08 febbraio 2015

CULTURA E TECNICA OGGI

Henri Matisse, Deux danseurs, 1937-38


Questa mattina ho trovato particolarmente stimolante la lettura di questo post  pubblicato da  https://georgiamada.wordpress.com/

 Il digitale è una Cultura e non una tecnica

 “[…] una volta perdutol’equilibrio sempre precario tra i due mondi, sia che il mondo «vero» abolisca «quello apparente» o viceversa, l’intero sistema di riferimento entro il quale il nostro pensiero si era abituato ad orientarsi va in pezzi. A questo punto, nulla sembra più avere alcun senso”
(Hannah Arendt, La vita della mente)


Chi usa la rete da qualche anno o da qualche decennio (vent’anni) sa che il digitale fa male, nel senso che opera su di noi, e sul funzionamento del nostro cervello e della nostra memoria, delle modificazioni sostanziali e strutturali. Fa male (nel senso di dolore) perché ogni cambiamento culturale richiede uno sforzo poderoso e soprattutto doloroso, provocandoci sintomi che ognuno di noi ormai conosce sulla propria pelle: irresponsabilità, superficialità nell’uso, approssimazione, irritazione, incarognimento, solitudine, disperazione, perdita di memoria e soprattutto perdita di empatia con l’altro e quindi perdita di etica, dell’etica che la cultura precedente aveva codificato. Che NOI (un noi plurisecolare) avevamo creato, e codificato come cultura, più o meno consensualmente ecc.
Questa è un’epoca che vive un cambiamento così radicale che non ha paragoni nel passato se non nel passaggio, ugualmente traumatico, dalla cultura orale a quella scritta.
Rischiamo nell’immediato di diventare mostri? sì, penso che esista questo pericolo e neppure troppo lontano

Il “digitale” non è una “tecnologia”, men che meno una “tecnica”. Il digitale è una cultura, che informa di sé l’intero universo che abitiamo, in particolare l’universo dei giornalisti
[…]
L’universo digitale è il luogo della disintermediazione (quindi il luogo dove comincia a saltare il concetto stesso di “media”) (da QUI)
Non è la macchina, non è il mezzo di comunicazione che direttamente ci cambia. No, infatti all’inizio eravamo gli stessi di sempre. Mettevamo in rete, travasavamo, contenuti più o meno originali, ma eravamo sostanzialmente gli stessi. Predominava la fiducia e l’utopia, la rara gioia giocosa dell’allargamento e della condivisione della conoscenza, un senso di sè più forte, una collaborazione volontaria. Poi, senza che ce ne accorgessimo, tanto veloce è stato il cambiamento, qualcosa è cambiato, non nel mezzo (che naturalmente è sempre lo stesso) ma in chi lo usava senza essere cosciente della bomba che si stava innescando.
E’ in pericolo la nostra capacità di pensare? La nosta capacità di dialogare con se stessi e con gli altri? Rischiamo nuovamente di essere preda della banalità del male (il bene non è mai banale, ma forse lo diventa quando si radicalizza l’incapacità umana di capire la differenza, la linea d’ombra, tra bene e male)?
Temo di sì, e temo che questo avvenga per nostra ignoranza del mondo che stiamo abitando (quello digitale) e che ormai è diventato universale e coinvolge anche chi in rete magari non c’è mai entrato. Un mondo che viviamo come se fosse il mondo di sempre e in cui siamo incapaci di mettere regole. Regole che però non siano regole (che di quelle ce ne sono a iosa e per lo più insopportabili) ma autoregole condivise e nate dalla nuova cultura che stiamo vivendo e che non conosciamo più, o non conosciamo ancora.
In un mondo digitale dominato prevalentemente dall’immagine, dall’apparire, c’è da chiedersi se il pensiero  possa ancora apparire o se siamo condannati alla scomparsa del pensiero come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e cioè dialogo con se stessi, e conseguente capacità di uscire dall’io.
Il dialogo, sia che sia con noi stessi che con altri, richiede sempre una pluralità, ma lo si sperimenta prima di tutto nella dualità primitiva e incessante, del tra me e me. Ma se questo dialogo con se stessi si concretizza per diventare monologo verbigerante da cui l’altro (anche il me interno) viene totalmente escluso, cosa succede?
Scusate lo sfogo ;-)

georgiamada

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