26 marzo 2015

GRAMSCI INNAMORATO LETTORE DI DANTE



Domani ci saremo anche noi ad ascoltare il prof. Franco Lo Piparo che parlerà del Dante tanto amato da Antonio Gramsci.
Intanto riproponiamo la lettura di questo articolo di Noemi Ghetti che, anni fa, invitava a rileggere il saggio gramsciano sul X Canto dell'Inferno dantesco come una cifrata critica a Togliatti.


Gramsci nel “cieco carcere” degli eretici

 

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria,
non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
A. Gramsci, 11 febbraio 1917

Nella lettera dal carcere di Turi del 20 settembre 1931 Antonio Gramsci scrive alla cognata Tatiana Schucht, suo unico tramite col mondo esterno e – attraverso l’ulteriore mediazione di Piero Sraffa – con Togliatti: «Cercherò ora di riassumerti il famigerato schema Cavalcante e Farinata». Segue un’agile interpretazione del canto X dell’Inferno, nella quale il filologo annuncia l’intenzione di svolgere un saggio su quella che ritiene una sua «scoperta [...], un contributo da aggiungere ai milioni di note che sono già state scritte» [1].
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La prima pagina dei Quaderni del carcere
Dall’8 febbraio 1929, oltre due anni dopo la carcerazione, il detenuto 7047 aveva finalmente ottenuto il necessario per scrivere, e leggere nella prima pagina dei Quaderni, vergato con limpida calligrafia al quinto posto della bozza degli argomenti che Gramsci si proponeva di trattare: «Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia», suscita emozione e sorpresa. Unico tema di carattere specialistico, in mezzo agli altri più generali e impegnati, venne approfondito appunto nel 1931-32, quando le sue condizioni di salute erano drammaticamente peggiorate. Non si tratta dunque di un mero esercizio filologico, peraltro raffinato e aggiornatissimo, sulle pubblicazioni più recenti di critica dantesca.
Lo «schema» è svolto con grande ampiezza: occupa i paragrafi 78-87 del Quaderno 4, toccando molti aspetti della cultura del tempo [2]. Gramsci, fine linguista, lo dice «famigerato» perché universalmente noto, certo nella primaria connotazione negativa di tristemente noto, per le molteplici e sfuggenti implicazioni sottese, che cercheremo sommariamente di mettere in luce [3].
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Di William Blake, Farinata degli Uberti e Cavalcante, con Dante e Virgilio
Il canto degli eretici, dove sono puniti con Epicuro tutti coloro «che l’anima col corpo morta fanno», e dove Dante incontra Farinata e Cavalcante, rispettivamente suocero e padre di Guido Cavalcanti, è infatti uno dei luoghi più aspri e direi anche ambigui della Commedia. Complesso intreccio di passioni politiche e private, incarnate nel capo ghibellino e nel padre del poeta Guido Cavalcanti, si prestava a far pervenire a Togliatti, agli amici controllati dal Pci e alla moglie Julca, che coi figli era a Mosca strettamente sorvegliata dal Pcus staliniano, messaggi coperti dal velo della critica letteraria, per eludere l’occhiuta censura fascista e anche comunista [4].
Il 26 ottobre 1926, in una lettera al «compagno amico» Togliatti, Gramsci aveva espresso la sua critica sul modo violento in cui il Comitato centrale aveva trattato il dissenso di Trockij, accusando apertamente in toto il suo modo di ragionare «penosissimo» e «viziato di «burocratismo» [5]. Pochi giorni dopo, il 6 novembre, era stato arrestato, ma l’intento espresso alla fine della requisitoria del pubblico ministero del tribunale fascista: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di pensare», si era rivelato vano. Pur nell’isolamento, Gramsci non cessò mai di pensare, e appena ne ebbe la possibilità, cominciò a scrivere. Nelle lettere e nei Quaderni scritti in carcere le critiche si fanno ovviamente criptiche, ma anche in questo saggio letterario a chi fosse in grado di intendere doveva essere chiaro che, sotto il velo di metafore e allusioni, si celava una visione politica sempre meno ortodossa.
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L’Unità fondata nel 1924 da Antonio Gramsci
All’inizio, in una sorta di dichiarazione di metodo, viene impugnata come «frigidamente estetica» la nota distinzione crociana tra struttura e poesia della Commedia. Gramsci afferma invece la necessaria coerenza strutturale dei sentimenti espressi in forma artistica: dove non c’è struttura coerente, non c’è poesia. L’istanza di una cultura come espressione globale della realtà umana si era già manifesta nel 1919, quando il giovane Gramsci dichiarava che la sua rivista “Ordine nuovo” intendeva esprimere un movimento che «lottando per una nuova letteratura [...] promuovesse anche la formazione di temperamenti artistici originali». Sono trascorsi più di dieci anni, e il modello culturale non può più essere incarnato da Croce, che agli occhi di Gramsci rappresenta una fase conservatrice della cultura.
Una lettura unitaria del canto dimostra infatti con evidenza – questa è la scoperta annunciata a Tatiana – che il vero protagonista è Cavalcante, e non, come universalmente sostiene la critica, il capo ghibellino Farinata, avversario politico che si erge statuario dalla tomba scoperchiata, con cui Dante scambia un primo fierissimo dialogo, interrotto bruscamente dall’apparire, dalla stessa tomba, del padre di Guido Cavalcanti, maestro e “primo amico” di Dante:

