15 settembre 2014

Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges


Ecco la storia di un'amicizia durata una vita:
Alberto Manguel

Bioy Casares quanta magia all’ombra di Borges

L’adolescenza è spesso l’età degli incontri che cambiano la vita. Conobbi Bioy (i suoi vecchi amici lo chiamavano Adolfito, i conoscenti Bioy) più o meno alla stessa età in cui Bioy aveva conosciuto Borges. Nel 1932, quando Bioy aveva solo diciassette anni, Victoria Ocampo lo presentò a Borges, che a trentaquattro anni era già un nome importante nella letteratura argentina. Borges, per il quale le passioni letterarie sostituivano senza problemi l’amicizia, chiese al giovane autore chi fossero i suoi scrittori preferiti. Il ragazzo sparò senza pensarci i nomi di due romanzieri spagnoli molto ammodo, e poi menzionò James Joyce. Borges non rimase sorpreso.

Più tardi disse che solo negli scrittori consacrati alla musica delle parole i giovani trovano letteratura in quantità sufficiente, e aggiunse che l’attrazione per Joyce risiede forse «nell’intenzione, nell’atto di fede, nella promessa che contrassegna l’opera di Joyce, la promessa che lo ameranno».

Da questa conversazione nacque una relazione letteraria lunga e fruttuosa: Borges e il ragazzo che sarebbe diventato il romanziere Adolfo Bioy Casares continuarono a discutere di libri per i successivi 54 anni, fino alla morte di Borges. Insieme collezionarono antologie, curarono una prestigiosa serie di romanzi gialli intitolata El séptimo círculo (Il settimo cerchio ), in onore di Dante Alighieri, scrissero racconti e sceneggiature cinematografiche e condivisero quella che Bioy amava chiamare «l’altra avventura» (non riusciva più a ricordarsi quale fosse la prima). Il ragazzo dai gusti letterari pacchiani finì per scrivere — in parte grazie all’influenza di Borges, ma in larga misura grazie al proprio genio — alcune delle opere di narrativa più belle di questo secolo, fra cui un romanzo che lo stesso Borges definì «perfetto», L’invenzione di Morel , pubblicato nel 1941.

Il sogno degli eroi , pubblicato tredici anni dopo, è l’archetipo del romanzo di Bioy Casares. La trama è semplice: a Buenos Aires, nel 1927, l’ultima sera di carnevale, un uomo qualunque, Emilio Gauna, ha un’esperienza che rappresenta l’apice della sua esistenza. Eppure, appena poche ore dopo, non riesce a ricordare di cosa si trattasse. Alla fine, durante un altro carnevale, l’uomo decide di rieseguire gli eventi che lo avevano portato a quella rivelazione dimenticata. Il risultato, sbalorditivo quanto inevitabile, non è importante quanto la meticolosa ricerca per ritrovare il ricordo rubato.
In questa ricerca compaiono gran parte degli argomenti ricorrenti nella letteratura di Bioy: le traversie dell’amicizia, della vecchiaia, della giovinezza e gli inferni intimi dell’ipocrisia, del tradimento e della stupidità. Soprattutto, l’impervio apprendimento dell’amore, che Octavio Paz identificava come il grande tema di Bioy: «Il corpo è immaginario e noi ubbidiamo ai capricci di un fantasma. L’amore è una percezione privilegiata, la più lucida e completa, non solo dell’irrealtà del mondo, ma anche della nostra. Corriamo dietro alle ombre, ma siamo ombre anche noi». Bioy non ispira questa corsa dietro alle ombre al modello delle indagini sull’amore di Stendhal o di Goethe, ma ai racconti di pirati di Robert Louis Stevenson e alle storie d’amore fantastiche di H. G. Wells.
Per Bioy, questa duplicazione delle ombre, questa ricerca dell’intangibile, non è un’occupazione astratta, non è una garbata riflessione in un caffè, ma qualcosa di arduo, spasmodico, quasi fisico. La conoscenza dell’amore, la comprensione degli strazi e delle frustrazioni del desiderio spingono gli uomini e le donne di Bioy a viaggi tempestosi, terrificanti e ridicoli, compassionevoli e perfino egoistici.

