25 aprile 2015

FEUDALESIMO IN SALSA DIGITALE





Liberazione è per noi prima di tutto liberazione del lavoro alienato. Ma cosa sarà il lavoro in un futuro ormai prossimo dominato dalla “rivoluzione del silicio"? Due libri, da poco in libreria, propongono scenari totalmente antitetici. Il saggio «La nuova rivoluzione delle macchine» (Feltrinelli) annuncia l’avvento di un Eden in Terra. Nel pamphlet di Andrew Keen (Egea) il futuro vedrà invece un mondo di feroci disuguaglianze sociali.

Benedetto Vecchi

Internet è un feudalesimo in salsa digitale
Le strade dell’inferno sono lastri­cate di buone inten­zioni. Così recita un vec­chio ada­gio popo­lare. È que­sto il sen­ti­mento, quasi un riflesso pavlo­viano che suscita la let­tura di due libri che affron­tano gli effetti col­la­te­rali della cosid­detta rivo­lu­zione del sili­cio.
Due volumi che emer­gono da due cen­tri nevral­gici dell’innovazione tec­no­lo­gica, il Mas­sa­chus­sets Insti­tute of Tech­no­logy (Mit) e la Sili­con Val­ley. Attorno al pre­sti­gioso ate­neo di Boston si è svi­lup­pato un distretto di ricerca indi­cato come un esem­pio vir­tuoso dell’impulso che ogni uni­ver­sità dovrebbe dare alla pro­du­zione di manu­fatti tec­no­lo­gici inno­va­tivi. Il Mit, tut­ta­via, si è con­trad­di­stinto anche per essere il cam­pus che ha per­se­guito con deter­mi­na­zione l’analisi degli effetti sociali e poli­tici della per­va­si­vità delle tec­no­lo­gie digi­tali.
È in que­sto con­te­sto che ha preso forma La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine di Eric Bry­n­jol­fs­son e Andrew McA­fee (Fel­tri­nelli, pp. 316, euro 22), volume che, come recita il titolo, evi­den­zia una pro­pen­sione a un deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico che asse­gna alle mac­chine un indi­scu­ti­bile potere sal­vi­fico nel risol­vere i pro­blemi delle società con­tem­po­ra­nee. Il secondo libro, invece, è di Andrew Keen, qua­li­fi­cato come un guru della Rete che, dopo averne magni­fi­cato le poten­zia­lità demo­cra­ti­che ed egua­li­ta­rie, ne è diven­tato un fusti­ga­tore, arri­vando a soste­nere la tesi che il web ha favo­rito lo svi­luppo di una società neo­feu­dale, dove una ristretta oli­gar­chia fa raz­zia della ric­chezza pro­dotta den­tro e fuori Inter­net.
Il lapi­da­rio titolo – Inter­net non è la rispo­sta, Egea edi­zioni, pp. 224, euro 24 – segna una distanza side­rale di que­sto sag­gio da altri libri che invece pro­pon­gono la Rete come una sorta di Eden che attende solo di essere esplo­rato da intra­pren­denti e spre­giu­di­cati gio­vani desi­de­rosi di diven­tare miliar­dari con una buona idea su come sfrut­tare eco­no­mi­ca­mente «l’intelligenza col­let­tiva» pre­sente nel cyberspazio.
I vou­cher dei perdenti
La Rete, più che un Eden, è nel libro di Keen la rap­pre­sen­ta­zione di una disto­pia dove la mag­gio­ranza dell’umanità è ridotta a una folla impo­ve­rita che, con dispe­rata tena­cia, tenta di non tra­sfor­marsi in uno scarto umano da sacri­fi­care in nome del pro­gresso.
Ma è pro­prio in nome del pro­gresso che Bry­n­jol­fs­son e McA­fee indi­vi­duano invece nel «digi­tale» una chance per la costru­zione di una società dell’abbondanza. Ci sono sì dei pro­blemi con­tin­genti — la disoc­cu­pa­zione, l’inquinamento ambien­tale, le dise­gua­glianze sociali — ma per gestirli basta che lo Stato dia corso ad alcune misure di poli­tica eco­no­mica: una buona for­ma­zione sco­la­stica per tutti e un red­dito di cit­ta­di­nanza che ha, secondo gli autori, una antica tra­di­zione nel pen­siero poli­tico sta­tu­ni­tense.
