18 settembre 2014

TUTTI GLI UOMINI DEL RE




Miti americani. Ristampato “tutti gli uomini del re” di Robert Penn Warren, storia dell'ascesa irresistibile e della caduta di un politico nel Sud profondo di un' America che per molti versi sembra la “Padania” di oggi.

Remo Ceserani

Un mito populista nella Louisiana degli anni ’30

E' stata una buona idea quella delle case edi­trici 66thand2nd e Fel­tri­nelli di pub­bli­care nella nuova tra­du­zione di Michele Mar­tino il clas­sico romanzo di Robert Penn War­ren Tutti gli uomini del re («Indies», pp. 574, euro  23,00) vin­ci­tore nel 1946 del Pul­ti­zer e reso famoso da una tra­spo­si­zione tea­trale curata dall’autore stesso e messa in scena nel 1947 a New York dal grande regi­sta tede­sco Erwin Pisca­tor, e poi da una ridu­zione tele­vi­siva diretta da Sid­ney Lumet (seguita da altre di altri regi­sti) e da due ver­sioni cine­ma­to­gra­fi­che, diverse ma entrambe inte­res­santi: una più libera diretta nel 1949 da Robert Ros­sen con Bro­de­rick Cra­w­ford nei panni del pro­ta­go­ni­sta e l’altra, più fedele al romanzo, diretta da Ste­van Zail­lian, con Sean Penn come attore prin­ci­pale.

Il romanzo era già uscito in tra­du­zione ita­liana nel 1968 da Gar­zanti, ma la nuova edi­zione ha il van­tag­gio di basarsi su una ver­sione ori­gi­nale restau­rata a cura di Noel Polk e pub­bli­cata da Houghton Mif­flin Har­court, che in più punti è diversa da quella che abbiamo letto tutti, i capi­toli sono divisi in altro modo, e il pro­ta­go­ni­sta non si chiama più Wil­lie Stark ma Wil­lie Talos.

Il titolo del romanzo si ispira a una nota fila­strocca popo­lare inglese: «Humpty Dumpty stava su un muretto/ cadde roto­loni a capofitto/ pro­va­rono a rimet­terlo insieme/ tutti i cavalli e gli uomini del reame/ ma i loro ten­ta­tivi non ebbero effetto». Tema prin­ci­pale è l’avventura poli­tica di un ex con­ta­dino dive­nuto avvo­cato, asceso di pre­po­tenza all’ufficio di gover­na­tore in un imma­gi­na­rio stato del sud e pro­iet­tato a dive­nire sena­tore e forse pre­si­dente degli Stati Uniti, assas­si­nato per ragioni del tutto pri­vate, die­tro al quale non si fa fatica a rico­no­scere la figura del gover­na­tore della Loui­siana Huey Long. Siamo quindi nel genere del romanzo poli­tico e del sot­to­ge­nere tipi­ca­mente ame­ri­cano delle sto­rie di gover­na­tori e pre­si­denti del paese, delle trat­ta­tive poli­ti­che, delle cam­pa­gne elet­to­rali. Il tema del popu­li­smo può spie­gare sia la ragione della grande for­tuna anche cine­ma­to­gra­fica del romanzo di War­ren, sia forse la ragione dell’attuale ripe­scag­gio ita­liano, essendo il popu­li­smo grande tema delle nostre cro­na­che poli­ti­che.

In realtà il romanzo (unico scritto da War­ren) rac­conta molto di più di una sen­sa­zio­nale sto­ria di ascesa e cata­strofe poli­tica. Alla sto­ria prin­ci­pale se ne intrec­cia un’altra, più sostan­ziosa e accom­pa­gnata da molte inser­zioni sag­gi­sti­che, che appar­tiene al genere del romanzo di for­ma­zione. Il vero pro­ta­go­ni­sta è Jack Bur­den, stu­dente di sto­ria che non ha con­cluso gli studi, gior­na­li­sta, uomo di fidu­cia e addetto stampa del gover­na­tore: il capo (il boss).

Bur­den è chia­ra­mente pro­ie­zione dell’autore: War­ren era un uomo del sud, cre­sciuto nel Ken­tucky, vicino un tempo al movi­mento poli­tico dei «Sou­thern Agra­rians» (nemici dell’industrializzazione scesa dal nord a stra­vol­gere la società tra­di­zio­nale del sud), con sulle spalle il peso (in inglese il peso è bur­den, come il cognome del per­so­nag­gio) della sto­ria atroce della Guerra civile ame­ri­cana. War­ren è stato più tardi attivo nelle cause sociali e con­tro le discri­mi­na­zioni raz­ziali. Insieme a John Crowe Ran­som, Cleanth Brooks e altri è stato un pro­ta­go­ni­sta del movi­mento let­te­ra­rio del «New Cri­ti­cism». Ammi­rava Faul­k­ner, la cui pre­senza, pur nella diver­sità degli stili, si avverte in Tutti gli uomini del re.