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.
Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?»
E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
Inferno, X, 52-63

In Cavalcante, ombra inquieta che si affaccia dubitosa alla vista, pervasa solo dall’affetto paterno, si manifesta per Gramsci la vera punizione, il contrappasso degli eretici, per i quali non esiste appunto altra vita che quella terrena. Quando egli domanda a Dante come mai, se egli compie il viaggio “per altezza d’ingegno”, Guido non sia con lui, «Dante risponde indifferente o quasi alle domande, e adopera il verbo che si riferisce a Guido [“ebbe”] al passato»; Cavalcante allora gli chiede ripetutamente con ansia se Guido sia ancora vivo. Dante – con quella che pare più che un’incertezza una lucida ferocia – tarda a rispondere. Il padre si abbatte affranto nella tomba, “E più non parve fuore”: allora Dante interroga Farinata non solo per istruirsi, osserva ancora Gramsci, «lo interroga perché è rimasto colpito dalla sua scomparsa, perché si sente in colpa davanti a Cavalcante» [6].
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Inferno, Canto X, di Gustave Doré, L’apparizione di Farinata
Riprendendo a parlare in nuova veste esplicativa, indifferente al dramma che si è svolto sotto i suoi occhi, Farinata illustra a Dante che – come i veggenti nel mondo antico – i dannati del “cieco carcere” vedono il futuro, ma non possono vedere il presente: versi “strutturali” che Gramsci richiama a pieno titolo alla funzione di poesia.
In Cavalcante, schiacciato tra l’insensibilità di Farinata, tutto assorto nella passione politica, e la totale assenza di affetti di Dante, risulta trasparente a chi legga l’allusione di Gramsci a se stesso, che in carcere vive una condizione simile. E del presente, che non vede fisicamente, sente tuttavia quanto basta per poter immaginare il futuro. Considerato di volta in volta preziosa merce di scambio tra Mussolini e Stalin, oppure «una pratica burocratica da sbrigare e nulla più», il suo senso di abbandono da parte dei compagni di partito non è certamente disgiunto dal dissenso politico, che si va facendo sempre più netto. «Certe volte ho pensato che tutta la mia vita fosse un grande (grande per me) errore, un dirizzone» scriverà nella lettera a Tania del 27 febbraio 1933, in cui preannuncia una «decisione» [7]. E noi sentiamo che sotto il rifiuto della critica estetizzante di Croce da una parte, si cela dall’altra la messa in discussione della critica delle armi marxiana.
“Tal contenuto, tal forma”: l’interpretazione gramsciana della parola d’ordine di Giovanni Gentile “Torniamo al de Sanctis” si configura come un’idea della letteratura e della politica, in cui sia al primo posto la realtà umana che, al di là dei bisogni materiali, si esprime in esigenze e affetti. La nuova concezione umanistica trova espressione nei Quaderni in un linguaggio rinnovato, che a tratti evoca l’emozione della Lettera al padre del 10 novembre 1837, in cui giovanissimo Marx annunciava «il proposito ben fermo di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e dai contorni altrettanto sicuri quanto la natura fisica», la ricerca della «perla delle perle» che poi gli era sfuggita di mano. Ai concetti di dittatura del proletariato e di lotta di classe, subentra l’idea di democrazia come confronto per l’egemonia culturale di gruppi sociali antagonisti, che garantisca il pluralismo della società politica [8].
