14 gennaio 2015

CIVILTA' MAYA


«Mayas. Révélation d'un temps sin fin», a Parigi, Musée du Quai Branly fino all'8 febbraio una grande mostra racconta gli splendori di una grande civiltà.


Antonio Aimi

Maya, splendori e rivelazioni

«La mattina ci dirigemmo verso le rovine di Labna attraverso un sentiero che passava per alcune colline: era il più pittoresco che avessimo mai trovato nel paese. Dopo un miglio e mezzo arrivammo a una spianata di rovine, che suscitarono in noi sentimenti di ammirazione e stupore. Dal nostro arrivo nello Yucatán non avevamo mai trovato una cosa che ci commovesse così tanto e che suscitasse in noi sentimenti di sofferenza e di piacere.

Di sofferenza per non aver scoperto quelle rovine prima che una sentenza di distruzione irrevocabile fosse caduta su di esse. Di profondo piacere perché, prima che catastrofe si compisse fino in fondo, ci era permesso di vedere delle rovine, che, pur in decadenza, mostravano ancora con orgoglio le tracce di un popolo misterioso. Se un viaggiatore del Vecchio Mondo avesse visitato questa città, quando era ancora perfetta, il suo racconto sarebbe sembrato più fantasioso di tutte le storie orientali».

Così in Incidents of Travel in Yucatán John Lloyd Stephens cominciò a scolpire nel nostro immaginario il topos dei Maya. I disegni del suo compagno di viaggio, Frederick Catherwood, belli ed efficaci quanto la sua prosa, fecero il resto, colmando il nostro bisogno di essere sedotti da "atrii muscosi" e "fori cadenti". E quanto più, qui da noi gli "atrii muscosi" e i "fori cadenti", restaurati e studiati, sono diventati parte del nostro quotidiano, tanto più il nostro immaginario irrimediabilmente romantico li ha sostituiti con le immagini delle città maya sepolte dalla giungla, altrettanto lontane nel tempo dai resti del mondo classico, ma tanto più lontane nello spazio e tanto più cariche di "misteri" intriganti.

Dalle esplorazioni di Stephens e Catherwood sono passati quasi due secoli, alcune delle città allora descritte con tanta efficacia sono oggi meta del turismo di massa, ma il fascino dei Maya e il bisogno di capire gli enigmi di quel "popolo misterioso" sono rimasti inalterati.

A questo bisogno cercano di rispondere le mostre che ormai con una certa regolarità si organizzano sulla loro cultura. L'ultima: «Mayas. Révélation d'un temps sin fin», è quella che si inaugura il 7 ottobre al MQB (Musée du Quai Branly) di Parigi: oltre 400 reperti, provenienti da quasi tutti i musei del Messico, offrono una panoramica completa di quasi tutte le tipologie del l'arte maya.

Si va dagli elementi architettonici che decoravano i centri cerimoniali delle città alle minute figurine provenienti, in genere, dall'isola di Jaina, che sembrano aprire uno squarcio sul quotidiano, dalle lastre e dalle architravi dei templi decorate con elegantissimi glifi, ai vasi dipinti che rivelano una sorprendente varietà di stili, dalle sculture in pietra e stucco (straordinaria la celeberrima testa virile proveniente dal Palazzo di Palenque) agli "eccentrici" in selce, dai paraphernalia del gioco della palla agli ornamenti (collane, orecchini, eccetera), alle piccole figurine in oro, metallo del quale i Maya non erano molto ricchi e che, durante la Conquista, concesse loro due decenni di respiro, quando la maggioranza dei conquistadores passò in Perù, che da questo punto di vista era molto più promettente.

Coerentemente con le linee guida della museografia messicana, dato che la mostra è stata prodotta dall'Inah (Instituto Nacional de Antropología e Historia) l'iniziativa del MQB vuole coprire tutti gli aspetti della cultura maya. Parte dall'ambiente e passa poi a presentare le attività del quotidiano, la piramide sociale, l'organizzazione delle città e dei centri cerimoniali, le conoscenze delle élites (la scrittura, i sistemi calendariali, eccetera), il gioco della palla e gli altri riti che garantivano l'equilibrio del cosmo.

Per ovvie ragioni l'esposizione non presenta i reperti delle comunità maya di oggi, come avviene, ad esempio, al MNA (Museo Nacional de Antropología) di Città del Messico, ma con forza il catalogo sottolinea che i Maya non sono scomparsi e ancor oggi presentano frammenti della cultura del passato, che sopravvivono nelle campagne, ma scompaiono rapidamente nei processi di inurbamento.

In una mostra così ricca e articolata è difficile individuare la sezione o l'area tematica più importante. Non c'è dubbio, tuttavia, che il cuore dell'esposizione del MQB è costituito da un tema trasversale presente un po' ovunque. Si tratta del sistema politico della monarchia divinizzata, una forma di gestione del potere che attraverso grandiose opere architettoniche decorate con lunghe iscrizioni faceva risalire le origini dei lignaggi reali al tempo aurorale della creazione.

Nell'ambito della Mesoamerica (la regione in cui si sviluppò la cultura maya) si trattava di una rivoluzione culturale radicale, che, con un utilizzo della scrittura che non aveva precedenti, esaltava la figura personale del sovrano e si contrapponeva nettamente ai sistemi politici tradizionali, nei quali il re era solo un primus inter pares.

Per questa ragione lungo il filo rosso che unisce le diverse sezioni della mostra emergono sia le immagini che mostrano i re divinizzati nello splendore dei paraphernalia indossati nei rituali, sia, e soprattutto, i testi che raccontano le loro imprese e le collocano precisamente nel tempo (in una sorta di documentazione ex post) collegandole alle imprese degli eroi culturali e delle stesse divinità.

In questo contesto, ovviamente, la scrittura non era affatto uno strumento neutro. Anzi, si potrebbe dire, parafrasando McLuhan, che il mezzo era contaminato dal messaggio.

Si creò così una contrapposizione che vedeva, da una parte, nelle città maya del Periodo Classico, un sistema politico che enfatizzava la scrittura, la figura del sovrano e il lignaggio reale e, dall'altra, nel resto della Mesoamerica, dei sistemi politici che diffidavano della scrittura ed esaltavano una sovranità impersonale, a volte gestita collegialmente, in cui il re era, in teoria, un umile portavoce degli dei.

Si potrebbe dire, quindi, che lo splendore della cultura maya del Periodo Classico non fu altro che una sorta di manifesto di propaganda teso a legittimare il sistema politico.

Ma chi ha detto che la propaganda produce sempre pessima arte ?

Il Sole 24 ore – 4 gennaio 2015

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