­teca Giu­seppe Di Vit­to­rio (Togliatti e Papa Gio­vanni, a cura di Fran­ce­sco Mores e Ric­cardo Terzi, Ediesse).

La sezione sto­rio­gra­fica for­ni­sce alcuni ele­menti di con­te­sto neces­sari per inqua­drare il discorso del lea­der comu­ni­sta, a cui seguirà l’11 aprile la pro­mul­ga­zione dell’enciclica Pacem in ter­ris. A lungo i due testi sono stati letti in dia­logo tra loro, imma­gi­nando che Togliatti fosse a cono­scenza dell’imminente pub­bli­ca­zione del docu­mento papale (pro­ba­bil­mente in virtù del suo con­tatto con don Giu­seppe De Luca, grande figura intel­let­tuale di que­gli anni). Mores mette in discus­sione que­sta ipo­tesi facendo appello alla cro­no­lo­gia (De Luca era morto l’anno pre­ce­dente) e alla sostan­ziale assenza di prove a soste­gno del pre­sunto pas­sag­gio di noti­zie. Eppure, non c’è dub­bio che tra le due figure fosse in corso un effet­tivo rap­porto siner­gico, «indi­retto e pro­prio per que­sto molto più stretto e pro­fondo».

Siamo nell’Italia del centro-sinistra, con il Pci impe­gnato a influen­zare il pro­cesso rifor­mi­stico, ma soprat­tutto siamo nell’età del Con­ci­lio, delle deco­lo­niz­za­zione e di quella disten­sione tra i due bloc­chi che aveva tro­vato in Gio­vanni XXIII un pro­ta­go­ni­sta di primo piano, come in occa­sione della crisi mis­si­li­stica cubana dell’ottobre 1962. Non a caso dun­que la scelta di Ber­gamo, la città di Ron­calli, dalla quale man­dare al mondo cat­to­lico un invito alla col­la­bo­ra­zione con­tro il rischio dello ster­mi­nio ato­mico.
La poli­tica ita­liana, con la Dc da incal­zare da sini­stra, rima­neva il punto cen­trale della tat­tica comu­ni­sta, ma la stra­te­gia guar­dava più lon­tano: a un incon­tro da rag­giun­gere «non nell’immediato», «non sulla base di un com­pro­messo tra le due ideo­lo­gie», ma in una pro­spet­tiva di lungo corso verso un nuovo uma­ne­simo con­di­viso.

Giu­seppe Vacca ricorda che il dia­logo tra cat­to­lici e comu­ni­sti aveva alla spalle una lunga sto­ria: la Costi­tuente, l’apertura del «par­tito nuovo» ai cat­to­lici, l’intesa nel movi­mento dei Par­ti­giani della pace. Con uno scarto rispetto all’elaborazione di Gram­sci, Togliatti era dispo­sto non sola­mente a rico­no­scere la legit­ti­mità sto­rica del fatto reli­gioso, ma per­fino la sua uti­lità ai fini della lotta poli­tica (X Con­gresso, dicem­bre 1962). Dall’altra parte, Gio­vanni XXIII revi­sio­nava il tra­di­zio­nale anti­co­mu­ni­smo cat­to­lico, un pro­cesso che avrebbe por­tato al rico­no­sci­mento della dignità dell’ateismo nella costi­tu­zione con­ci­liare Gau­dium et spes.

Nella Pacem in ter­ris il papa aveva rico­no­sciuto la cele­bre distin­zione tra l’«errore» (il comu­ni­smo) e l’«errante», con il quale ricer­care dei punti di con­ver­genza. In par­ti­co­lare, si era rivolto «agli uomini di buona volontà» per scon­giu­rare l’esito cata­stro­fico di una nuova guerra, di cui denun­ciava l’irrazionalità. Certo, come ricorda Mores, l’appello di Togliatti alla ragione (con­tro la guerra) non può essere com­ple­ta­mente sovrap­po­sto alla «retta ragione» a cui si rife­riva il papa, quella del magi­stero in grado di divi­dere ciò che è giu­sto da ciò che non lo è. E tut­ta­via, è pro­prio una nuova razio­na­lità l’obiettivo che i due anda­vano per­se­guendo (non una revi­sione dell’illuminismo come invece sostiene Vacca).

Nella rifles­sione del lea­der comu­ni­sta alla classe si affian­cava un altro sog­getto del dive­nire sto­rico: il genere umano. In quella del papa, la Chiesa usciva dall’assedio dalla seco­la­riz­za­zione per impe­gnarsi nel cam­bia­mento insieme alle altre forze cul­tu­rali e sociali. Ecco allora che dalla let­tura in paral­lelo del discorso Ber­gamo e della Pace in ter­ris emerge la ric­chezza di quella straor­di­na­ria sta­gione politico-culturale.

I suoi limiti sareb­bero emersi con l’inizio della «dia­spora poli­tica» dei cre­denti negli anni ’70. Nel discorso di Ber­gamo, in cui Togliatti aveva colto nella fine dell’«Età di Costan­tino» il vero punto di svolta del Vati­cano II, man­cava la per­ce­zione che lo sgan­cia­mento della fede dall’identità poli­tica avrebbe con­dotto alla crisi del cat­to­li­ce­simo poli­tico ita­liano: un lento disfa­ci­mento tutt’altro che auspi­cato dalla diri­genza comu­ni­sta.

Più in gene­rale, la ricerca di nuovo uma­ne­simo si scon­trava con una società attra­ver­sata da un pro­fondo pro­cesso di seco­la­riz­za­zione che restrin­geva gli spazi per un pro­filo ideo­lo­gico tra­di­zio­nal­mente mar­xi­sta o reli­gioso. Stava pren­dendo forma la glo­ba­liz­za­zione con­su­mi­sta: la rifles­sione sul destino dell’uomo nell’età nucleare non è stata sola­mente il ter­reno di incon­tro tre due cul­ture, ma anche un primo ten­ta­tivo di risposta.
 
Il manifesto, 18 giugno 2014

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