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Di Vasari, Dante e Guido Cavalcanti (particolare)
Ancora più intrigante è la seconda parte del saggio, in cui Gramsci, fondendo l’attitudine del filologo a quella di finissimo critico psicologico, parla di «poetica dell’inespresso», dell’alone di suggestioni non dette, più o meno coscienti, in cui vive la poesia. Forse sulle sue orme, Gianfranco Contini osservava che non solo qui, ma in tutta la Commedia l’ombra di Cavalcanti, “primo amico” di Dante, «aleggia in modo tanto più inquietante quanto più indiretto: inquietante per i posteri, non per lo scrittore, i cui silenzî, le cui reticenze, le cui ostilità e ambiguità sono ferree quanto tutto il resto» [9]. Esiliato da Firenze con un provvedimento firmato da Dante in qualità di priore il 24 giugno 1300, il poeta stilnovista si era gravemente ammalato ed era morto il 29 agosto, pochi giorni dopo la revoca del bando. Gramsci annota di essere fortemente stupito che nessuno degli eruditi prima di Isidoro del Lungo avesse mai fissato la data di morte di Guido mettendola in relazione con il canto X [10].
Leggendo questa osservazione, un’ipotesi si fa largo nella nostra mente: ancora vivo nella Pasqua del 1300, quando è immaginato il viaggio della Commedia, già morto quando Dante la scrive, Guido Cavalcanti, scomparso nel «cono d’ombra», o come scrive Contini nell’«angolo morto», è il protagonista invisibile del canto. Questa è la vera analogia inespressa nel saggio gramsciano. Anche il lettore comune della Commedia sente che il vero eretico è lui. A lui, non ancora morto nella Pasqua del 1300, è destinato da Dante il “cieco carcere” riservato agli atei irriducibili come il padre Cavalcante, come Federico II di Svevia, l’imperatore poeta più volte scomunicato, promotore della Scuola siciliana, grazie alla quale con la poesia d’amore era nata la lingua volgare. Come Gramsci, anche Cavalcanti ebbe il coraggio di denunciare il tradimento del “primo” amico, accusandolo nei suoi versi di viltà umana e intellettuale. Ed “ebbe a disdegno”, scrive Gramsci, la poesia morale in lingua latina in grazia della quale, rinnegando il sodalizio artistico con Cavalcanti, il Sommo poeta aveva scelto Virgilio, eretto a profeta del cristianesimo, maestro di morale e di poesia: «Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore». (Inferno, I, 85.87).
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Togliatti al VII Congresso del PCI
Gramsci morì, anch’egli, appena una settimana dopo la revoca della condanna, il 27 aprile 1937. Non fece a tempo di vedere il Patto Molotov-Ribbentropp tra Hitler e Stalin del 1939, né il riconoscimento dei Patti Lateranensi da parte del “compagno ex amico” Togliatti nell’Assemblea costituente del 1946. Si sarebbe indignato. Forse ne sarebbe stato addolorato, certamente non stupito.
Noemi Ghetti
(1 maggio 2012)

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