30 marzo 2014

IN MEMORIA DI VIRGINIA WOOLF


     Ci eravamo dimenticati dell’anniversario della morte di Virginia Woolf. La ricordiamo oggi con la prefazione di Ali Smith a Virginia Woolf. Diario di una scrittrice.


Ali Smith
Chi era Virginia Woolf


Chi era Virginia Woolf? Aveva qualcosa in comune col ritratto che viene fuori dal film The Hours? Era cioè una scrittrice nevrotica con il nasone e gli occhi sempre bassi, talmente timida da non riuscire a rivolgere la parola nemmeno ai domestici, e talmente malata che se rimaneva da sola per un po’ di tempo finiva per compiere gesti folli o autolesionisti? O era l’esatto opposto, come suggerisce una delle sue biografie più recenti, scritta da Hermione Lee: e cioè una donna vivace e intelligente, con un umorismo caustico e sfrenato, dalla risata squillante e sonora, che amava scorrazzare su una vecchia moto nel parco della villa dove vivevano sua sorella e i suoi amici bohémien e che una volta si mise dei baffoni finti e un turbante in testa, salì su una nave e per un’intera serata riuscì a far credere a tutte le autorità civili e militari a bordo di essere un principe abissino?
Se si confrontano diversi episodi della sua vita si scopre che Virginia Woolf aveva una personalità governata da impulsi spesso diametralmente opposti. A noi adesso sembra impossibile che negli anni Cinquanta, a meno di quindici anni dalla sua morte, sia stata praticamente cancellata dalla storia della letteratura inglese da critici del calibro di Walter Allen, che la definì con miope sessismo «una scrittrice molto limitata». E aggiungeva: «A mio avviso, la sua scrittura è viziata da una affettazione di fondo [...] e i momenti di rivelazione e illuminazione in realtà sembrano illuminare ben poco se non ansiti e sospiri di estasi muliebre [...] Nel futuro sarà senz’altro considerata una scrittrice minore». Se oggi è considerata non solo fra i grandi del ventesimo secolo, ma anche tra gli scrittori più innovativi e originali della letteratura in lingua inglese, è soprattutto merito della critica femminista che, fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, l’ha riportata alla luce.

Ma chi era realmente Virginia Woolf e perché in lei c’erano tutti questi impulsi contrastanti? In fondo, ha senso chiedersi chi è realmente una persona? È possibile trovare in un diario una risposta a questa domanda, una risposta sincera?
Il Diario di una scrittrice è la prima versione pubblicata dei molti diari della Woolf. Dopo la morte della moglie, lo stesso Leonard curò l’edizione del volume concentrandosi soprattutto sulla figura della Woolf scrittrice. Leonard ebbe sempre un atteggiamento teneramente protettivo nei confronti di Virginia, anche dopo morta, e infatti decise di eliminare tutte le osservazioni più caustiche e ironiche. Ciononostante il libro rivela al lettore una miniera di particolari sulla Woolf, anche come persona. In realtà questo volume si potrebbe considerare uno dei primi veri studi sulla figura dell’artista impegnato, anticipando quella che alla fine del Novecento sarebbe poi diventata un’ossessione: è un’esplorazione dell’artista alle prese con la celebrità e la sua stessa personalità, una riflessione sull’incontro del mondo esterno con quello interiore e sul fatto che l’arte, cosa di cui la Woolf era profondamente convinta, implichi sempre la soppressione o l’annullamento della personalità.
Il libro copre la sua vita dai trentasei ai cinquantanove anni, cioè gli anni della fama, gli anni in cui lei e suo marito Leonard gestivano la Hogarth Press, una casa editrice di successo che pubblicò scrittori importanti quali Katherine Mansfield, T.S. Eliot e la stessa Woolf, diventando così uno dei punti cardine del modernismo. Questo libro è in pratica la trascrizione della vita stessa, in tutto il suo splendore e in tutti i suoi sentimenti a volte diametralmente opposti, racchiusi in una persona sola.
Ora la Woolf dice di essersi sporcata la bocca d’inchiostro perché stava mordicchiando distrattamente la penna e un momento dopo descrive «lo splendore di questa impresa – la vita: la capacità di morire: un’immensità mi circonda». Ora è superba, tutta esaltata e felice di essere apprezzata dagli altri, e un attimo dopo è talmente insicura di sé che visualizza il manoscritto del suo ultimo romanzo come il corpo di un gatto morto e l’unica cosa che vorrebbe fare è bruciarlo. Ora si sente troppo male e non riesce a fare nulla: «Questo è un giorno in cui non posso camminare e non devo lavorare». E un attimo dopo la vediamo che passeggia, o meglio che immagina di farlo. «Cosa non darei adesso per venire fuori dal bosco di Firle, sporca e accaldata, col naso puntato verso casa, con tutti i muscoli indolenziti e il cervello impregnato di lavanda, lucida e fresca e pronta ad affrontare il compito del giorno dopo. Niente mi sfuggirebbe – mi verrebbe subito la frase giusta, quella che calza a pennello [...] Oh, meno male! Scrivendo sono riuscita a sfogare metà del mio nervosismo». Il diario è un luogo dove può imbrigliare la sua immaginazione per farla andare dove vuole.
Come scrittrice la Woolf è sempre consapevole dell’estrema duttilità di questa «vecchia confidente dal volto gentile e inespressivo». È severa con se stessa, si ricorda costantemente cos’è che vuole fare con la scrittura e tiene la sua persona, per molti versi, lontana o fuori dai suoi romanzi. «Scrivo così anche per sfuggire alla fatica di raccontare».
Nel diario ha la possibilità di inventare un’altra se stessa, e può così rivolgersi a una se stessa del futuro, al di là del momento presente, fuori dal «solito, estenuante vortice dello scrivere in lotta col tempo». Nel diario può immaginare una Virginia più vecchia e molto più saggia, che è sopravvissuta ed è riuscita a superare con estrema classe tutti gli inutili problemi che affliggono la Virginia più giovane. «Perfino la vecchia Virginia salterà a piè pari un bel po’ di tutto questo».