War­ren era autore anche del bel­lis­simo rac­conto The blac­k­berry win­ter e, come poeta raf­fi­nato, di cele­bri liri­che: anche di que­ste capa­cità si avverte la pre­senza nel libro, in par­ti­co­lare in tante belle descri­zioni natu­rali, in tanti momenti di medi­ta­zione inte­riore, nella sovrab­bon­dante pre­senza di meta­fore ispi­rate alla vita della cam­pa­gna, della gente, degli ani­mali nei tor­ridi Stati del Sud.
Come romanzo di for­ma­zione è abba­stanza spe­ciale: la para­bola del pro­ta­go­ni­sta (che rap­pre­senta sim­bo­li­ca­mente quella di tanti gio­vani ame­ri­cani, sia del Sud che del Nord) va dalla fidu­cia inge­nua nelle gioie della vita, dell’amicizia, dell’amore alla lenta (molto lenta, per­ché il ritmo della nar­ra­zione è volu­ta­mente pacato, medi­ta­bondo) presa di coscienza sem­pre più amara della pre­senza insi­diosa del male e della cor­ru­zione in tutta la società e anche den­tro la vita di per­sone ammi­rate, come la madre, la donna amata, il vec­chio giu­dice e il vec­chio gover­na­tore, amici di fami­glia e sem­pre sti­mati.

Un po’ alla volta, anche gra­zie al freddo metodo sto­rico impa­rato da stu­dente, Bur­den sco­pre che la madre è per­sona dedita solo a se stessa, al lusso, al pia­cere, colui che egli cre­deva il padre è un povero vec­chio in preda a crisi reli­giose, il vero padre ha un pas­sato da nascon­dere (e per pre­ser­vare la sua inte­grità morale è costretto al sui­ci­dio), la donna amata, com­pa­gna di gio­chi e con­fi­denze, lo ha tra­dito per ambi­zione legan­dosi al gover­na­tore, l’amico più caro diventa un assas­sino, la cor­ru­zione è dovun­que e il suo grande eroe, il boss, ha sì una vita­lità ammi­re­vole, ma anche debo­lezze imper­do­na­bili.

I suoi pen­sieri e le ana­lisi sem­pre più appro­fon­dite della coscienza e dei sen­ti­menti echeg­giano tal­volta le posi­zioni dell’esistenzialismo e di Camus. Via via più amare, sboc­ciano in pen­sieri come: «Gli stu­denti di sto­ria impa­rano che l’essere umano è un mar­chin­ge­gno molto com­pli­cato e che non ci sono buoni e cat­tivi ma solo buoni-e-cattivi e che il bene viene dal male e il male viene dal bene, e gli ultimi se li prende il dia­volo».

La nuova tra­du­zione è scor­re­vole. Ci sono le ine­vi­ta­bili impre­ci­sioni dovute a scarsa fami­lia­rità con la cul­tura biblica (le gerar­chie ange­li­che dei troni, domi­na­zioni e pote­stà diven­tano «mini­stri, regnanti e sovrani») e soprat­tutto con l’enciclopedia cul­tu­rale (flora, fauna, cibi, pro­verbi, fila­stroc­che), e le espres­sioni idio­ma­ti­che e stra­sci­cate degli Stati del Sud (i red-necks per­dono la con­no­ta­zione sociale e raz­ziale dei lavo­ra­tori bian­chi poveri e pren­dono quella reli­giosa dei «bigotti» e i nig­gers per­dono il sapore raz­ziale e pater­na­li­stico diven­tando sem­pli­ce­mente «negri»).

E c’è qual­che libero adat­ta­mento al nostro mondo, che è ormai lon­tano dagli anni trenta, e così il tizio lop-haired (dai capelli a ciuffo) e swivel-hipped (mobile sui fian­chi), che scrive com­me­die in un quar­tiere squal­lido di Mem­phis diventa un «arti­sta capel­lone» degli anni ses­santa. I per­so­naggi così for­te­mente con­no­tati come ame­ri­cani del sud, rustici e vol­gari ma anche timo­rati del dio biblico e con il rispetto tra­di­zio­nale dell’onore, diven­tano un po’ impro­ba­bili quando escla­mano: «Vaf­fan­culo a que­sto posto del cazzo».

Il Manifesto – Alias 10 agosto 2014


Robert Penn War­ren
Tutti gli uomini del re
Feltrinelli, 2014
euro  23,00

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