05 febbraio 2015

COSA CI HA INSEGNATO CESARE PAVESE

                                                                                                             Alex Raso, Cesare Pavese


La lettura di Cesare Pavese è fonte di continue illuminazioni. Leggerlo (e ancor più rileggerlo) è un percorso verso la comprensione di sé e del mondo. Per questo è un classico.

Pasquale Briscolini

Pieretto”
Ovvero sulla creatività, la coscienza di classe, l’amore per la libertà …


A ciascuno di noi è sicuramente capitato di farsi qualche domanda sulla creatività e sul suo significato. Domande del tipo: ma le persone si dividono davvero in due grandi categorie, quelle che hanno fantasia, sono creative e si dedicano prevalentemente all’arte; e poi tutte le altre, che si dedicano alle normali attività di tutti i giorni? O piuttosto ognuno di noi ha la sua parte di creatività, chi più chi meno, ovviamente, e la esercita nei modi più svariati anche nelle attività generiche, senza che per questo debba dipingere un quadro di colline o modellare una forma con l’argilla? Forse anche Guccini è un po’ di questa (seconda) idea quando dice, nella canzone “Artisti” dell’ultimo CD: “Gli artisti non nascono artisti, non sembrano strani animali ma nascono un po' come tutti, come individui normali.”.

Pavese è ancora più esplicito sulla questione: per lui Pieretto è come chi scrive un romanzo o, meglio ancora, è chi scrive un romanzo che in realtà fa la stessa cosa di Pieretto. Sentiamo: (1)

“Eravamo all’osteria in parecchi, e c’era anche Masino. Si parlò di Pieretto che la ragazza era venuta a prendere, e mancava da un’ora.
  • Domani ci racconta quel che ha fatto e che ha detto, - borbottò Masino, e ridevamo. – Lui si diverte a raccontarle più che a farle.
  • Come quelli che scrivono, - dissi. – Tu, Masino, volevi sapere come si scrivono i romanzi. Così. Ci si ritira e si va a spasso. Si fa finta di niente. Poi si torna e si racconta qualcosa. Non quello che è stato. Qualcosa di meno e qualcosa di più. Così si scrivono i romanzi.
  • Sta a vedere che Pieretto è un grand’uomo, - disse un altro di noi, di punto in bianco. – Se ti sentisse, non lo tieni più.
Lasciai che Masino gli facesse gli occhiacci. Poi dissi che non tutti volendo sanno scrivere un libro, ma che il primo requisito è di saperlo inventare, come Pieretto quando inventa i fatti suoi. Spiegai che un libro è tutto fatto di quel che l’autore vorrebbe e non è, di quel che lo diverte, che lui pensa di notte. Pieretto – dissi – si diverte anche quando racconta che Marì gli ha dato un cane. Poi t’inventa che è stato con lei chissà dove, che hanno fatto baldoria, che ha rotto le costole a un tale che voleva portargliela via. Cosa c’è di diverso da questo a un romanzo?

Il punto, anzi il primo requisito – dice Pavese – è di sapere inventare. Per farlo, è necessario muoversi su un filo di rasoio tra quello che uno vorrebbe essere e non è, su quello che lo diverte o che ha nei suoi pensieri più profondi, di notte….

Ma Pavese lascia intravvedere in profondità uno dei problemi che gli stanno a cuore – e con lui stanno a cuore a tutta una classe di scrittori e di intellettuali di quel periodo – e cioè il loro “ruolo politico”. E’ a Masino che fa porre la questione:

“Masino disse: - Ma un romanzo deve solo divertirti o essere ben scritto? Raccontarti le fandonie di Pieretto o la vita che fa il popolo?

  • Chi è il popolo, Masino? Popolo sei tu, sono io, è Pieretto. Se le racconta troppo grosse gli puoi dire di piantarla, e parli d’altro. Non ti diverti più. Neanche lui si diverte se si mette a parlare di quel che non sa. Ma quando racconta dei trucchi che Marì gli combina e si vanta di averla portata nei prati, sta’ tranquillo che sa quel che dice. Se la gode così. Scrivere bene vuol dire questo. Raccontare qualcosa che vorresti e non hai. Quello che hai già non lo racconti. Te lo tieni.
Ecco definirsi quello che, secondo lui, è il ruolo autentico della scrittore: deve in sostanza essere credibile, raccontare di quello che sa, che sente, che ama, che non ha ma vorrebbe. Se bara e parla di quel che non sa, “tu te ne accorgi subito e non ti diverti più, ma anche lui non si diverte più”. Ma se non bara, se è autentico, quello che racconta va tutto bene, perché ognuno di cui parla è popolo: il popolo è ognuno di noi, ogni persona. Ma questo non è proprio facile da capire e poi, naturalmente, Pavese nel racconto mantiene un livello di leggerezza e di sottile ironia con i vari personaggi. Ecco allora che:

“Masino si mise a gridare.