Ma la cosa più evidente è che lei spesso e volentieri usa il diario per portare se stessa da una posizione di positività a una di negatività e viceversa. In realtà il suo diario è una sorta di sforzo di autopersuasione durato una vita intera. Leggendolo scopriamo le paure sommerse della Woolf per le cose più disparate: dal timore di fare brutte figure alle questioni molto più serie riguardanti la sopravvivenza. Ogni volta che si trova ad affrontare una sfida, qualsiasi sia l’abisso che si trova davanti in quel momento – la malattia o una recensione negativa o problemi di scrittura – la Woolf si incoraggia da sola a cercare di fare il meglio. «E se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi, senza dubbio; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino».
Si rimprovera da sola, esige sincerità da se stessa e usa il diario per darsi dei punti di riferimento saldi quando sta male o ha molto da fare. E quando mai non ha avuto molto da fare? Leggendo il diario ci rendiamo conto dell’intensità del suo lavoro. Nel diario si lascia andare, cosa che di solito non fa, e affronta la scrittura in modo diverso: con impeto, senza metodo, scrive le cose che le saltano in testa, così come le vengono. «Se io mi fermassi a pensarci sopra, [questo diario] non verrebbe mai scritto; e il vantaggio di questo metodo è di cogliere al volo accidentalmente materiali diversi e dispersi, che scarterei se esitassi, ma che sono i diamanti tra la spazzatura». Un’annotazione di dieci minuti può rivelare una profondità e un’acutezza sorprendenti. Prendiamo per esempio l’annotazione del 18 dicembre 1939: la Woolf butta giù qualche riga in fretta e furia prima di cena e ci fornisce una profezia di quello che si potrebbe definire l’atteggiamento del ventesimo e del ventunesimo secolo nei confronti della guerra in genere. «Oh, la Graf Spee salpa oggi da Montevideo, dritta nelle fauci della morte. E i giornalisti e i ricchi affittano aeroplani per godersi lo spettacolo. Questo mi sembra che sposti la guerra in una nuova angolazione; e anche la nostra psicologia».

La Woolf amava le proprietà «inconscie» che venivano alla luce scrivendo il diario e per lei avevano qualcosa a che fare con quella che definiva la sua filosofia dell’anonimato. Paradossalmente, il diario le permette di «esercitare l’anonimato». Paradossalmente il diario è un importantissimo mezzo espressivo che le consente di liberarsi della sua personalità. «Vorrei essere soltanto una sensibilità», dice. Ma chi può essere pura sensibilità e basta? E intanto il mondo fa il suo corso. La prima guerra mondiale finisce e la gente si ubriaca e canta per le strade. Madame Lenglen perde una partita a tennis. In Europa fa la sua comparsa il fascismo. Una delle cose più importanti custodite nel Diario di una scrittrice è una versione molto vera, molto fisica di Virginia Woolf, la persona vivente che è parte del suo tempo, che lo guarda e lo giudica. Era un tempo di cambiamenti epocali. Virginia ci descrive uno di questi cambiamenti con grande perspicacia e stupore quando visita il vecchio Thomas Hardy che con un semplice gesto della mano liquida tutte le questioni estetiche che sono alla base della scrittura della Woolf e non fa altro che parlare, come anche sua moglie e con grande disappunto di Virginia, del suo vecchio cane asmatico. «Proprio il classico vecchio vittoriano, che tutto compie con un semplice gesto della mano (mani normali, piccoline, accartocciate), che non dà grande importanza alla letteratura ma mostra un enorme interesse per gli aneddoti, i fatti; e in qualche modo si è portati a pensare che tenda a immaginare e a creare naturalmente, senza soffermarsi a pensare che sia qualcosa di difficile o di notevole».
Chi altri se non la Woolf potrebbe schivare un cliché uscito dalla sua stessa penna, «un semplice gesto della mano», passando subito a descrivere le mani di Hardy? Chi altri potrebbe sentire la presenza di E.M. Forster a un livello così acutamente fisico e politico? «Ci siamo scambiati una stretta di mano molto cordiale; eppure ho sempre l’impressione che lui si ritragga un po’ davanti a me, perché sono una donna, una donna intelligente, una donna al passo coi tempi». Anche il suo rapporto di amore e odio nei confronti di Katherine Mansfield si esprime in termini fisici: «La sua dura compostezza è in gran parte di superficie». Eliot la lascia indifferente. George Bernard Shaw è «molto cordiale. È la sua arte, questa, di dare l’impressione che gli si è simpatici».
Questa attenzione alla fisicità rende molto vive le descrizioni che la Woolf fa dei suoi colleghi scrittori, morti o viventi che siano. Si può dire che il suo rapporto con la scrittura sia principalmente fisico. Il suo spirito acuto è anch’esso una forma di vitalità e il suo intelligente senso dell’umorismo è una lama a doppio taglio. «Dov’è il mio tagliacarte? Devo tagliare lord Byron».
Riesce a tradurre la sua interessante e feroce rivalità con ­James Joyce in termini di contrasto sociale: ancora una volta punta l’attenzione su questioni di personalità, di modi di fare, e finisce per domandarsi se l’autorità dell’io sia reale o meno. Ma dal diario emerge anche uno spirito critico estremamente generoso: la Woolf all’interno dello stesso paragrafo riesce a portarsi da sola da una posizione di chiusura a una di apertura; camminando in giro per Londra, in una via del ventesimo secolo, riesce vedere la Londra di duecento anni prima, la Londra di Defoe. Esprime le sue opinioni sugli altri scrittori con un’immediatezza e una vivacità incantevoli. «Il magistrale Scott mi tiene ancora una volta per i capelli».

