20 gennaio 2015

PARTITO SVENDESI






Spiace dirlo, perché il PD rappresenta comunque ancora per tanti la sinistra, ma ormai siamo di fronte ad una questione morale evidentissima nazionale e locale. Dopo Roma e Genova cosa deve ancora succedere perché si capisca che Renzi e i suoi rappresentano di fatto un berlusconismo senza Berlusconi.

Norma Rangeri

Un partito in vendita

Più la spin­gono sotto il tap­peto, più la que­stione immo­rale si mostra nella sua scon­ve­niente veste di pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica. Pro­prio ieri, di fronte a un’aula par­la­men­tare pate­ti­ca­mente vuota, il mini­stro della giu­sti­zia, denun­ciava «la dimen­sione intol­le­ra­bile della cor­ru­zione in Ita­lia». Intol­le­ra­bile spe­cial­mente quando mette radici nel par­tito di cui il mini­stro fa parte, ma così pur­troppo non è.

Lo dimo­strano alcune recenti vicende, due su tutte: il ten­ta­tivo, solo rin­viato, di sal­vare l’evasore Ber­lu­sconi con la legge sulla delega fiscale, e, di que­ste ore, i bro­gli elet­to­rali (con il sospetto di una compra-vendita di voti) nelle ele­zioni pri­ma­rie in Liguria.

Due facce della stessa meda­glia, visto che il fami­ge­rato “patto del Naza­reno” è fon­da­tivo di que­sta nuova sta­gione poli­tica. In piena coe­renza con quel con­flitto di inte­ressi che il Pd non ha mai risolto nel corso degli ultimi vent’anni.

Per que­sto le dimis­sioni di Ser­gio Cof­fe­rati sono un fatto poli­tico di prima gran­dezza, rile­vante e rive­la­tore nello stesso tempo.

Per­ché rile­vante è evi­dente: l’ex segre­ta­rio della Cgil è stato il sim­bolo dell’antiberlusconismo di sini­stra, capace di orga­niz­zare la più grande mani­fe­sta­zione del dopo­guerra in difesa dell’articolo 18, a fianco del mondo del lavoro e in rap­pre­sen­tanza di quelle radici che oggi la lea­der­ship del Pd ha deciso di reci­dere, net­ta­mente e orgo­glio­sa­mente, in pro­fonda sin­to­nia con l’ideologia anti­sin­da­cale del centrodestra.

Insieme a Camusso e Lan­dini, Cof­fe­rati è una ban­diera con­tro il jobs act e la defi­ni­tiva meta­mor­fosi neo­li­be­ri­sta del par­tito ren­ziano (non “di Renzi”, per­ché non gli appartiene).

Ma il “caso Cof­fe­rati” è forse ancor di più rive­la­tore, cioè spec­chio lim­pido, della fisio­no­mia etica del nuovo gruppo diri­gente del Naza­reno. Lui è il primo poli­tico che in modo cla­mo­roso e dram­ma­tico se ne va dal par­tito — del quale è stato uno dei 45 fon­da­tori — denun­ciando la pre­senza di una que­stione morale: «Me ne vado per­ché sono stati can­cel­lati i valori stessi su cui è nato il Pd».

Altro che delu­sione per la scon­fitta subita alle pri­ma­rie (peral­tro da dimo­strare): è un duris­simo attacco al voto di scam­bio («com­prano il voto»), è unj’accuse per la palese offerta e l’altrettanto dichia­rata accet­ta­zione dei voti por­tati alla can­di­data vin­cente, la ren­ziana Raf­faella Paita, da parte dei capi­cor­rente del cen­tro­de­stra ligure e di per­so­naggi fasci­stoidi, è la penosa presa d’atto dell’acquisto dei voti dei poveri immigrati.

Così si svende una sto­ria, si svende un partito. Eppure è ancor più penosa la rea­zione dei ver­tici ren­ziani del Pd, a comin­ciare dai due vice­se­gre­tari del par­tito. Invano Cof­fe­rati li aveva, già da alcune set­ti­mane, avver­titi di quanto stava acca­dendo senza rice­vere nep­pure lo strac­cio di una risposta.

