01 dicembre 2016

IL DISINCANTO DI ADORNO CI SERVE ANCORA


Dal disincanto all’utopia? Appunti per un pensiero dell’individuale
di Alessandro Bellan

1. Il pensiero contemporaneo è interamente attraversato dall’idea della fine dell’utopia e dalla stessa impensabilità di tale concetto. L’utopia come ideale normativo cui conformare l’azione appare un’esperienza inesorabilmente conclusa, consumata, fallimentare. È raro che ci si interroghi se essa viva ancora, quanto meno come desiderio di quell’altrimenti senza il quale il presente e l’esistente non sarebbero nemmeno pensabili. Sebbene sia diventato impossibile sognare romanticamente la redenzione globale della società e della vita, ci si dovrebbe almeno chiedere in quale misura è ancora possibile rapportarsi ad un trascendimento senza fughe nel totalmente altro: ovvero, se è ancora possibile comprendere il presente come ciò che ci disloca e ci proietta verso qualcosa che noi stessi, qui e ora, non siamo, verso una dimensione che non controlliamo e non dominiamo e che, forse, nemmeno siamo in grado di comprendere fino in fondo. La nostra inconciliata condizione postmetafisica non è che questa trasversalità del comprendere: con un occhio fissiamo il presente, con l’altro ne vediamo l’insufficienza e il necessario passaggio ad altro.
2. Non possiamo, insomma, identificare l’utopia con il mero desiderio di trascendimento del presente, né escludere dal presente stesso la tensione all’autotrascendimento (nonostante in esso siano sempre latenti anche le forze che spingono al congelamento degli equilibri fattuali). La comprensione del reale decurtata del momento critico-utopico si risolve nondimeno in pura descrittività avalutativa che non incide sull’esistente e che, pertanto, nemmeno lo comprende davvero.
3. Pensiamo solo a colui che viene considerato il filosofo anti-utopico per eccellenza, Hegel. Se nella speculazione hegeliana l’utopia non svolge alcuna funzione particolare, questo accade non già perché la dialettica è schiava, come credeva Bloch, della “malia dell’anamnesi”, ma perché essa è già sempre prassi critica, controfattuale (Enciclopedia §12, Agg.: il pensiero è essenzialmente la negazione di una datità immediata). La dialettica speculativa non delinea perciò un ou-topos nel quale la verità si realizza una volta per tutte. La verità si fa continuamente: è il movimento del togliere, l’essere presso di sé nell’altro, essere che si conserva – trasformandosi – nella furia del dileguare che attraversa la storicità. Pensare l’oggetto implica perciò la sua trasformazione, il sottrarlo alla sua presunta esteriore immediatezza. Allo stesso modo, comprendere il momento attuale significa trasformarlo, mostrare che esso non è conforme al suo concetto cogliendone l’unicità nascosta (Bloch).
4. “Comprendere il presente”, pertanto, significa necessariamente qualcosa di altro e di più rispetto all’idea che tale comprensione consista semplicemente nel muoversi all’interno di una cornice minimale fissata una volta per tutte (la democrazia liberale, il “libero” mercato, l’iniziativa privata ecc.) alla quale sarebbe irrazionale sottrarsi. Certo, oggi noi ci troviamo in una condizione in cui comprendere il presente consiste nell’aderire a “fatti” regolando l’agire in base a “norme” ricostruite discorsivamente e cioè democraticamente (vedi l’ultimo Habermas), ma proprio questo significa aderire a ciò che già vige e che, proprio perché in vigore, ha diritto di esistere senza ulteriore critica. Ciò che trascende l’attualmente vigente, l’altro dall’esser-così, viene bandito in quanto inattingibile e inattendibile, inattuale e irrapresentabile.
5. L’utopia, nel suo concetto, è un darsi pensiero di ciò che potrebbe valere altrimenti: pensiero della contingenza dell’esser-così. Essa dunque spinge alla resistenza: resistenza nei confronti dell’essere, il quale non è né un destino necessitante né una gabbia di ferro, ma solo un che di storico e di divenuto. Tale resistenza, che si manifesta nel tempo presente come impulso a far riemergere da esso i suoi nuclei sedimentati, è sempre trascendimento attivo e apertura, così come Verantwortung, capacità di rispondere concretamente all’appello che i limiti del presente ci rivolgono.