Bioy ha imparato da Borges a guardarsi dalle facili tentazioni letterarie. I due amici spesso giocavano a inventare storie, e una di queste invenzioni (che non è mai stata completata) parlava di un giovane appassionato di letteratura che scava a fondo nell’opera di uno scrittore più anziano.
Quest’uomo venerabile, prima della sua morte, aveva fama di aver raggiunto una ricercatezza senza pari e la perfezione stilistica. Il giovane aspirante scrittore si reca nell’abitazione della celebrità, e tra le sue carte trova un curioso elenco di «Cose da evitare in letteratura». Ecco il suo contenuto: curiosità psicologiche e paradossi: omicidi per premura, suicidi per appagamento; interpretazioni sorprendenti di certi libri e personaggi: la misoginia di Don Giovanni ecc.; coprotagonisti troppo palesemente dissimili: Don Chisciotte e Sancio, Sherlock Holmes e Watson; romanzi con coprotagonisti identici, come Bouvard e Pécuchet. Se l’autore inventa una caratteristica per uno, è costretto a inventare una caratteristica equivalente per l’altro; personaggi descritti attraverso le loro peculiarità, come in Dickens; qualsiasi cosa di nuovo o sbalorditivo, i lettori civilizzati sono infastiditi dalla scortesia di una sorpresa; giochi oziosi con il tempo e lo spazio: Faulkner, Borges, ecc.; scoprire in un romanzo che il vero protagonista è la prateria, la giungla, il mare, la pioggia, il mercato azionario; poesie, situazioni, personaggi, con cui il lettore potrebbe — Dio ce ne scampi! — identificarsi; frasi che potrebbero diventare proverbi o citazioni: sono incompatibili con un libro coerente; personaggi che si prestano a diventare miti; enumerazioni caotiche; un vocabolario ricco, sinonimi, le mot juste, qualsiasi sforzo di precisione; descrizioni vivide, parole ricche di dettagli fisici, come in Faulkner; contesto, ambiente, atmosfera.
Calore tropicale, ubriachezza, la voce alla radio, frasi ripetute come un ritornello; incipit e finali meteorologici, attribuzione di sentimenti alle cose inanimate; qualsiasi metafora, in particolare le metafore visive, ancora più in particolare, le metafore prese da agricoltura, nautica, banche, come in Proust; l’antropomorfismo; libri che stabiliscono un parallelo con altri libri, L’Ulisse di Joyce e l’ Odissea; libri che fingono di essere menù, album di fotografie, cartine stradali, programmi di concerti; qualunque cosa che possa ispirare illustrazioni, qualunque cosa che possa ispirare un film; l’estraneo: scene domestiche in un romanzo giallo, scene drammatiche in un dialogo filosofico; l’atteso, scene di pathos e scene erotiche in una storia d’amore, enigmi e crimini in un romanzo giallo, fantasmi in una storia soprannaturale; vanità, modestia, pederastia, niente pederastia, suicidio. Alla fine di tutte queste richieste del lettore, naturalmente, c’è l’assenza di qualsiasi letteratura.

Le relazioni letterarie sono come i matrimoni, sempre ingiusti verso uno dei partner. La fama meritata di Borges ha oscurato i successi di Bioy. I critici, sentendosi in dovere di assegnare stelle di qualità agli scrittori, hanno scelto di vedere Bioy semplicemente come uno dei discepoli di Borges, per poi rimproverargli di non essere brillante quanto il maestro. Naturalmente è un giudizio molto ingiusto nei confronti di Bioy, che non ha mai cercato di essere nient’altro che Bioy.
In questo ha senz’altro avuto successo: i romanzi e i racconti di Bioy sono avventure straordinarie, raccontate con una voce sottile, interessante e saggia, una voce riconoscibile anche nelle sue opere più leggere, come il Diccionario del argentino exquisito, e i saggi di La otra aventura, ma soprattutto nei suoi memorabili romanzi, L’invenzione di Morel e Il sogno degli eroi senza dubbio, e anche Piano di evasione, Dormire al sole, L’avventura di un fotografo a La Plata .

La Repubblica – 13 settembre 2014  

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