26 ottobre 2014

IL SALE DELLA TERRA VISTO DA M. L. MORO








                                IL SALE DELLA TERRA                        Sebastião Salgado nel film di Wim Wenders

"Fotografia è una parola che viene dal greco: luce (φῶς | phôs) e grafia (γραφή), quindi un fotografo è letteralmente un uomo che disegna con la luce".
Così esordisce Salgado nelle prime immagini del lungo racconto/documentario realizzato su di lui da Wim Wenders e dal figlio stesso del fotografo brasiliano, Juliano Ribeiro.
La potenza stupefacente degli scatti che scorrono nel filmato e l'intensità emotiva dei reportage, rendono visibile tutta la bellezza paradisiaca della natura, insieme all'infernale crudeltà dell'uomo nel distruggerla, con un realismo indescrivibile.
Quel che più colpisce in Sebastião Salgado nel raccontarsi di fronte alla cinepresa è il suo sguardo, che rivela una personalità calma, tenace, generosa, che non ne fa soltanto uno dei più grandi fotografi viventi, ma anche e soprattutto un antropologo, uno scienziato, un autentico rivoluzionario: certamente anche senza la fotografia avrebbe comunque svolto il suo lavoro con passione e impegno, portando ugualmente allo scoperto realtà sconvolgenti - con la sua preparazione e cultura-- nelle quali si è sempre calato completamente, sacrificando la maggior parte degli anni della sua vita, in condizioni precarie, lontano dalla famiglia e dalla sua terra d'origine.
Salgado, infatti, per dedicarsi alla sua "missione" di reporter ha rinunciato ad una brillante carriera di economista in Europa, alla quale aveva contribuito con grandi sacrifici suo padre, saggio contadino e proprietario terriero. Fondamentale è stata inoltre la presenza costante di una donna eccezionale, la moglie Lélia Wanick, architetto, conosciuta durante gli studi universitari, da sempre al suo fianco e artefice e compagna di ogni grande progetto, con la quale ha attuato le sue scelte fin dalla primissima gioventù, avventurandosi per il mondo in un'impresa ardita, ma sempre articolata, il cui percorso è diventato per entrambi progetto stesso di vita.
Sebastião inizia il suo lungo "disegno di luce" con la missione di studi economici in Africa nel 1973, da cui torna con un reportage sulla siccità del Sahel, che gli fa invece decidere di cambiar rotta e diventare fotografo, poi ne realizza un altro sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa, che lo rende famoso e lo fa entrare nell'agenzia Sygma, per la quale documenta la rivoluzione inPortogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell'agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos, che lascerà nel1994 per creare, insieme a Lelia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Seguono molti altri progetti, come quello in America latina sulla vita delle campagne, che dà vita al libro Other Americas. Dopo altri anni nel 1993 esce La mano dell'uomo, una pubblicazione monumentale tradotta in sette lingue e diventata anche mostra itinerante in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.
Dal 1993 al 1999 Salgado ha lavorato alla descrizione delle migrazioni umane, raccolto nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima, edite in Italia da Contrasto. Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno economico e ha contribuito con le sue fotografie alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata di estinzione del mondo. Dello stesso anno il volume e la mostra itinerante Genesi, 245 fotografie in bianco e nero, frutto di otto anni di lavoro nei luoghi più sperduti del pianeta ed in particolare Africa, Amazzonia e Circolo Polare Artico, che evidenzia l'intenzione, da parte di Salgado, di rappresentare il tratto antropologico dei volti e dei paesaggi immortalati, nella sua più importante e specifica missione di fotografo "sociale".
Dopo aver toccato tanti abissi della fatica e del dolore però, l'epilogo di questi quarant'anni di esperienza - che è anche quello del documentario di Wenders - ci restituisce la dimensione del sorprendente riscatto della natura e dell' umana concreta speranza di una sua rinascita nell'ultima scelta di vita (in ordine di tempo) del fotografo, che cerca e ritrova pace interiore e senso nell'esistenza. Per iniziativa di Lélia, e con lei e Juliano, si dedica a far rinascere in Brasile la grande estensione terriera di suo padre, distrutta dalla siccità, con intenso e costante lavoro di anni, riuscendo a reimpiantare e far moltiplicare migliaia di esemplari di piante pluviali in un ambiente ostile e difficile, fino a renderlo nuovamente un'oasi lussureggiante di boschi e persino di nuove fonti d'acqua. E queste sono appunto le ultime immagini di ciclo ideale, che chiudono il film.
Del regista Wim Wenders sono indelebili molte prove d'autore, in cui si è cimentato in questa sua personalissima e sontuosa forma delfilm/documentario con varie arti (come la musica in "Buena Vista Social Club" e la danza in "Pina". Ma, come egli stesso ha detto durante un'intervista rilasciata in questi ultimi giorni alla Festa del Cinema di Roma, per quanto riguarda l' amica scomparsa, Pina Bausch, e Sebastião Salgado “si tratta di esseri umani eccezionali, di fronte ai quali è stato necessario per me sia come regista che come uomo fare un passo indietro, lasciando lo spazio necessario allo spettatore per accedere più vicino possibile al protagonista. In un certo senso il passo indietro è importante effettuarlo anche nei film di finzione, ma nel documentario – e in particolare in questa tipologia di testimonianza – io non posso né devo interferire nel dialogo tra l’Artista che metto in luce e il suo pubblico. In altre parole, non posso interrompere la straordinaria esperienza di empatia, sofferenza e compassione che questi esseri straordinari hanno da trasmettere”.


Maria Ludovica Moro, il 24 ottobre 2014

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