A que­sto pro­po­sito, con una astuta scelta bipar­ti­san, l’autore cita l’economista neo­li­be­ri­sta Mil­ton Fried­man e il pro­getto di lotta alla povertà del pre­si­dente demo­cra­tico Lyn­don John­son, l’economista libe­ral Paul Krug­man e i think thank a favore del libero mer­cato, anche se il red­dito di cit­ta­di­nanza deve assu­mere la forma giu­ri­dica e fiscale del diritto di impo­sta nega­tiva o di vou­cher che i «per­denti» pos­sono usare per pagare le cure medi­che o le tasse sco­la­sti­che dei pro­pri figli: una forma, cioè, che non dispia­ce­rebbe al grande vec­chio del neo­li­be­ri­smo, quel Frie­drich von Hayek che aleg­gia come un indi­ci­bile santo pro­tet­tore della rivo­lu­zione delle nuove mac­chine.
Il libro dei due eco­no­mi­sti del Mit ha però il pre­gio di pre­sen­tare un qua­dro rea­li­stico della posta in gioco. Le mac­chine infor­ma­ti­che rap­pre­sen­tano una inno­va­zione per­ché ripro­du­cono pro­cessi cogni­tivi con­si­de­rati pre­ro­ga­tiva dei soli ani­mali umani. Non solo sanno risol­vere com­plesse equa­zioni mate­ma­ti­che in maniera più veloce degli umani, ma ade­gua­ta­mente pro­gram­mati pos­sono for­nire dia­gnosi medi­che, scri­vere un discreto romanzo, rico­no­scere gli oggetti. Ogni volta che la legge di Moore «trova» con­ferma, le mac­chine digi­tali incor­rono tut­ta­via nel para­dosso di Mora­vec: una mac­china non sem­pre rie­sce a svol­gere cose sem­plici come muo­versi in un ambiente dina­mico e can­giante (un’autostrada, un magaz­zino, una città, un deserto).
Gor­don Moore è stato uno dei fon­da­tore di Intel, la cor­po­ra­tion glo­bale nella pro­du­zione di micro­pro­ces­sori. Ma è noto anche per la tesi in base alla quale la potenza di cal­colo di un micro­pro­ces­sore cre­sce­rebbe al pari della sua minia­tu­riz­za­zione e alla ridu­zione dei costi di pro­du­zione. In molti hanno con­te­stato tale tesi, ma le con­ferme sulla cre­scita espo­nen­ziale della potenza di cal­colo delle mac­chine sono state di gran lunga supe­riori alle smen­tite. I limiti fisici – il sili­cio, la minia­tu­riz­za­zione – sem­brano essere pros­simi, ma le mac­chine hanno una potenza di cal­colo cre­sciuta espo­nen­zial­mente. Que­sto, però, non ha potuto evi­tare quel che l’ingegnere Hans Mora­vec ha scritto in un for­tu­nato pam­phlet degli anni Ottanta del Nove­cento, quando ha soste­nuto un para­dosso: la dif­fi­coltà delle mac­chine di fare cose sem­plici per gli umani, come rea­gire tem­pe­sti­va­mente a un pic­colo imprevisto.
Il para­dosso di Moravec
Gli scritti di Mora­vec sono anno­ve­rati come una prova dell’impossibilità di una intel­li­genza arti­fi­ciale, ma è indub­bio che aveva colto nel segno quando aveva affer­mato che l’innovazione tec­no­lo­gica sarebbe stata espo­nen­ziale, digi­tale e com­bi­na­to­ria. È su que­sto cri­nale che La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine dà il meglio di sé.