  • Tu sei matto, - diceva. – Mi hai sempre spiegato che si parla soltanto di quello che esiste. Esiste il popolo, esiste una coscienza di classe. Di che cos’altro vuoi parlare?
  • Masino, Masino, tu dove la tieni la coscienza di classe?
  • Pochi ce l’hanno, - disse uno.
  • Tocca a quelli che l’hanno svegliarla negli altri.
E allora, - dissi, - vedi bene che quello che esiste non c’è. E se si deve, com’è giusto, parlarne, capisci che il bello anche qui è di supporlo. Quando tutti l’avranno, si parlerà d’altro. La coscienza di classe è l’esigenza, la mancanza di qualcosa che si cerca di avere lavorando e parlandone. Anche tu, non l’hai mica dal mattino alla sera. Il difficile è questo: bisogna averla e non averla, per saperne parlare.

Masino è concreto e gli dice – anzi gli ricorda di essere stato lui a dirlo – che bisogna parlare solo di ciò che esiste. Allora, siccome esiste il popolo ed esiste la coscienza di classe, è di questo che occorre parlare e raccontare! Però il discorso si complica perché di coscienza di classe – che pure esiste – in giro ce n’è poca o non c’è affatto. Succede allora che se ne debba parlare proprio per fare in modo che ci sia, e che quando tutti l’avranno non ci sarà più questo bisogno. Masino è perplesso:

  • “Eh?”
Si tocca qui, con qualche rapido cenno evocativo di cui Pavese è maestro, un aspetto molto importante dell’animo umano che condiziona tutti i nostri comportamenti: ognuno di noi è particolarmente attratto da quello che non ha e che vorrebbe avere; soprattutto se è qualcosa che altri hanno. Ma ognuno di noi ha certamente sperimentato, in qualche occasione, la caduta dell’interesse una volta raggiunto quell’obiettivo. Si potrebbe parlare di “abitudine”, come se ci succedesse, “abituandoci” a qualcosa che pure avevamo molto desiderato o bramato di avere, quasi di non sentirne più il valore o di sentirlo in un modo molto attenuato.

Il consumismo ha poi certamente esasperato questo nostro atteggiamento innato, rendendo più labile e di più breve durata il legame affettivo che abbiamo con le cose e anche con le persone. Il consumismo si basa infatti sul “potere ipnotico-seduttivo dell’oggetto di godimento offerto illimitatamente dal mercato” (2)

La sensazione dell’abitudine, che provoca la caduta dell’interesse e del legame affettivo, può riguardare cose poco importanti – un oggetto, un’automobile ad esempio – ma anche altre di importanza ben superiore e anche non confrontabile:

  • “Prendi la libertà. Chi vive libero, non sa più cosa sia. Vive libero e basta. Ma per averci la passione, per saperne parlare, bisogna che te l’abbiano tolta, e che tu la desideri. Così ce l’hai, ti esiste dentro, ma intanto ti manca e lavori per lei.”
Quasi settant’anni dopo, nel 2014, Massimo Recalcati nel libro appena ricordato sviluppa in modo approfondito il legame inscindibile fra il limite (la legge, l’ostacolo) e il desiderio, che “sono necessariamente presi in un’articolazione simbolica: senza il desiderio la legge si insterilisce e diviene una mummia in difesa di un sapere morto, ma senza la Legge il desiderio si frammenta e diventa puro caos” (3). In quel caso il discorso riguarda la Scuola e l’educazione, ma è evidente il suo significato generale, così come è evidente la profondità dell’accenno di Pavese e il suo guardare molto, ma molto, avanti con i tempi.

  • Sta’ a vedere che dobbiamo dir grazie a quei porci.
  • Ringrazia il digiuno che ti mette appetito. Ma, parlando di scrivere, non è mica che tu deva star apposta digiuno per avere uno stile più intonato. Pensa un poco a Pieretto: che cosa non darebbe per andarci davvero nei prati, e fare tutte quelle cose che racconta. Così è degli argomenti dei libri: lo scrittore, se è un uomo genuino, deve volere a tutti i costi che la vita sia più bella, più felice, più giusta. Deve fare quanto può da parte sua per non fermarsi all’esigenza, ma lavorare con gli altri e prender parte alla lotta. Che apprezzi la libertà soltanto chi ne è senza, non vuol dire che non si deva far di tutto per conquistarla. E si va di conquista in conquista. Ma, ti dico, un bel libro è sempre pieno di voglie rientrate, di sforzi, di delusioni, di cose che ti mancano. Uno gode soltanto a immaginarsi quel che non ha. E scrive bene, ti dà gusto, solamente chi ha scritto godendo.
Questa frase, relativa a “chi ha scritto godendo”, fa correre il pensiero a quello che Pavese scriverà tre anni e mezzo dopo, alla fine del 1949, e cioè “La luna e i falò”. In quel “racconto poetico” – di cui un critico dirà: “Pavese ha lavorato con spaventosa felicità sui personaggi e lo stile” – ci sono parti nelle quali “si sente forte” il godimento dell’autore nello scrivere. In quelle parti è anche più forte il legame fra l’autore e il lettore, a conferma dell’idea che in una comunicazione tra due persone quello che “passa” veramente, il vero collante della comunicazione/comunione è proprio il legame affettivo tra chi parla (o scrive) e la cosa di cui parla. Infatti Pavese dirà tra un momento che, se di una cosa non t’importa, “farai meglio a parlare di quel che t’importa”:

