04 maggio 2014

QUANDO SI MORIVA IN MINIERA...


Il 4 maggio del 1954, alle 8 e 17 della mattina, nella miniera di Ribolla di proprietà della Montecatini, esplode il pozzo Camorra. Nella tragedia, frutto della colpevole e criminale superficialità dell’azienda di Milano, perdono la vita 43 minatori. Oggi da quella tragedia sono passati 60 anni esatti: la ricordiamo raccontando quello che viene prima della sciagura che spingerà Luciano Bianciardi e Carlo Cassola a scrivere il libro I minatori della Maremma (Laterza 1956) e poi, ma sarà solo per Bianciardi, La vita agra (Rizzoli, 1962). (Per chi vuole, sullo stesso argomento sono usciti due bei pezzi sul Lavoro Culturale e su Pianissimo-Libri sulla Strada)


Bianciardi e la miniera 

di  Vanessa Roghi



Nel 1951 Luciano Bianciardi fa il Bibliotecario alla Chelliana, la Biblioteca pubblica di Grosseto, messa al piano terra del risorgimentale liceo Classico Ricasoli, luogo di studio di tutti noi studenti di Grosseto fino a quando negli anni Novanta, per problemi di stabilità, viene trasferita in un edificio periferico, brutto, ma evidentemente solido. Luciano Bianciardi ha l’incarico di riordinare i fondi della Biblioteca devastata dalla guerra e dall’alluvione del 1944 in vista della sua riapertura.
La figlia Luciana ha scritto: «Era direttore, dal ’51, della Biblioteca Chelliana di Grosseto. Una vita e una situazione lavorativa e familiare tranquilla, un figlio, mio fratello più grande, di cinque anni. Si inventò il Bibliobus, cioè un furgoncino scassato fornitogli gratuitamente dal Comune, che lui stipava di libri – ne metteva dentro tanti, di vari tipi – e portava in giro per le campagne grossetane. Era una persona totalmente sprovvista di senso pratico, incapace di gestire cose come schede di richiesta e tessere. Andava insieme al suo collaboratore, Aladino, e gli diceva: mi raccomando, Aladino, andiamo a occhio. Andare a occhio significava ricordarsi il libro, ricordarsi la persona a cui lo si era prestato ed eliminare tutto il passaggio di schede. Naturalmente andarono persi moltissimi libri, di questo si lamentò l’amministrazione comunale e lui si difese dicendo: meglio un libro rubato che un libro mai letto».
In Biblioteca conosce e inizia a frequentare Carlo Cassola che ha già pubblicato il Taglio del bosco e collabora a diverse testate giornalistiche. I due iniziano a scrivere insieme, la provincia è un osservatorio prezioso: «fosse America, o Russia, o la nostra città», scrive Bianciardi; «gli interessi, le passioni, i miti, il costume sono più facilmente individuabili nel microcosmo provinciale», ribadisce Cassola. Sono gli anni in cui si afferma in Italia l’inchiesta sociale: uno sguardo nuovo sull’esistente dopo venti anni di regime fascista.
Uno sguardo che fa emergere, come era stato nei primi anni dello stato liberale, la miseria, l’analfabetismo, ma soprattutto condizioni di lavoro primitive, da prima rivoluzione industriale. Malgrado la carta costituzionale reciti infatti nel suo primo articolo L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro fra il 1945 e il 1951 nessuna riforma strutturale ha ancora inciso profondamente nell’organizzazione del lavoro industriale.

Ha scritto Goffredo Fofi: «Il giornalismo servì da tramite e rimedio, e la scoperta dell’Italia cominciò per molti dalle inchieste dei quotidiani, che erano spesso lunghe e duravano molte puntate, sia nel caso dei quotidiani che dei settimanali, producendo anche negli anni cinquanta, e a maggior ragione nelle mutazioni dei sessanta, moltissimi reportages di qualità» (qui). Bianciardi e Cassola raccontano il lavoro che vedono, e in Maremma, nel 1951, ci sono tre possibili universi da esplorare: il lavoro culturale, la campagna, ancora malarica e ostile, e la miniera.
Il 5 luglio del 1952 Carlo Cassola scrive su Il Mondo un articolo che si intitola “I nababbi del sottosuolo” (tutti gli scritti che riporto qui di seguito sono tratti da La nascita dei Minatori della Maremma a cura di Velio Abati, Giunti 1998): «Le miniere e i minatori della Maremma sono un piccolo mondo pressoché sconosciuto a chi non è di qui, un lembo di quell’ “Italia ignorata” di cui in questo dopoguerra siamo partiti un po’ tutti alla scoperta. Nell’immagine convenzionale della Maremma, foggiata dalle novelle del Fucini e del Paolieri, da alcune poesie del Carducci, dalla pittura macchiaiola, e dalla propaganda fascista, trovano posto solo butteri, bufali, briganti, macchiette di cacciatori e di preti, paludi e “redenzione” dalle medesime; le miniere e i minatori non vi compaiono. Così ancor oggi pochi sanno che Grosseto è uno dei distretti minerari più importanti d’Italia; e quasi nessuno si è accorto che la Maremma riceve la sua maggiore impronta paesistica proprio dall’essere un distretto minerario. (…) La miniera di Ribolla, e il paese che vi è sorto ex novo intorno sono situati in una bassura circondata da collinette anch’esse poco elevate e generalmente brulle. I castelli dei pozzi si ergono qua e là, a poca distanza dalle case. (…) Che l’atmosfera a Ribolla sia pesante ce lo dice subito la vista di due carabinieri di pattuglia, col sottogola abbassato, il mitra a bracciarm. Incontreremo almeno due pattuglie andando in giro: eppure questo è un momento tranquillo, nessuna agitazione è in corso e nemmeno in vista. (…) I minatori del Grossetano sono ancora per la maggior parte comunisti, ma non per fanatismo ideologico o perché approvino la politica estera di Togliatti o perché vogliano una dittatura di tipo sovietico. Il loro orizzonte mentale è molto più limitato.
Sono comunisti, mi sembra, per due buone ragioni:
1) perché sono antifascisti, e l’antifascismo in questa zona è stato rappresentato quasi esclusivamente dal comunismo. Comuniste, sono state, per cominciare, quasi tutte le formazioni partigiane;
2) perché la CGIL con le sue lotte ha ottenuto un nettissimo miglioramento delle loro condizioni di vita».
Anche per questo motivo la Montecatini, a Ribolla, licenzia.