I due autori segna­lano che le mac­chine infor­ma­ti­che hanno rag­giunto l’attuale potenza di cal­colo in soli 50 anni (se pren­diamo il 1973 come data del primo micro­pro­ces­sore): un periodo di tempo risi­bile rispetto alla sto­ria dell’umanità. Che sia di tipo digi­tale inu­tile pure ricor­darlo. Che sia com­bi­na­to­ria, invece, va un po’ spie­gato.
Per lo svi­luppo delle mac­chine e del soft­ware sono state messe in campo disci­pline del sapere ete­ro­ge­nee tra loro. La fisica, la mate­ma­tica e la chi­mica, sicu­ra­mente, ma anche la bio­lo­gia, la filo­so­fia, la lin­gui­stica (non ci sareb­bero i com­pu­ter senza la gram­ma­tica gene­ra­tiva di Noam Chom­sky), la neu­ro­lo­gia, la psi­co­lo­gia, la teo­ria dei grafi e via elen­cando. Non poteva man­care nep­pure la socio­lo­gia, che è inter­ve­nuta per spie­gare alcune dina­mi­che col­let­tive che hanno costi­tuito un impulso all’innovazione nella pro­du­zione del soft­ware, come ad esem­pio le tesi sul capi­tale e le reti sociali di Robert Put­nam e Mark Gra­no­vet­ter.
Da qui l’affermazione che i cen­tri dell’innovazione non sono da cer­care solo nelle uni­ver­sità e nei cen­tri di ricerca, ma anche nelle rela­zioni sociali. La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine ha dun­que come copro­ta­go­ni­sta l’intelligenza col­let­tiva. Certo, l’Eden che secondo i due autori è in via di costru­zione ha come effetti col­la­te­rali la disoc­cu­pa­zione cre­scente, l’inquinamento, le dise­gua­glianze sociali: per risol­verli serve lo Stato. Con buona pace dei libe­ri­sti radi­cali.
Chi invece avverte che più di un Eden stiamo scen­dendo negli inferi di un nuovo e feroce feu­da­le­simo è Andrew Keen. Di ori­gine inglese (è cre­sciuto a Soho), nipote di un diri­gente del par­tito comu­ni­sta inglese, ha respi­rato l’aria della swin­ging Lon­don, ha ascol­tato il rock arrab­biato degli anni Set­tanta, ha vis­suto la «rivo­lu­zione ses­suale» prima di tra­sfe­rirsi negli Stati Uniti, dove ha lavo­rato come pub­bli­ci­ta­rio per molti anni prima di dare vita a una impresa, fal­lita mise­ra­mente nel primo tonfo della net-economy nel 2001. Ha vis­suto per anni nella Sili­con Val­ley. Ha visto gio­vani lasciare l’università per lan­ciarsi nella grande corsa alla colo­niz­za­zione capi­ta­li­stica del web. Ha cre­duto, come molti, che Inter­net fosse il luogo dove potesse sor­gere una eco­no­mia che con­sen­tisse la distri­bu­zione della ric­chezza e dove le insop­por­ta­bili gerar­chie sociali del capi­ta­li­smo potes­sero essere supe­rate, senza che que­sto mor­ti­fi­casse la crea­ti­vità indi­vi­duale.
    Rochester. Sede centrale Kodak
Un inge­nuo uto­pi­sta sicu­ra­mente, che si è sve­gliato, sco­prendo che quel che imma­gi­nava più che un sogno era un incubo. Il libro ha alcuni capi­toli dedi­cati alla cit­ta­dina di Roche­ster, sto­rica sede della Kodak. Una città indu­striale fio­rente di cen­tri di ricer­che, una classe ope­raia e un ceto medio for­te­mente sin­da­ca­liz­zati fino agli anni Ottanta, quando il digi­tale arriva nel set­tore foto­gra­fico. Roche­ster è così diven­tata in un sof­fio d’anni la città con la più alta per­cen­tuale di omi­cidi rispetto la popo­la­zione, men­tre interi quar­tieri si sono tra­sfor­mati in «cit­ta­delle fan­ta­sma».
