04 aprile 2015

MANOEL DE OLIVEIRA, UN MAESTRO DEL CINEMA


E' morto Manoel de Oliveira, il grande maestro del cinema portoghese. Lo ricordiamo con due articoli apparsi ieri sul Corsera.
Maurizio Porro

De Oliveira Il regista dei misteri dell’anima da «Francisca» al «Film parlato»
Alla venerabile età di 106 anni è morto ieri mattina ad Oporto il decano del cinema, il sorridente portoghese Manoel de Oliveira. La notizia è arrivata via Twitter, parola a lui ignota e ha scritto la parola fine su una gloriosa carriera iniziata col muto e finita in digitale dopo aver vinto ogni premio (due Leoni, una Palma, un Pardo), salendo e scendendo come un ragazzino le scalinate dei festival.
Ha lavorato fino all’ultimo: il corto Vecchio di Restelo è passato a Venezia nel 2014, ma la sua poltrona era vuota, ora resta da trovare un film segreto che l’autore voleva postumo, Visita ou memorias e confissões dell’82. Nato a Oporto l’11 dicembre 1908, il regista ha dimostrato con quanta vitalità ed allegria si possa diventare vecchi e saggi.

Nato da padre industriale, studiò in Galizia dai gesuiti, lasciò l’azienda per lo sport (fu anche pilota di corse d’auto) e il cinema: era uno che metteva in primo piano la parola e lo sguardo. Grande la voglia di esplorare col cinema, mezzo di cui ha seguito le mode e mutazioni, cercando misteri dell’anima. Sempre con misura ironica come nella poetica di Buñuel ( Singolarità di una ragazza bionda ) e di un suo film diresse un magnifico sequel, Belle toujours , con Michel Piccoli, star anche di Ritorno a casa , un attore che si ritira dalla scena e dalla vita dopo un lutto.

È del ‘42 il primo Aniki-Bobò coi ragazzi di strada, los olvidados di Lisbona, poi si allontana dal set per sposarsi, studia in Germania: riappare alla Mostra di Venezia del ‘56 e di nuovo stop fino al ‘63. Col dittatore portoghese Salazar si guardano in cagnesco e la sua fortuna internazionale non a caso inizia solo dopo la rivolta dei garofani del ‘74, a oltre 50 anni. Da allora il cinema lo frequenterà senza soste: fonti variopinte, mistica, letteratura, amore, Storia e storie, correggendo i temi eterni con humour pessimista. Mai rincorsa l’attualità, se mai si rifugia nel passato: un pregio fu l’indipendenza delle scelte, come la Madame Bovary portoghese di La valle del peccato .
Il passato e il presente lo fa scoprire ai cinefili dei festival, ma talvolta annoiando stimati critici (indimenticabile il fuggi fuggi a Cannes per I cannibali ) prima di diventare mitico. Oltre 50 lunghi e 20 corti, lavoro d’attore e indipendenza intellettuale rara: gli affetti speciali interiori misurano piccoli spostamenti di piacere o dolore.

La narrazione è di una leggerezza esemplare: con Francisca chiude nell’81 una tetralogia dell’amor frustrato, dove gli attori godardianamente guardano il pubblico, staccando le emozioni alla radice. Dal 1990 al 2014, spettacolarizzando con baldanza una invidiabile quarta età, de Oliveira gira 23 titoli, senza toppare. Di almeno uno, Un film parlato , 2003, straordinaria crociera metaforica e arca di Noè da fine corsa per l’Occidente, con la Papas, Deneuve, Malkovich e la Sandrelli, il pubblico si accorge: riguarda tutti.

De Oliveira non fa la voce grossa, gioca a togliere, tiene fermo il timone morale. Non arretra mai e ogni eccesso lo seduce, è un illuminista col dubbio, tanto che nella grottesca Divina commedia mette i matti a contatto coi letterati, nei Misteri del convento cita in appello Goethe, Shakespeare e Nietzsche, nello Specchio magico attualizza il tormentone di Carmelo Bene su quelli che hanno visto la Madonna raccontando con cinica grazia una magnifica ossessione, quale è stato per noi il suo Cinema, il sorriso dubbioso della Ragione.

Paolo Mereghetti

Un maestro assoluto (non solo longevo)

Per tutti è stato il più longevo regista in attività della storia del cinema, ma sarebbe ingiusto limitare il valore del cinema di de Oliveira a una statistica anagrafica. Come se l’apprezzamento per i suoi film fosse frutto di un qualche rispetto dovuto all’età. Sarebbe la più grande delle offese, non solo a lui ma all’essenza stessa del cinema, che invece de Oliveira aveva saputo cogliere con straordinaria intelligenza e giustezza.
Perché se il regista lusitano si merita un grande posto nella storia del cinema è dovuto al fatto che i suoi film hanno saputo «fermare» — per lo spazio di una scena o di un dialogo, a volte anche solo di un’inquadratura — quello che distingue il cinema da qualsiasi altra forma d’arte: la capacità di gettare uno sguardo originale sulle cose per rivelarci quello che, senza, non avremmo visto. Mentre interroga il reale e lo spettatore insieme.
A volte il pubblico si è fatto catturare o irritare dalle storie e dai personaggi dei suoi film, dal medico emigrato a New York che vuole dimostrare l’origine portoghese di Cristoforo Colombo all’attore in là con gli anni a cui muoiono d’un colpo moglie, figlia e genero, dallo strano ed eterogeneo pubblico raccolto su una nave in crociera nel Mediterraneo all’amore che nasce e si consuma da una finestra all’altra, di fronte all’immagine di una ragazza col ventaglio.
Dalla platea possono sembrare trame curiose, incongrue, magari antiquate e «fuori moda»; ma se per un momento mettiamo da parte l’acribia del razionalista a tutti i costi, non possiamo non ammettere che in ognuna di quelle storie, in ognuno di quei film c’è un momento in cui i personaggi sembrano davvero prendere vita, per uscire dallo schermo e invitarci a dialogare con loro, a «entrare» nel loro mondo.
In Ritorno a casa (per me il suo capolavoro) un lungo dialogo è messo in scena inquadrando solo le scarpe del protagonista: può sembrare una scelta astrusa, ma niente sarebbe altrettanto efficace e nello stesso tempo essenziale. Girata in quel modo, quella scena si è stampata nella memoria dello spettatore per non uscirne più; e quel senso di «finzione» che ci accompagna ogni volta che entriamo in un cinema svanisce all’improvviso.
Sentiamo di trovarci di fronte a qualche cosa a cui non siamo abituati. Qualcosa di diretto, di vero. Di assoluto. Il sentimento strano di guardare un film che non è solo un film, dove il linguaggio delle immagini con cui siamo abituati a dialogare si trasforma: dà l’impressione di cedere, di sfrangiarsi, di perdere la propria specificità («teatro filmato» si sente dire talvolta, confondendo il diavolo con l’acqua santa) per impennarsi all’improvviso in alcuni squarci folgoranti e struggenti. Per diventare cinema puro. Cinema al quadrato.

Il Corriere della sera – 3 aprile 2015

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