Chi era Virginia Woolf? Una donna molto spiritosa. Le piaceva la vita frenetica delle città. Aveva idee politiche contraddittorie. Era onesta con se stessa, spesso quasi spietata. Era profondamente insicura; la sua creatività sembra essere alimentata da un misto di sfiducia e autostima. Era spesso molto malata. E la sua malattia è parte della creatività tanto quanto il suo atteggiamento calvinista nei confronti del lavoro. Era una specie di ribelle: rifiutava l’«impostura» delle «onorificenze» accademiche: «No, grazie al cielo non ho nessun bisogno di riemergere dal mio romanzo a luglio per farmi mettere in testa un tocco di pelliccia». Sapeva di essere «poliedrica». Ma il dono maggiore di questo diario per i lettori di Virginia Woolf è quello di avere la possibilità di vedere da vicino, dettagliatamente, il processo della sua scrittura in uno stato ancora embrionale, nel momento in cui l’autrice deve sopportare la «pressione» dei libri che aspettano di essere scritti, la pressione della scrittura e poi la pressione derivante dall’attesa della risposta del pubblico per poi rompere lo stampo che ha creato per il romanzo che ha appena finito in modo da crearne uno nuovo per il seguente.
«Di quando in quando, sono ossessionata da una vita di donna quasi mistica, molto profonda, che vorrei narrare tutta in una sola occasione; e il tempo sarà del tutto cancellato; il futuro fiorirà in qualche modo dal passato. Un solo avvenimento – diciamo il cadere di un fiore – potrebbe racchiudere il tutto». Nel diario si nota continuamente la predilezione per le immagini riguardanti la natura, l’acuta consapevolezza dell’assenza di consapevolezza della natura. Ma quando in un’annotazione dell’ottobre 1940 una delle sue immagini preferite, quella della falena, si trasforma in un Messer­schmidt schiantato al suolo, anche la fede della Woolf nella sopravvivenza viene messa a dura prova.
È straordinario poter leggere cose riguardanti la seconda guerra mondiale scritte da una persona che non ha avuto modo di vederne la fine, e che proprio per questo è estremamente vulnerabile e ce la presenta come un’incognita spaventosa. «L. dice che in garage ha della benzina per suicidarsi». Leonard Woolf era ebreo e sia lui che la moglie sapevano che se i nazisti avessero invaso l’Inghilterra loro sarebbero stati arrestati, con ogni probabilità. Ogni giorno ormai pensavano che forse era il caso di «andare a letto a mezzogiorno»; le condizioni di salute di lei peggioravano, come anche i suoi impulsi suicidi. Virginia Woolf faceva fatica a continuare a credere nel potere della sopravvivenza.
Gli ultimi straordinari giorni del periodo dal 1940 al 1941, il suo ultimo anno di vita, di cui troviamo testimonianza nel Diario di una scrittrice, ci rivelano il suo spirito tormentato, disperato con un’intensità quasi insopportabile. E nonostante tutto, fino alla fine, la Woolf si occupa del rapporto tra le parole e la realtà, sempre portando avanti questo processo di autopersuasione. Chi era Virginia Woolf? Quasi paradossalmente, le ultime pagine ci rivelano un coraggio di proporzioni monumentali. Più ci avviciniamo alla fine del Diario di una scrittrice, più diventa intollerabile il pensiero che questa persona sta per morire. E ciò dimostra ancora una volta che la vita e l’arte della Woolf erano attuali all’epoca e sono attuali ancora oggi. Oltre sessant’anni dopo le ultime annotazioni, questo diario è ancora vivo e ci spinge a riflettere.

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