07 marzo 2015

DONNE IERI E OGGI

Madre, figura femminile, Costantino Nivola



Joan Miro, Homme et Femme, 1931



Riprendo dal sito  http://unaltrasestu.com/ un breve racconto di Tonino Sitzia che, senza indulgere nella retorica che si spreca ogni 8 marzo, ricorda il passato da cui veniamo e quanta strada rimane ancora da fare perchè in tutto il mondo venga riconosciuta a tutte le donne la dignità di persone. 


 ROSA  PODDA


Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.
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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

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