Ora, dopo le dimis­sioni, i due colon­nelli, Ser­rac­chiani e Gue­rini, sono diven­tati par­ti­co­lar­mente pro­di­ghi di dichia­ra­zioni con­tro l’ingrato Cof­fe­rati, accu­sato di «inspie­ga­bili» e «ingiu­sti­fi­cate» dimissioni.

Nem­meno un piz­zico di senso del pudore. Avan­zano cam­mi­nando sulle mace­rie del par­tito — forse per­ché con­vinti delle magni­fi­che e pro­gres­sive sorti elet­to­rali in caso di voto anticipato. E Renzi?

L’immagine più nitida dello spec­chio che l’addio del diri­gente poli­tico riflette è quella del segre­ta­rio. All’ultima dire­zione del par­tito Renzi ha chiuso il “caso” in modo bru­tal­mente pro­vo­ca­to­rio, facendo i com­pli­menti alla vin­ci­trice per la vit­to­ria e rove­sciando sul per­dente la defi­ni­tiva sen­tenza: «Basta, vogliamo vin­cere, la discus­sione è chiusa». Una dimo­stra­zione di arro­ganza, come è ormai con­sue­tu­dine di que­sta nuova lea­der­ship, ma par­ti­co­lar­mente sot­to­li­neata e insi­stita, per­ché sia d’esempio a chi in futuro volesse por­tare all’attenzione del par­tito fasti­diosi pro­blemi etici.

Discu­tere su come si rac­col­gono i con­sensi, su come si finan­zia un par­tito, su quale blocco sociale di rife­ri­mento si sce­glie sono que­stioni poli­ti­che fon­da­men­tali, anche se il per­so­na­li­smo, il lea­de­ri­smo hanno inqui­nato il comune sen­tire della gente di sinistra.

Tut­ta­via è impor­tante discu­terne oggi come è stato cru­ciale per l’allora Pci quando a porre la que­stione nei ter­mini gene­rali che cono­sciamo fu Enrico Ber­lin­guer. E vale qui la pena solo accen­nare alla fred­dezza, e per­sino alla deri­sione, con cui la cor­rente miglio­ri­sta di allora, gui­data dall’ex capo dello stato, Gior­gio Napo­li­tano, accolse la duris­sima cri­tica ber­lin­gue­riana alla dege­ne­ra­zione del sistema dei par­titi, Pci incluso.

Era­vamo negli anni’80 e non a caso la vicenda ope­raia della Fiat, la bat­ta­glia sulla scala mobile e l’esplodere della que­stione morale tene­vano insieme i ragio­na­menti di Ber­lin­guer verso quell’alternativa di sini­stra che, nel momento del cra­xi­smo trion­fante, la pre­ma­tura fine non gli con­sentì di met­tere in atto.

La que­stione immo­rale come “que­stione demo­cra­tica” torna, nel Pd di Renzi, a essere deru­bri­cata come l’espressione del “tafaz­zi­smo” delle mino­ranze che non si ras­se­gnano a spin­gere il carro del vin­ci­tore. Che, tut­ta­via, non sem­bra più tanto trion­fante se si dà retta ai son­daggi che, set­ti­mana dopo set­ti­mana, sgon­fiano la bolla elet­to­rale delle ultime ele­zioni euro­pee di maggio.

In ogni caso se le dimis­sioni di Cof­fe­rati sono rile­vanti e rive­la­trici del muta­mento pro­fondo e irre­ver­si­bile della natura sociale del Pd, la domanda è: fino a quando le oppo­si­zioni interne si accon­ce­ranno al ruolo di inno­cue cas­san­dre, di fiore all’occhiello del segretario?

E, a seguire, adesso può nascere in Ita­lia una forza poli­tica a sini­stra che rac­colga un con­senso signi­fi­ca­tivo, come quello di Syriza?

Il Manifesto – 20 gennaio 2015

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