In paral­lelo al declino della Kodak, Keen rac­conta l’ascesa del fon­da­tore di Insta­gram, un infor­ma­tico con vel­leità con­tro­cul­tu­rali che durante una vacanza in una comune hip­pie soprav­vis­suta al lungo inverno neo­li­be­ri­sta, scelta per­ché garan­tiva vacanze low-cost nel mare azzurro del Mes­sico, ha l’idea di una appli­ca­zione per con­sen­tire di cari­care e con­di­vi­dere le foto digi­tali. Appli­ca­zione distri­buita gra­tui­ta­mente, men­tre i ser­ver di Insta­gram si riem­pi­vano di file digi­tali e account indi­vi­duali: dopo due anni, con poco più di quin­dici dipen­denti, la società del nerd «alter­na­tivo» è ven­duta a dieci miliardi di dol­lari senza avere fatto un cen­te­simo di incassi.
Il gio­vane è diven­tato ormai parte della oli­gar­chia che domina l’economia sta­tu­ni­tense, avverte Keen. La sua appli­ca­zione è stata a tutti gli effetti una kil­ler app, in linea con la logica che muove l’attuale eco­no­mia capi­ta­li­stica: chi vince prende tutto. Il gio­vane fon­da­tore di Insta­gram è diven­tato sì un miliar­da­rio, ma chi ha fatto il colpo grosso è stata Face­book, che ha acqui­stato la società e i suoi oltre tre­cento milioni di utenti, aggiun­gen­doli al big data (oltre un miliardo, gli utenti del social net­work) che Mark Zuc­ke­berg aveva accu­mu­lato fino ad allora.
Non ci sono cor­po­ra­tion, impren­di­tori e capi­ta­li­sti di ven­tura che l’autore rispar­mia. Goo­gle è la società sim­bolo della capa­cità di ridurre a merce i dati per­so­nali; lo stesso vale per Face­book, Wha­tsApp, Insta­gram, Apple e via nomi­nando. La visione della società che emerge è quella, appunto, di un feu­da­le­simo con pochi ric­chi e tanti uomini e donne ridotti in povertà. Inol­tre, spiega Keen, sono tutte imprese che danno lavoro a poche migliaia di per­sone, men­tre man­dano sul lastrico milioni di dipen­denti di altre imprese.
    Andamento dell'occupazione alla Kodak  1982-2010
L’inganno della condivisione
Denunce che sono raf­for­zate dall’analisi sulla sha­ring eco­nomy. La cosid­detta eco­no­mia della con­di­vi­sione si basa sulla gra­tuità dei ser­vizi pro­po­ste da alcune imprese. È la tra­du­zione capi­ta­li­sta dell’economia del dono. Non solo i dati per­so­nali sono usati dalle imprese per ven­derli o per rac­co­gliere pub­bli­cità, ma diven­tano pro­prietà dell’impresa. E se per molti que­sto è il prezzo da pagare per stare con­nessi, per l’autore siamo di fronte a una forma di sfrut­ta­mento che equi­para le società con­tem­po­ra­nee alle più hard realtà feu­dali del pas­sato.
Quel che però emerge è la ten­denza a una stri­sciante seces­sione dei nuovi oli­gar­chi dalla società e a uno svuo­ta­mento della demo­cra­zia. Al di là del les­sico usato da tutti gli autori, buono più per una rap­pre­sen­ta­zione teo­lo­gica della realtà che non a una sua ana­lisi cri­tica, que­sti due volumi con­sen­tono, ognuno a par­tire da uno spe­ci­fico tema, di sgom­be­rare il campo dagli equi­voci – la Rete come regno della libertà – dira­dare la neb­bia dell’ideologia e defi­nire la tas­so­no­mia dei con­flitti in corso.
La pri­vacy come diritto uni­ver­sale; la riap­pro­pria­zione dell’intelligenza col­let­tiva espro­priata dalle imprese. La lotta con­tro la povertà intesa come con­flitto il domi­nio delle cor­po­ra­tion sulla vita sociale e indi­vi­duale. Non la solu­zione dei pro­blemi, ma sono libri che for­ni­scono gli ele­menti per un agenda poli­tica che affermi l’autonomia della coo­pe­ra­zione sociale produttiva.

Il manifesto – 25 aprile 2015

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