13 febbraio 2014

CHE L' AMORE CI ACCOMPAGNI OGNI GIORNO...




Vivamus atque amemus

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum seueriorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit breuis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus inuidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.



Godiamoci la vita mia Lesbia, l’amore
e il brusio dei vecchi inaspriti
consideriamoli un soldo inutile.
I giorni che muoiono possono tornare;
ma se questa nostra breve luce muore
dobbiamo dormire un’unica notte immortale.
Dammi mille baci, e poi cento,
poi mille altri, poi ancora cento,
poi di seguito altri mille, e poi cento.E quando alla fine saranno migliaia,
per dimenticare tutto ne confonderemo il conto,
perchè nessuno possa ridurre in malefici
un così enorme numero di baci.


Catullo

 ***

Rumor ait crebro nostram peccare puellam:
nun ego me surdis auribus esse velim.
Crimina non haec sunt nostro sine facta dolore:
quid miserum torques, rumor acerbe? Tace.

Gira voce che la mia fanciulla spesso mi tradisca:
allora vorrei che le mie orecchie fossero sorde.
Queste accuse si diramano non senza mio strazio:
perchè tormenti un infelice, o voce severa? Taci.

Tibullo


 ***

Ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula: vista tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat:
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat;
corpus erat! saliunt temptatae pollice venae.
Tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agit, oraque tandem
ore suo non falsa premit; dataque oscula virgo
sensit et erubuit, timidumque at lumina lumen
attollens, pariter cum caelo vidit amantem.
Coniugio, quod fecit, adest dea. Iamque coactis
cornibus in plenum noviens lunaribus orbem,
illa Paphon genuit, de qua tenet insula nomen.


Rientrato a casa, subito corre a cercare la statua della sua fanciulla,
curvandosi sul letto la bacia: gli pare di avvertire un tepore.
Di nuovo accosta la bocca, e con le mani le accarezza il seno:
l’avorio sotto le dita si ammorbidisce e, perduto il suo gelo,
cede, duttile, alla pressione, come la cera dell’Imetto
al sole torna morbida e, plasmata col pollice, si piega
ad assumere varie forme e più è trattata, più trattabile diventa.
Stupito, felice, ma incerto e timoroso d’ingannarsi,
più e più volte l’innamorato tocca con la mano il suo sogno:
è un corpo vero! Le vene sotto il pollice pulsano.
Allora il giovane di Pafo rivolge a Venere parole
traboccanti di gioia per ringraziarla e, finalmente, con le labbra
preme labbra che non sono più finte. Sente la fanciulla
quei baci, arrossisce e, levando timidamente gli occhi
alla luce, assieme al cielo vede colui che la ama.
La dea assiste alle nozze che ha reso possibili.
E quando per nove volte la falce della luna si è richiusa in un disco pieno,
la sposa genera Pafo, dalla quale l’isola conserva il nome.

Ovidio



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