27 aprile 2015

STUDI SUL POPULISMO ODIERNO



Francesco Marchianò

La metafisica del popolo sovrano
Il suc­cesso che molti par­titi di pro­te­sta hanno otte­nuto nelle ele­zioni euro­pee dello scorso mag­gio ha riac­ceso i riflet­tori sul popu­li­smo, un feno­meno in realtà pre­sente da molti anni nel con­ti­nente euro­peo che appare tut­ta­via sem­pre più con­so­li­darsi nelle demo­cra­zie avanzate.
Il ter­mine popu­li­smo, si sa, non gode di ottima fama, sia per­ché è uti­liz­zato spesso in ter­mini pole­mici e non descrit­tivi, e sia per­ché molto varia è stata la con­cet­tua­liz­za­zione che ne hanno dato gli spe­cia­li­sti i quali hanno con­tri­buito alla for­tuna della dia­gnosi che nel 1967, durante il primo ten­ta­tivo fatto per defi­nire il popu­li­smo, fece Isa­iah Ber­lin.
Secondo il filo­sofo libe­rale, il popu­li­smo sof­friva del «com­plesso di Cene­ren­tola»: esi­steva, cioè, una scarpa, ossia la defi­ni­zione del popu­li­smo, ma non un piede al quale cal­zasse a pen­nello. Per que­sta ragione, il ricer­ca­tore, con­ti­nuava a vagare come un prin­cipe azzurro in cerca della sua amata. Da allora i con­tri­buti si sono mol­ti­pli­cati così come il numero di coloro che hanno enfa­tiz­zato i con­torni troppo incerti del popu­li­smo.

Di diverso orien­ta­mento è Marco Tar­chi, ordi­na­rio di Scienza poli­tica all’università di Firenze, rite­nuto per molti anni il teo­rico per eccel­lenza della «nuova destra» che da anni spiega come sia pos­si­bile per le scienze sociale libe­rarsi di que­sto com­plesso. L’ultimo sforzo com­piuto in que­sta dire­zione è dato dalla pub­bli­ca­zione deL’Italia popu­li­sta. Dal Qua­lun­qui­smo a Beppe Grillo (Il Mulino, 2015, pp. 394, Euro 20), una ver­sione ampliata e pra­ti­ca­mente riscritta di un testo che apparve per la prima volta nel 2003.
Un pro­blema di mentalità
L’autore parte dal pre­sup­po­sto che esi­stano ormai tutti gli ele­menti per giun­gere a una defi­ni­zione gene­rale del popu­li­smo cui per­viene rifiu­tando di sta­bi­lire se esso sia un’ideologia o sem­pli­ce­mente uno stile poli­tico. Per il poli­to­logo, la for­mula migliore da uti­liz­zare è quella di «men­ta­lità carat­te­ri­stica», un’espressione intro­dotta da Theo­dor Gei­ger e meglio ado­pe­rata da Juan Linz che la distin­gue pro­prio dall’ideologia per il suo forte carat­tere emo­tivo più che razio­nale, per essere informe, flut­tuante, gene­rica, per coin­ci­dere più con un atteg­gia­mento intel­let­tuale che non con un con­te­nuto.
Il popu­li­smo, per­ciò, è per Tar­chi una men­ta­lità che vede il popolo come un insieme orga­nico, unito da un’etica innata, non diviso da con­flitti di alcun tipo al suo interno, al quale vi si con­trap­pongo i suoi nemici che sono i poli­tici di pro­fes­sione, i tec­no­crati, le élite eco­no­mi­che e quelle intel­let­tuali che tra­di­scono quo­ti­dia­na­mente la volontà popolare.
Que­sta men­ta­lità si con­cre­tizza con l’utilizzo di un appello diretto al popolo, a opera spesso di lea­der dotati di forte per­so­na­lità, con una visione anti-establishment e con un’insofferenza verso i mec­ca­ni­smi di media­zione e di rap­pre­sen­tanza, giu­di­cati come osta­coli alla vera sovra­nità popo­lare. Il popu­li­smo con­di­vide, inol­tre, molti ele­menti tipici dell’estrema destra dalla quale, tut­ta­via, l’autore sug­ge­ri­sce di distin­guerlo per com­pren­dere meglio entrambi i feno­meni.