“Qui ci calmammo, e ci bevemmo sopra.
  • Lo sapesse Pieretto, - disse Milio, - che gli dai tanto credito e che un compagno come te lo prende ad esempio.
  • Lui non parla davvero di coscienza di classe, - disse un altro-
Masino taceva. Io sapevo che cosa pensava.

Dissi: - E’ per questo che per scrivere bisogna conoscersi bene e cavarsi le idee dal midollo. Bisogna raccogliersi e lasciare che quello che sei venga a galla, i tuoi gusti, le tue voglie, i tuoi bisogni. Non puoi mica parlare del primo capriccio. Se non hai la coscienza di classe, se non t’importa d’averla, farai meglio a parlare di quel che t’importa. Tutti abbiamo qualcosa nel sangue, che salta su solo a pensarci. E tutto quello che è sincero, che è la voce di un uomo, val la pena di starlo a sentire…

Masino alzò la testa- - Hai anche ragione, - disse. – Ma se scrive bene solamente chi scrive godendo, l’hai detto tu, come va che son famosi certi scrittori che non fanno che lamentarsi? Per esempio il Leopardi, Giacomo, o i tisici, i disgraziati. Ce n’è un mucchio. Anche Pieretto si lamenta alle volte.

Qualcuno rideva. Ridemmo tutti.

  • Prendi la musica, - dissi. – Perché è la stessa cosa fare un bel libro o fare un’opera. Prendi la Traviata o la Bohème. O anche soltanto una canzone malinconica. Ebbene, è qui l’abilità. Credi che il musicista fosse disperato quando lavorava? Neanche per idea. Aveva e non aveva anche lui. Siamo al punto di prima. Si metteva nei panni di chi è disperato – gli mancava la donna, l’appetito, la pace – desiderava le cose, le voleva, e quel che trovava era la soddisfazione di dir questo, di dirlo bene, di farne venir voglia a tutti quanti. Se gli avessi chiesto mentre componeva: - Vuoi la donna, vuoi la pace, vuoi la salute? – ti avrebbe risposto: - Prima lascia finire. Mi piace troppo così.”.
“Avere e non avere”: Pavese insiste spesso su questa “sospensione”. In una pagina del Diario (4) dice “Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti”, esprimendo così il concetto in una forma più generale, astratta, che poi esplicita spesso con esempi concreti.

Un altro aspetto comune a tutti gli interventi pubblici di Pavese in questo inizio del 1946 è il suo atteggiamento insolitamente positivo, un clima comunicativo e di fiducia. E’ un momento nel quale tenta, in tutti i modi, di “inserirsi concretamente nella società” e sembra aver fiducia di poterci riuscire. Così, in questi articoli per l’Unità, crea sempre un clima positivo nel quale dialogano persone che hanno fiducia una dell’altra, e che si vogliono bene. Nel fluire di questi dialoghi inserisce poi gli aspetti della società, e delle relazioni tra gli uomini, che più gli stanno a cuore e che vuol dire in qualche modo, di solito attraverso la voce di qualcuno dei personaggi che dialogano.

Perché - dice Calvino (a proposito dei romanzi di Pavese, ma lo si può intendere in generale) -“Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola”.(5)

Negli interventi pubblici di questo periodo possiamo dire che Pavese è un po’ meno ellittico e più esplicito. Non rinuncia a dire quello che sente di dover dire in questo momento di rinascita del paese dopo la tragedia, rinascita in cui cerca di giocare anche le proprie possibilità, ma prevale la leggerezza e il clima goliardico, tra compagni:

  • A me, - disse Milio, - sentirvi discorrere leva la voglia di leggere. Però la Traviata mi piace. Mi piace anche la Bohème. E sono d’accordo che scriverla dev’essere stato un piacere. Ma leggere è diverso. Si legge per capire le cose. Cos’ha scritto quel Giacomo che dicevi?
In quel momento entrò Pieretto, aggiustandosi la cravatta. Tutti gridarono. Io dissi a Milio: - Chiediamolo a lui. Vedrai che qualcosa ci dice.

Masino alzò le spalle. Pieretto rideva già.


1. C. Pavese, Pieretto, pubblicato su “L’Unità” di Torino, 19 maggio 1946
2. M. Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino, 2014, pg. 12
3. Ibidem, pg. 23
4. Il mestiere di vivere, 14 dicembre 1939
5. Perché leggere i classici, Mondadori, MI, 1995, pg. 288

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