14 febbraio 2015

LA FINTA SINISTRA INCANTATA DAL MERCATO



Un’analisi del New Labour di Tony Blair. L’incerta eredità di un’esperienza che ha aderito allo «spirito nuovo» della globalizzazione. Una chance per un partito che individuava nel governo la sua fonte di legittimazione.

Claudio Vercelli

Quella sinistra incantata dal mercato
Mat­teo Renzi è un B&B. Sta esat­ta­mente nella metà di una ipo­te­tica linea con­ti­nua che abbia, ai suoi due capi estremi, Ber­lu­sconi e Blair. Peral­tro, riguardo alle reci­pro­cità tra que­sti ultimi due non si nutri­vano troppi dubbi. Entrambi hanno con­corso ad un obiet­tivo, rag­giun­gen­dolo in pieno: svuo­tare le cul­ture poli­ti­che d’origine e sosti­tuirvi una mucil­la­gine di sug­ge­stioni, a tratti popu­li­sta.

Del muta­mento glo­bale in atto nelle società a svi­luppo avan­zato, peral­tro, non sono causa ma effetto, non male bensì sin­tomo. Che si pro­lun­gano, l’uno e l’altro, al di là di ogni ragio­ne­vole sop­por­ta­zione.

Dopo di che, lasciando da parte le vicende di casa nostra, è inte­res­sante spo­stare il fuoco dell’attenzione su qual­cosa che si è già con­su­mato e che tut­ta­via rimane come un trac­ciato ine­lu­di­bile. Le for­tune del par­tito di Tony Blair ritor­nano in un volume di grande inte­resse qual è quello fir­mato da Flo­rence Fau­cher e Patrick Le Galès, L’esperienza del New Labour. Un’analisi cri­tica della poli­tica e delle poli­ti­che (Franco Angeli, pp. 192, euro 25). In fondo è già tempo di farne la sto­ria, rico­struen­done il pro­filo socio­lo­gico e l’imprinting ideo­lo­gico. Per­ché il lascito e l’eco della sua impo­sta­zione ritorna nelle vicende odierne.