La rico­gni­zione sull’Italia comin­cia con un caso para­dig­ma­tico: il «Fronte dell’Uomo qua­lun­que». Il movi­mento di Gian­nini, nell’immediato dopo­guerra rac­co­glie le ansie di quell’Italia non anti­fa­sci­sta, con­fusa dal cam­bio di regime, timo­rosa di per­dere i pic­coli pri­vi­legi che aveva man­te­nuto nel corso del ven­ten­nio e per­ciò cri­tica nei con­fronti dei par­titi poli­tici, del par­la­mento, della Repub­blica. Per alcuni anni, al grido di «abbasso tutti!», l’«Uomo qua­lun­que» riscuo­terà un certo suc­cesso fino a quando, chiusi i rubi­netti della Con­fin­du­stria, che ne aveva finan­ziato l’epopea, scom­pa­rirà dalla scena politica.
Quel che non scom­pare, secondo Tar­chi, è invece il poten­ziale popu­li­sta che resta a covare come brace sotto la cenere. La forte ideo­lo­giz­za­zione dello scon­tro poli­tico, la Guerra fredda, la grande azione dei par­titi di massa, con­ten­gono le esplo­sioni del popu­li­smo che si mani­fe­sta solo con spo­ra­di­che ecce­zioni come nel caso di Achille Lauro a Napoli.
Il gia­co­bi­ni­smo giudiziario
Quando, però, il sistema poli­tico comin­cia a scric­chio­lare, ecco che il popu­li­smo ricom­pare, prima con l’attacco alla par­ti­to­cra­zia lan­ciato da Marco Pan­nella e dai radi­cali e poi, nel 1992, con Tan­gen­to­poli quando crolla la repub­blica dei par­titi. È in que­sta fase, infatti, che le decli­na­zioni del popu­li­smo diven­tano pre­va­lenti inne­stan­dosi su una nar­ra­zione nella quale alla poli­tica cor­rotta, diso­ne­sta e inef­fi­ca­cie, viene con­trap­po­sta la società civile one­sta, ope­rosa, pro­dut­tiva, eti­ca­mente giu­sta, che al par­lare oppone il fare.
È un discorso che diventa domi­nante, gra­zie ai prin­ci­pali organi di infor­ma­zione che la sosten­gono e non prima che l’allora pre­si­dente della Repub­blica Fran­ce­sco Cos­siga e il demo­cri­stiano Mario Segni (aiu­tato in maniera deter­mi­nante dal Pds di Achille Occhetto) abbiano inde­bo­lito la strut­tura del sistema dei par­titi a colpi di pic­cone e referendum.
A sini­stra e al cen­tro sono così emersi movi­menti e forze che, sotto le inse­gne della società civile, hanno impo­sto il diret­ti­smo, il «gen­ti­smo» e il gia­co­bi­ni­smo giu­di­zia­rio. Si pensi alla Rete di Orlando, al movi­mento for­ma­tosi attorno alla rivi­sta Micro­mega e, ancor più, a quello di Anto­nio Di Pie­tro.

A destra ha trion­fato, invece, Sil­vio Ber­lu­sconi che ha rea­liz­zato una lea­der­ship popu­li­sta ma, secondo Tar­chi, non ha fatto di Forza Ita­lia un vero par­tito popu­li­sta in senso stretto. Soprat­tutto, a destra, si è impo­sta la Lega Nord, che per lo stu­dioso è la seconda vera espres­sione di massa del popu­li­smo in Ita­lia. Nata sulla pro­te­sta anti­fi­scale, anti­cen­tra­li­stica e anti­me­ri­dio­nale, la Lega, più che un par­tito etno­re­gio­na­li­sta, rien­tra nella fami­glia dei par­titi popu­li­sti, come dimo­stre­reb­bero la reto­rica anti­eu­ro­pea, la xeno­fo­bia e la lea­der­ship tri­bu­ni­zia prima di Bossi e ora di Salvini.
La «terza ondata» del popu­li­smo, quella degli ultimi anni, acuita dalla crisi eco­no­mica, ha san­cito in Ita­lia il suc­cesso di Beppe Grillo e del M5s che Tar­chi giu­dica come «popu­li­smo allo stato puro». Col suo essere posti­deo­lo­gico (né di destra né di sini­stra), con la sua sfi­du­cia nella rap­pre­sen­tanza (ognuno vale uno), con la sua visione dico­to­mica che vede da una parte il popolo e dall’altra i suoi nemici (l’Europa, le ban­che, i poli­tici, i tec­no­crati, gli intel­let­tuali, gli immi­grati), con un lea­der che sa aiz­zare le piazze gra­zie a dosi di tea­tra­lità e vol­ga­rità, il M5s rap­pre­senta una delle più riu­scite espres­sioni del popu­li­smo in Italia.