6. Compito del pensiero dovrebbe essere, allora, quello di istituire una dimensione, pratica e teoretica insieme, qualcosa come una prassi del limite che sia sì descrizione delle insufficienze e delle aporie del reale, come voleva Adorno, ma anche impegno costante nell’indicare le condizioni pratiche in base alle quali si può realizzare un loro effettivo toglimento. Senza tale impegno quella stessa descrizione manca il suo oggetto, non riesce a cogliere la realtà in atto.
7. Questo compito può essere avviato solo mantenendo l’istanza centrale della filosofia post-hegeliana: l’indissolubilità della dimensione singola, individuale, non-trasparente. Questo è il punto in cui confluiscono la filosofia jaspersiana dell’esistenza, la teoria critica della prima generazione francofortese, una certa sociologia (da Simmel a Elias a Dumont), finanche certo pragmatismo, pur nel mantenimento dell’istanza antisoggettivistica che anima tutta la riflessione filosofica novecentesca.
8. L’individuo non coincide infatti con il soggetto, essendo semmai ciò che vi è di irriducibile in esso, di non-identico, ciò che non si risolve nella totalità sociale. In esso si agita e resiste quell’elemento utopico che vivifica e dà senso all’impresa critica e senza il quale essa svanisce nella più totale inconsistenza, sia teoretica che pratica.
9. Pensare la dimensione individuale come possibile luogo dell’utopico, come luogo di ciò che non ha luogo, dovrebbe in primo luogo offrire un riparo alla tentazione di cercare rifugio nella dimensione di un’alterità controfattuale tanto “altra” da essere impraticabile e irrapresentabile. Nel ripensare l’utopia, cioè, noi non possiamo ignorare la condizione paradossale in cui si trova oggi la riflessione filosofica: essa non può lasciar cadere né la domanda di utopia, né dimostrare la superiorità di una qualche utopia, ovvero di un modello ben determinato di vita buona. In questa oscillazione paradossale sembra consistere il dilemma del pensiero utopico oggi, un dilemma che però non può valere semplicisticamente come liquidazione del paradosso.
10. Individualità oggi significa infatti contingenza, prima ancora che autonomia come vuole la tradizione kantiana (e che trova anche oggi difensori eminenti, come ad esempio Alain Renaut). Ma la contingenza – e qui sta il nocciolo della questione – può forse essere accostata in modo aproblematico all’utopia? Da qui si può partire per spiegare il concetto di contingenza nel senso di tutto ciò che sfugge al nostro controllo e che, pertanto, è un non-luogo. Come ha notato Charles Larmore, l’individualità è tanto più ricca quanto più non è interamente sotto il nostro controllo.
11. Nella dimensione individuale, dunque, noi facciamo esperienza non già di un’autonomia compatta e senza residui e nemmeno di un’eteronomia che ci consegna all’imponderabilità dell’accadere, ma di una dimensione utopica che vive nello e dell’impulso desiderante, nella tensione liminare di quella che Bloch ha definito non contemporaneità e che ha in sé un potenziale etico consistente. Nella contingenza fuori controllo dei sogni non realizzati, nei desideri ancora informi, in una realtà che mostra crepe impreviste e improvvise interruzioni, in ciò che sfugge al potere e alle fissazioni normative, resiste ancora quel dare voce ad un’esistenza ormai non più intatta e integra, ma che rivela sempre un momento prolettico, la tensione desiderante di uno sguardo e di ascolto non reificati, non umiliati, capaci ancora di descrivere se stessi e il mondo. Forse scomposti e disseminati, forse privi di adempimento, ma proprio perciò in grado di restituire prismaticamente nuove forme e nuovi colori proprio nel presente, come presente, oltre il presente.

[Pubblicato su “Autodafè”, 3, 1999]

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