Luciano Bianciardi riprende il discorso, mai interrotto fra lui e Cassola, su L’Avanti del 28 luglio 1953. Scrive «Da Ribolla si estrae carbone fossile, lignite, una vecchia miniera che era già in attività prima dell’altra guerra. La guerra, anzi, ha sempre dato maggior lavoro a Ribolla: fu così al tempo della prima, è stato così con la seconda, quando gli operai salirono sopra i cinquemila. Da allora è stata una progressiva riduzione del personale: dai 3600 del ‘48 siamo ai 1300 circa occupati oggi. La Montecatini, che qui è proprietaria, oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria, scrive sui manifesti che non è vero quanto affermano le organizzazioni sindacali, che cioè si intende smobilitare, ma le cifre restano quelle e quella è la tecnica. Si cominciò col mandare a casa gli ultrasessantenni, poi istituirono premi di smobilitazione per chi intendeva andarsene, prima 60, poi 100, infine 300mila lire per ogni autolicenziato. Dei cinque pozzi un tempo attivi, due sono stati abbandonati senza allargare le ricerche che molto probabilmente sarebbero state fruttuose: degli altri 3,2 sono in esaurimento e la società vi pratica la coltivazione a rapina. Non si preoccupa cioè di colmare di terra le gallerie esaurite, e questo rende sempre più probabili vuoti d’aria, frane e incendi. (…) Negli ultimi docici mesi si sono registrate 12 frane. Il nuovo direttore della miniera, che si chiama (non è uno scherzo) Padroni, e non è ingegnere minierario, ma elettrotecnico, ha appunto questo incarico: risparmiare fino alla smobilitazione».
È ancora Bianciardi, il 29 novembre del 1953, sempre su L’Avanti, a descrivere il minatore della Montecatini «Il minatore è un uomo magro e curvo, il colorito pallido e l’andatura pesante, un uomo anche psichicamente diverso, perché avverte continuo il pericolo della morte. La Montecatini con i soliti manifesti dedicati a chi non sa, proclama che gli incidenti minerari, in Italia, sono di gran lunga inferiori a quelli di altri paesi. La verità è che, soltanto a Ribolla, siamo saliti dai 150 incidenti lievi e 35 gravi del ‘51 ai 200 e 50 del ‘52, e che nei primi sei mesi di quest’anno si sono avute ben 12 frane. (…) Il minatore è tutt’altro che un privilegiato; è un uomo che fatica e soffre, è un uomo che lotta, perché si è fatto una coscienza, nella fatica e nella sofferenza. Il minatore in Maremma è il proletario più moderno e più avanzato». E i minatori lo sanno, riconoscono la propria professionalità, che usano per sopravvivere in miniera dove basta poco, un colpo di pala dato male, per rompersi la schiena; ma per la Montecatini la loro è soltanto forza fisica, resistenza alla fatica, come quella dei somari. Per questo, ha scritto Adolfo Turbanti, le loro insorgenze aumentano di anno in anno. La tensione è altissima fra il 1953 e il 1954.
I turni in miniera si chiamano gite: la prima gita scesa nel pozzo Camorra di Ribolla, la notte del 4 maggio 1954 è composta da una sessantina di uomini. Lo scoppio, alle 8 e 27, è un boato sordo, ma il fumo che esce dalla bocca del pozzo non lascia dubbi: una tragedia. I soccorsi sono lenti, la direzione della Montecatini sostiene che l’elenco degli operai del primo turno non è disponibile, andato perduto insieme al sorvegliante Gino Ferioli, morto nello scoppio. I soccorsi sono lenti, le notizie poche, i primi cadaveri escono dalla mniera intorno alle cinque del pomeriggio.
Uno, due, dieci, trenta, quarantadue. L’ultimo, il quarantatreesimo, muore per l’intossicazione.
Il 4 maggio del 1954 è un martedì. Al governo Mario Scelba, al ministero del lavoro Ezio Vigorelli, sottosegretario Umberto Delle Fave che dà ufficialmente l’annuncio di quanto accaduto in provincia di Grosseto. Rileggersi il dibattito parlamentare di quel giorno è un po’ lungo, forse, ma sta qui e se non avete altro da fare vale davvero la pena.

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