Se que­sta è la situa­zione del nostro Paese, va detto che non siamo soli. In molte parti d’Europa, infatti, sono emersi attori poli­tici della fami­glia popu­li­sta. Uno dei casi più esem­plari e dura­turi è senza dub­bio quello del Front Natio­nal dei Le Pen — che ambi­sce, gra­zie ai buoni risul­tati elet­to­rali, a diven­tare il primo par­tito in Fran­cia — alla cui evo­lu­zione è dedi­cato il volume Il Front Natio­nal. Da Jean-Marie a Marine Le Pen (Rub­bet­tino, pp. 202, Euro 18), ultimo lavoro di un gio­vane stu­dioso, Nicola Genga.
L’autore affronta l’argomento cer­cando di veri­fi­care alcune inter­pre­ta­zioni pre­va­lenti, spesso date per scon­tate, a comin­ciare dal pre­sunto cari­sma del lea­der Jean Marie che secondo Genga è stato un ele­mento con­se­guente al suc­cesso, non tanto una sua causa; non fosse altro che nei suoi primi anni di vita il Front rac­co­glie risul­tati irri­sori, infe­riori all’1%, e solo nel 1984 ottiene il primo suc­cesso a sor­presa dovuto, in gran parte, alla forte espo­si­zione media­tica che rice­vono in quella cir­co­stanza il par­tito e il suo leader.
Lungi dal con­si­de­rare il Front come un par­tito «solo» popu­li­sta, Genga ne inqua­dra la sua cul­tura poli­tica all’interno della destra fran­cese met­tendo in luce i forti legami che esi­stono tra i due, deter­mi­nanti soprat­tutto nella fase di incu­ba­zione. Tra gli anni Ottanta e Novanta, poi, quando il Front comin­cia a cre­scere, l’autore nota un inten­si­fi­carsi di rap­porti e, soprat­tutto, di scambi di per­so­nale poli­tico con la destra gol­li­sta.
Ciò lo induce a pre­fe­rire l’utilizzo dell’espressione «destra radi­cale», sia per distin­guere il Front dall’isolazionismo, tipico delle destre estreme, e sia per distin­guerlo dalle destre liberal-conservatrici e repub­bli­cane. Una destra radi­cale a con­no­ta­zione «nazional-populista», insomma, secondo la for­mula di un altro stu­dioso che si è a lungo cimen­tato con l’argomento, Pierre-André Taguieff. Non va dimen­ti­cato, infatti, che Jean Marie Le Pen venne eletto per la prima volta nelle liste del par­tito pou­ja­di­sta che Tar­chi con­si­dera come il pro­to­tipo del popu­li­smo europeo.
Il suc­cesso di Marine Le Pen
Il legame pro­fondo che il Front ha con la destra fran­cese emerge anche in nega­tivo. Ana­liz­zando la para­bola di Sar­kozy, Genga sot­to­li­nea l’inversa pro­por­zio­na­lità tra que­ste due destre spie­gando che parte del suc­cesso che l’ex pre­si­dente riscosse nel 2007 fu dovuto alla sua capa­cità di rap­pre­sen­tare valori e parole d’ordine della destra lepe­ni­sta in chiave più rispet­ta­bile, riu­scendo così a sot­trarre con­sensi al Front.
Il volume si chiude con un focus sulle novità intro­dotte da quando alla guida è pas­sata la figlia di Le Pen, Marine. Il nuovo Front ha ten­tato, per ora con suc­cesso, un’operazione di cosmesi nella quale ha moder­niz­zato la pro­pria comu­ni­ca­zione, rea­liz­zato il resty­ling del sim­bolo, espunto dal pro­prio les­sico rife­ri­menti troppo estre­mi­sti, come i diversi sci­vo­la­menti nel nega­zio­ni­smo.
Quelle che non sono cam­biate, da Jean-Marie a Marine, sono però le pro­po­ste poli­ti­che: sicu­rezza con­tro gli immi­grati, la pre­fe­renza nazio­nale, o meglio un Wel­fare state che fun­zioni solo per i cit­ta­dini fran­cesi, l’attacco alle isti­tu­zioni euro­pee e alla finanza senza che però sia mai messo in dub­bio il sistema capi­ta­li­stico. Non si dimen­ti­chi che il Front è stato per anni un fer­vente soste­ni­tore del libe­ri­smo economico.
Con que­sta for­mula poli­tica Marine è arri­vata al suc­cesso del mag­gio scorso nelle ele­zioni euro­pee, ma il merito è solo in parte suo visto che, cer­ta­mente, vi ha con­tri­buto l’inefficacia della pre­si­denza Hol­lande di far fronte a fat­tori esterni come la crisi eco­no­mica e le poli­ti­che eco­no­mi­che rigo­ri­ste. Fat­tori che inci­dono ancora in molti Paesi euro­pei e che indu­cono a rite­nere che la sto­ria dei popu­li­smi sia ancora lunga.

Il Manifesto – 1 aprile 2015

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