Gli spunti sono quindi mol­te­plici. Dalla let­tura del per­corso neo­la­bu­ri­sta, infatti, si col­gono gli aspetti di lungo corso dell’egemonia cul­tu­rale della società di mer­cato e degli effetti dei pro­cessi di governo post-democratici. Tre sono i trac­ciati a par­tire dai quali gli autori arti­co­lano le loro rifles­sioni. Il primo è il con­vin­ci­mento, dif­fuso nella lea­der­ship di Blair, che si sia per­ve­nuti ad un «nuovo tempo», quello della glo­ba­liz­za­zione, dove gli indi­rizzi di fondo dei grandi pro­cessi macroe­co­no­mici, non­ché i loro riflessi sociali, siano non solo non gover­na­bili poli­ti­ca­mente ma che incor­po­rino in sé un’ineluttabilità per molti aspetti posi­tiva. Da ciò, quindi, l’idea che qual­siasi impianto rifor­mi­sta possa misu­rarsi solo con gli effetti di tali trend, mai con le cause, e che debba agire sui desti­na­tari pas­sivi del muta­mento, la società stessa, e non sugli agenti attivi, i cen­tri di potere.
Ideo­lo­gia utilitarista
Il secondo ele­mento rimanda all’avversione verso i corpi inter­medi, ossia i sog­getti della rap­pre­sen­tanza e della media­zione, a favore invece di un rap­porto diretto tra deci­sore e cit­ta­dino, quest’ultimo inteso come un con­su­ma­tore. A ciò si ricon­nette una sostan­ziale indif­fe­renza, se non la deli­be­rata dif­fi­denza, verso qual­siasi idea di società che non cor­ri­sponda alle pro­prie imma­gini ideo­lo­gi­che. Di qui al passo che con­si­dera la società mede­sima come un vin­colo, e non una risorsa, nel nome del micro­co­mu­ni­ta­ri­smo e dell’individualismo più puri, la distanza è breve e si sposa con la con­ce­zione uti­li­ta­ri­sta, che vede nelle col­let­ti­vità un osta­colo al rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi del sin­golo. Tut­ta­via, da ciò non è deri­vata una con­tra­zione del ruolo dello Stato ma, piut­to­sto, una ride­fi­ni­zione, in chiave for­te­mente restrit­tiva, della sfera della par­te­ci­pa­zione poli­tica. Quest’ultima, infatti, sem­pre più spesso è stata occu­pata dai pro­fes­sio­ni­sti della comunicazione.
L’ossessione per l’immagine di sé ha quindi sca­val­cato e offu­scato la capa­cità stessa di pro­durre un imma­gi­na­rio pub­blico. Il terzo fat­tore è det­tato dal cen­tri­smo come atteg­gia­mento men­tale, prima ancora che per la sua natura di col­lo­ca­zione nel qua­dro poli­tico. Nel momento stesso in cui si pone­vano le pre­messe della sua crisi in tutto il con­ti­nente euro­peo, un’indistinta idea di «classe media» veniva iden­ti­fi­cata come l’approdo obbli­gato per ciò che restava del labu­ri­smo.
Forse è stato que­sto l’errore più cla­mo­roso, deri­vante dall’incapacità di cogliere l’effetto delle poli­tica libe­ri­ste, desti­nate sem­mai a pola­riz­zare le dif­fe­renze sociali ed eco­no­mi­che. Ma di que­ste ultime, gli uomini di Blair ave­vano spo­sato più aspetti, con­fon­dendo il discorso sulla «meri­to­cra­zia» con le pra­ti­che acqui­si­tive, e pre­da­to­rie, dei mer­cati finan­ziari, non­ché rite­nendo che la cit­ta­di­nanza fosse sem­pre più spesso una varia­bile dipen­dente dalla capa­cità di con­sumo, eletta a vero e pro­prio indice dell’integrazione e della coe­sione sociale.
Il popolo sovrano, in piena sin­to­nia con l’approccio popu­li­sta, si è quindi tra­sfor­mato in popolo-elettore, desti­nato a ple­bi­sci­tare le intui­zioni delle élite e del lea­der. All’interno del par­tito di Blair, come sta avve­nendo oggi nel Pd di Mat­teo Renzi, la moder­niz­za­zione si è per­tanto orien­tata essen­zial­mente verso tre esiti: la guerra inter­ge­ne­ra­zio­nale dei «gio­vani» con­tro le vec­chie oli­gar­chie, otte­nendo un effetto di alter­nanza dei primi, costi­tui­tisi come ceto, alle seconde; una velo­ciz­za­zione della comu­ni­ca­zione poli­tica, qual­cosa al limite della fre­ne­sia, che ha assor­bito gli stessi con­te­nuti delle peral­tro fra­gili pro­po­ste di riforma, sosti­tuen­dosi infine ad essi; la ricerca, ai limiti dell’esasperazione, della disin­ter­me­dia­zione, ossia della rescis­sione dei rap­porti con l’ampio arci­pe­lago di orga­ni­smi del col­la­te­ra­li­smo, a par­tire dai sin­da­cati, iden­ti­fi­cando nell’esecutivo l’autentico ed unico sog­getto poli­tico in grado di deci­dere, indi­pen­den­te­mente da qual­siasi con­cer­ta­zione, quest’ultima giu­di­cata solo come potere di ricatto o comun­que di impro­prio condizionamento.
Sul ver­sante degli equi­li­bri sociali ne è deri­vata un’inedita miscela tra enfa­tiz­za­zione del «mer­cato» come luogo delle libertà con­crete e cen­tra­liz­za­zione del comando poli­tico. Al discorso sull’equità e sulla giu­sti­zia redi­stri­bu­tiva si è così alter­nato, e poi sovrap­po­sto, quello sul bino­mio tra effi­ca­cia ed effi­cienza, in una visione tec­no­cra­tica che, a ben vedere, ha con­corso atti­va­mente nel met­tere in dif­fi­coltà lo stesso ceto diri­gente neo­la­bu­ri­sta, anco­rato sem­pre più spesso a para­me­tri di valu­ta­zione deri­vati dall’economia mar­gi­na­li­sta e neo­clas­sica, avulsi dalla con­cre­tezza dei pro­blemi e dalla spe­ci­fi­cità degli inte­ressi in gioco.
Sci­vo­lose semplificazioni
La nozione di con­flitto sociale si è però dis­solta, cele­brata come un resi­duo del tempo che fu, venendo quindi sosti­tuita dalla nego­zia­zione e dal con­tratto tra utenti e for­ni­tori. La stessa idea di «impresa» ha rical­cato que­sto modulo esclu­sivo di scam­bio, tra­la­sciando del tutto l’articolazione e la stra­ti­fi­ca­zione delle mol­te­plici forme della pro­du­zione, così come dell’identità di pro­dut­tori e impren­di­tori. Ciò che resta dell’esperienza del New Labour è la sci­vo­losa fasci­no­sità delle sem­pli­fi­ca­zioni, al limite della bana­liz­za­zione, della com­ples­sità dei per­corsi di muta­mento sociale.
Rispetto al difetto di pro­dotto finale la sua lea­der­ship, peral­tro ben pre­sto in crisi di legit­ti­ma­zione davanti all’elettorato, che non ha tar­dato a cogliere i limiti della sua sedu­zione, ha schiac­ciato il tasto del pro­cesso e dell’immaginario come vero nucleo dell’azione poli­tica. In altre parole, il movi­mento è tutto. Pec­cato che den­tro di esso vi siano solo dei fan­ta­smi, che pur con­ti­nuano a girare per l’Europa, tro­vando chi ne accre­dita un’inesistente tangibilità.

Il manifesto – 15 gennaio 2015

Nessun commento:

Posta un commento