20 aprile 2014

I CANTI DELLA NAZIONE NAVAJO



Luci Tapahonso, poetessa navajo, mostra come si può aderire alla realtà tribale tradizionale e allo stesso tempo raccontare la condizione della donna.

Valerio Massimo De Angelis

L’ibrida identità di Tapahonso: il canto non-pittoresco della nazione navajo

Nel mag­gio dello scorso anno Luci Tapa­honso è stata insi­gnita della carica, appena isti­tuita, di Poet Lau­reate della nazione navajo. Le ragioni di que­sto rico­no­sci­mento emer­gono in tutta evi­denza dalla let­tura della rac­colta di poe­sie e rac­conti Sáa­nii Daha­taal. Le donne can­tano, (ben) tra­dotta e curata da Sil­via Man­cini, e uscita nella col­lana «Cros­sroads» dell’editrice Quat­tro­venti di Urbino (euro 18,00).

Attra­ver­sando la geo­gra­fia pol­ve­rosa e quasi per nulla pit­to­re­sca della riserva – se non fosse per qual­che improv­visa epi­fa­nia, per esem­pio accesa da «minu­scoli corpi di luce» sor­presi a illu­mi­nare con la loro «magia» il momento che «pre­cede l’alba gri­gia» – ripro­dotta dalla scrit­tura volu­ta­mente anti-poetica (almeno secondo i canoni comuni) di Luci Tapa­honso, si com­prende anche il per­ché del ritardo con cui l’autrice è riu­scita ad assur­gere alla glo­ria nazio­nale (navajo) e a un’ancora mode­sta fama inter­na­zio­nale, tant’è cheSáa­nii Daha­taal è la sua prima opera tra­dotta in ita­liano, e che comun­que anche la cri­tica ame­ri­cana finora se ne è curata in modo piut­to­sto discon­ti­nuo.

Non che Tapa­honso non sia «rap­pre­sen­ta­tiva» di una cul­tura, quella nativo-americana in gene­rale e navajo in par­ti­co­lare, che negli ultimi decenni ha sem­pre eser­ci­tato un con­si­de­re­vole fascino sia sul pub­blico sta­tu­ni­tense sia su quello ita­liano: anzi, la dif­fi­coltà di affer­marsi come voce al tempo stesso distin­ta­mente indi­vi­duale e col­let­ti­va­mente emble­ma­tica dipende pro­prio dalla sua ade­sione diretta e non mediata alla realtà tri­bale con­tem­po­ra­nea, senza con­ces­sioni ad alcuna forma di eso­ti­ciz­za­zione spet­ta­co­lare o di eroica auto-celebrazione cui soprat­tutto i let­tori nostrani sono pre­di­spo­sti ad atten­dersi dall’evocazione di quel mondo navajo che per loro (per noi) non può non richia­mare l’immagine roman­ti­ciz­zata di «Aquila della notte» – Tex Willer.

La cifra sti­li­stica di Tapa­honso è infatti ispi­rata da una poe­tica che potremmo defi­nire quasi mate­ria­li­stica, diretta a ripro­durre con affet­tuosa atten­zione anche i minimi det­ta­gli dell’esistenza quo­ti­diana, tutt’altro che avven­tu­rosa, dei pue­blosnavajo. Soprat­tutto nei brevi rac­conti ci tro­viamo a per­cor­rere i tra­gitti esi­sten­ziali di per­so­naggi (appa­ren­te­mente) ordi­nari, impe­gnati nel rita­gliare con fatica un senso da eventi o situa­zioni di per sé irri­le­vanti – il ricordo infan­tile delle spe­di­zioni in città per le spese casa­lin­ghe; il furto di un cane, che si con­clude con il suo ritro­va­mento, salvo poi sco­prire che si tratta di una fem­mina e non del maschio sot­tratto, ma senza che que­sto impe­di­sca di acco­glierla festo­sa­mente nella fami­glia; o il ritratto di un vec­chio cow­boy con la pas­sione per l’«ascolto» delle sto­rie altrui, che quando prende la parola usa l’antica lin­gua navajo, quella «che non si sente quasi più».

Pro­prio que­sta nostal­gia per un lin­guag­gio a rischio d’estinzione sostan­zia la ricerca for­male di Tapa­honso che, feno­meno quasi unico nel pano­rama let­te­ra­rio nativo-americano con­tem­po­ra­neo, non scrive diret­ta­mente in inglese, ma tra­duce dal navajo, cer­cando per quanto pos­si­bile di con­ser­varne la com­po­nente rit­mica, fon­data sull’iterazione e sulla ripe­ti­zione – carat­te­ri­sti­che tipi­che dei canti tra­di­zio­nali. A volte il les­sico si piega di fronte all’intraducibilità quasi pro­ver­biale del navajo (basti pen­sare ai leg­gen­dari code tal­kers della Seconda guerra mon­diale, impie­gati per comu­ni­care tra­mite mes­saggi cifrati che il nemico era asso­lu­ta­mente inca­pace di com­pren­dere), e allora l’inglese cede il passo, con subi­ta­neo code swit­ching, a parole liqui­da­mente voca­li­che, così aliene per gli orec­chi anglo­foni.

L’alternanza lin­gui­stica segnala la natura ine­ren­te­mente ibrida dell’identità «indiana», la cui appar­te­nenza al mondo angloa­me­ri­cano è ormai data per acqui­sita dagli stessi mem­bri della comu­nità navajo, ma senza che que­sto impe­di­sca la soprav­vi­venza di molti tratti distin­tivi della pro­pria memo­ria cul­tu­rale, tal­volta dia­lo­ganti e talal­tra aper­ta­mente in con­flitto con il con­te­sto della con­tem­po­ra­neità. Quando alla super­fi­cie del testo affio­rano que­ste fri­zioni, viene a mani­fe­starsi una com­po­nente spi­ri­tuale, se non pro­prio sopran­na­tu­rale, che può sor­pren­dere chi legge per il suo con­fi­gu­rarsi in ter­mini di «nor­ma­lità», anzi­ché di straor­di­na­ria ecce­zione.

I versi sem­brano scor­rere lungo un dop­pio bina­rio che spesso si inter­seca, creando uno scam­bio osmo­tico che include anche la tra­di­zione euro-americana, per­sino quella clas­sica, come nel caso di una Leda indiana di cui si infa­tua non Zeus, ma un cow­boy da rodeo, che la segue attra­verso un arido pae­sag­gio tra­sfi­gu­rato dall’«assoluta bel­lezza delle sto­rie anti­che» – ed è impos­si­bile distin­guere da quale ere­dità esse discendano.

Il «sense of place», quel legame indis­so­lu­bile con una con­cre­tis­sima terra non di rado ino­spi­tale, o addi­rit­tura deso­lata, ma sem­pre avver­tita come unico luogo che con­senta la piena arti­co­la­zione del sé indi­vi­duale e col­let­tivo per la pro­fon­dità di memo­rie ance­strali in esso sedi­men­tate, viene così ad assu­mere un’ulteriore dimen­sione, quella di imma­gi­na­zione di uno spa­zio in-between, di un ter­ri­to­rio che va can­tato per la feconda com­ples­sità di inte­ra­zioni cui si offre quale sfondo par­te­cipe – come attore pro­ta­go­ni­sta, e non solo come palcoscenico.

Il Manifesto – 20 aprile 2014

Luci Tapahonso
Sáa­nii Daha­taal. Le donne can­tano
Quat­tro­venti, 2014
euro 18,00

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